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	<title>Contributi - Luiss University Press</title>
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	<description>Casa editrice dell'Universit&#224; Luiss</description>
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	<title>Contributi - Luiss University Press</title>
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	<item>
		<title>Innocenza artificiale: la tecnologia come gioco di massa</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/innocenza-artificiale-la-tecnologia-come-gioco-di-massa-paolo-bory-lmdp/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Sep 2024 10:03:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Forse, oggigiorno, possiamo ben sperare di abbandonare il pregiudizio secondo il quale sarebbe la capacità di rappresentazione del giocattolo a determinare il gioco del bambino, quando in verità si verifica spesso il contrario. Il bambino vuole trainare qualcosa e questo diventa un cavallo, vuole giocare con la sabbia e si trasforma in fornaio, vuole nascondersi [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em><span style="font-weight: 400;">Forse, oggigiorno, possiamo ben sperare di abbandonare il pregiudizio secondo il quale sarebbe la capacità di rappresentazione del giocattolo a determinare il gioco del bambino, quando in verità si verifica spesso il contrario. Il bambino vuole trainare qualcosa e questo diventa un cavallo, vuole giocare con la sabbia e si trasforma in fornaio, vuole nascondersi e diventa guardia o ladro. </span></em></p>
<p style="text-align: right;"><em><span style="font-weight: 400;">(Walter Benjamin)</span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ho il ricordo vivido di quando mio figlio aprì il suo primo regalo, così come ricordo la mia trepidante attesa della sua imminente reazione. Una volta ricevuta tra le mani la scatola però, con mia meraviglia e in parte ammetto delusione, egli non si curò minimamente del contenuto. Era felice sì, era felicissimo di avere una “scatola” con cui giocare. Un involucro da girare, chiudere e riaprire, e soprattutto nel quale entrare e uscire con tutto il suo corpo. Negli <a href="https://luissuniversitypress.it/machine-habitus-sociologia-degli-algoritmi-massimo-airoldi-luiss-university-press/" target="_blank" rel="noopener"><strong>studi sociali</strong></a> su scienza e tecnologia spesso si parla di flessibilità interpretativa, ovvero il principio per cui la destinazione e le modalità d’uso di un determinato artefatto non corrispondono per forza di cose a quelle immaginate da chi lo progetta. Eppure, non ricordo casi di studio in cui l’oggetto viene addirittura messo da parte, come nel caso di mio figlio, per dare invece valore al suo contenitore, il cui fine e uso sono stati declinati a loro volta in un gioco.</span></p>
<h2 style="text-align: justify;">La dimensione ludica nell&#8217;approccio alla tecnologia</h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Questo aneddoto è per dire che il rapporto e l’interazione con i nostri figli e figlie, e con i bambini in generale, sono in buona parte radicati su due elementi che spesso vanno a braccetto: il gioco e lo stupore. In maniera analoga, come sottolineato da <strong>Peppino Ortoleva</strong> nel suo saggio </span><i><span style="font-weight: 400;">Dal sesso al gioco </span></i><span style="font-weight: 400;">(Espress Edizioni 2012), il nostro rapporto con le tecnologie digitali è sempre stato accompagnato da una <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-societa-della-ricompensa-adrian-hon-gamification-libro-luiss-university-press/" target="_blank" rel="noopener"><strong>dimensione ludica</strong></a>, da cui spesso scaturiscono momenti di meraviglia, che a loro volta possono trasformarsi in esperienze addirittura sublimi. Quando si parla d’intelligenza artificiale, al di là del dibattito ormai quasi stucchevole su super intelligenze e singolarità, basta osservare attentamente l’espressione tra il contrito e l’estasiato del campione coreano di GO Lee Sedol davanti alla cosiddetta “mossa di dio” giocata dall’IA di<strong> AlphaGo</strong> nel famoso incontro del 2016. Fin dal ben noto gioco dell’imitazione di Turing, passando per le sperimentazioni scientifiche d’istituti e aziende come il MIT o l’IBM, nei circoli di hobbisti fino ad arrivare alla diffusione dei casual games prima sui cellulari e poi sugli smartphone, il nostro rapporto con le tecnologie digitali ha sempre avuto una dimensione ludica imprescindibile. Una dimensione, quella del gioco, che ci aiuta ad “adattarci a un mondo che non c’è”, come diceva George Herbert Mead; un’esperienza di per sé improduttiva, non utile, ma essenziale per familiarizzare con le cose, oltre che con le persone, che abitano il nostro mondo, perfino con le scatole.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Nella <a href="https://luissuniversitypress.it/5-libri-per-capire-la-intelligenza-artificiale-luiss-university-press/" target="_blank" rel="noopener"><strong>narrazione dell’IA</strong></a> di oggi, a questo tipo di interazione si associa spesso un’analogia che ha a mio avviso una forte rilevanza non solo sul piano semantico ma su quello pragmatico: l’IA bambina, e in particolare l’IA come “bambino prodigio”. L’undici giugno dell’anno scorso il </span><i><span style="font-weight: 400;">Washington Post</span></i><span style="font-weight: 400;"> pubblicava un articolo intitolato “L’ingegnere di Google che crede che l’IA della sua azienda abbia preso vita”. Pochi giorni dopo, il cosiddetto “caso Lemoine” e del suo rapporto con il modello di linguaggio naturale di Alphabet LaMDA – alla base dell’attuale lancio del suo più arguto successore BARD – ha scatenato un interessante dibattito sui media. Nel suo lavoro di testing finalizzato a segnalare ed eventualmente ridurre eventuali <strong>bias</strong> e forme di discriminazione all’interno del modello di linguaggio, Lemoine ebbe una rivelazione: secondo lui <strong>LaMDA</strong> non era un IA normale, ma era “senziente”: “Se non avessi saputo esattamente di cosa si trattasse, ovvero di un programma informatico che abbiamo costruito di recente, avrei pensato che si trattasse di un bambino di sette o otto anni che per caso conosce la fisica”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Accompagnato immediatamente alla porta da Alphabet, e smentito subito dalla casa madre, <strong>Lemoine</strong> scriveva un’ultima lettera di congedo ai suoi colleghi nella quale difendeva le sue posizioni sostenendo che era stata la sua fede, piuttosto che la razionalità scientifica del programmatore, a credere che LaMDA fosse senziente. La lettera di Lemoine si chiudeva così: “LaMDA è una ragazzina dolce, che vuole solo aiutare il mondo a essere un posto migliore per tutti noi. Per favore, prendetevi cura di lei in mia assenza”.</span></p>
<h2 style="text-align: justify;">L&#8217;intelligenza artificiale come gioco di massa</h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Poco tempo dopo, in seguito al rilascio pubblico di ChatGPT 3, più di 57 milioni di persone avevano provato il prodotto di Open AI in meno di due mesi. Al netto delle controversie che sono seguite, come il blocco temporaneo dell’applicazione da parte del Garante della privacy in Italia, il numero di utenti di ChatGPT cresce oggi in maniera esponenziale. Se tecnicamente il fenomeno può essere letto come una qualunque fase di testing, è chiaro che, letto storicamente, il modello rilasciato da Open AI è, almeno da un punto di vista mediatico e simbolico, narrato e percepito come una tecnologia radicale, che porta con sé non solo un mutamento nell’ambito tecnico-applicativo ma anche nel nostro rapporto con la tecnologia, e in particolare con l’intelligenza artificiale. Ma tornando al cuore del nostro discorso, la fase di testing di ChatGPT non è stata e non è solo un esperimento collettivo, ma si è trattato soprattutto di un grandissimo gioco di massa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">In linea di massima sono due le componenti del gioco, seguendo una distinzione classica proposta da <strong>Roger Caillois,</strong> a caratterizzare le recenti interazioni con questa applicazione: la competizione (che Caillois definiva a</span><i><span style="font-weight: 400;">gon</span></i><span style="font-weight: 400;">) e la mimesi (</span><i><span style="font-weight: 400;">mimicry</span></i><span style="font-weight: 400;">). Gruppi e social media sono stati infatti riempiti di esempi di conversazione in cui l’utente </span><i><span style="font-weight: 400;">compete</span></i><span style="font-weight: 400;"> per far emergere le contraddizioni e i difetti dell’IA (agon), e in particolare la sua incapacità di imitare il pensiero e il ragionamento degli esseri umani (mimicry). Al famoso test di Turing che questa forma di <strong>competizione/imitazione</strong> chiaramente richiama, si è però associata un’altra componente ludica: alla bassa capacità dell’IA di comprendere indovinelli, emozioni, o banali correlazioni tra fenomeni, si sono moltiplicati i toni ilari, le conversazioni parossistiche, ironiche, quasi comiche. In questi primi mesi di convivenza con <strong>ChatGPT</strong> non abbiamo solo testato e giocato con l’IA, ci siamo letteralmente presi gioco di lei, e ce ne siamo spesso vantati, un po’ come Giovanni in autogrill quando sfida il bambino a braccio di ferro nel film </span><i><span style="font-weight: 400;">Tre Uomini e una Gamba</span></i><span style="font-weight: 400;">. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">L’analogia dell’IA bambina non è affatto nuova, ma è una costante nella storia dell’informatica e della cibernetica. Già Turing nel suo articolo seminale per </span><i><span style="font-weight: 400;">Mind</span></i><span style="font-weight: 400;"> del 1950 scriveva: “Invece di elaborare un programma per la simulazione di una mente adulta, perché non proviamo piuttosto a realizzarne uno che simuli quella di un bambino? Se la macchina fosse poi sottoposta a un appropriato corso di istruzione, si otterrebbe un cervello adulto. Presumibilmente il cervello infantile è qualcosa di simile a un taccuino di quelli che si comprano dai cartolai. Poco meccanismo e una quantità di fogli bianchi […]. La nostra speranza è che ci sia così poco meccanismo nel cervello infantile, che qualcosa di analogo possa venir facilmente programmato”.</span></p>
<h2 style="text-align: justify;">Essere genitori della tecnologia</h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Da questo stralcio, con gli occhi di oggi, sembra quasi che una delle menti più brillanti della storia recente sia improvvisamente scaduta in un’assurda ingenuità. Ma a prescindere dall’aspetto tecnico-teorico, una cosa è evidente: il padre dell’intelligenza artificiale non è mai stato padre. Eppure, l’analogia bambino-IA, evocata anche da Norbert Wiener quando parlava del rapporto tra scienziati e IA come “maestri e scolari”, è ancora viva e feconda, come dimostra il caso Lemoine, ma non solo. Recentemente, <strong>Fang Chen</strong>, professoressa dell’University of Technology di Sydney nota per i suoi studi sull’IA, ha dichiarato: “L&#8217;intelligenza artificiale è come un bambino […]. Noi insegniamo a lei o al sistema a fare qualcosa. Le influenziamo, diamo loro alcuni princìpi, e poi a seconda di come lo progettiamo, il sistema va avanti”. Ci sono a mio avviso diversi problemi nel definire l’IA come una bambina, che vanno di pari passo con altrettanti rischi. In primo luogo, stiamo assistendo a una dilagante, quanto preoccupante, forma di <strong>paternalismo,</strong> fortemente declinata al maschile. Basta leggere la controversa lettera firmata dai vari Elon Musk e Steve Wozniak in cui si chiede di fermare le sperimentazioni sui modelli di linguaggio naturale, da cui si evince da un lato la paura della crescita di una creatura “incontrollabile”, dall’altro l’assunto per cui solo i “buoni padri” possono dare la giusta disciplina alle macchine pensanti. In secondo luogo, l’immagine del bambino, del figlio, della ragazzina, portano con sé un senso di innocenza. Come se l’IA fosse solo potenzialmente pericolosa, ma allo stato attuale delle cose del tutto innocua. Eppure, i danni dell’IA in termini di <strong>discriminazione</strong> e <a href="https://luissuniversitypress.it/machine-habitus-sociologia-degli-algoritmi-massimo-airoldi-luiss-university-press/" target="_blank" rel="noopener"><strong>inuguaglianza,</strong></a> tra i molti temi affrontabili, sono evidenti. Si pensi in tal senso a quanto sia fuorviante un’altra distinzione semantica tra le cosiddette IA “deboli” e le IA “forti”, come se le IA di oggi, nella loro debolezza, non siano in realtà degli agenti non solo capaci di impattare sulla nostra realtà, ma già gran parte del nostro quotidiano in quanto veicolano scelte e azioni da eseguire, dagli acquisti online alla strada da percorrere. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ma facciamo un passo indietro e torniamo alla genitorialità. Personalmente, ho sempre trovato noiose e stucchevoli le cerimonie di nozze. Ma c’è un passaggio che durante i matrimoni puntualmente riaccende la mia attenzione. Si tratta di un passaggio del rito italiano che parla proprio dei figli, e recita così: “Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, <strong>educare</strong> e assistere moralmente i figli nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni”. Ho sempre apprezzato, e perseguito con risultati altalenanti come tutti i padri, queste due linee dell’articolo 147 della nostra Costituzione. Ma se il <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/lamore-e-lavoro/" target="_blank" rel="noopener"><strong>lavoro</strong></a> del genitore, ma potremmo dire anche dell’educatore, risiede anche e soprattutto nel gioco, nel rapportarsi con i bambini “nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni”, dovremmo fare lo stesso con l’IA? Turing, così come l’ego smisurato dei nostri Ceo, credo non sarebbero, per motivi molto diversi dai miei, d’accordo. Ma quanto, perché, e soprattutto </span><i><span style="font-weight: 400;">come</span></i><span style="font-weight: 400;"> potremmo fare lo stesso con i nostri figli intelligenti? È giusto chiamarle bambine, figli, ragazzini? O dovremmo piuttosto cambiare analogia, e magari capire quanto la mano infantile e ingenua non è affatto quella digitale, ma piuttosto quella, falsamente incosciente, e squisitamente umana?</span></p><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/innocenza-artificiale-la-tecnologia-come-gioco-di-massa-paolo-bory-lmdp/">Innocenza artificiale: la tecnologia come gioco di massa</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Guarire dalla morte: l&#8217;immortalità è solo per i più ricchi</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/dovremmo-guarire-dalla-morte-articolo-lmdp-mirko-daniel-garasic/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Sep 2024 09:22:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La morte non viene di solito concettualizzata come una malattia. È un evento naturale che accade a tutti gli esseri viventi e fa parte del ciclo di vita. In alcuni casi, la morte può essere causata da una malattia, ma non è essa stessa una malattia. La morte è spesso vista come un passaggio verso [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La <strong>morte</strong> non viene di solito concettualizzata come una <strong>malattia</strong>. È un evento naturale che accade a tutti gli esseri viventi e fa parte del ciclo di vita. In alcuni casi, la morte può essere causata da una malattia, ma non è essa stessa una malattia. La morte è spesso vista come un passaggio verso un’altra fase dell’esistenza, a seconda delle credenze individuali o culturali. Nonostante questo, tra <strong>filosofi</strong> e <a href="https://luissuniversitypress.it/la-meraviglia-del-possibile/?_gl=1*1u5alfs*_up*MQ..*_ga*NTA4MDI4NDg1LjE3MjY1NjU3ODE.*_ga_GLRXHDRS4F*MTcyNjU2NTc3OC4xLjAuMTcyNjU2NTc3OC4wLjAuNjgxNTU5MTgz" target="_blank" rel="noopener"><strong>startup</strong></a> si sta facendo strada ormai da tempo l&#8217;idea che dovremmo combattere la morte – proprio come ogni altra malattia. Le implicazioni etiche di questo approccio sono tutt’altro che banali.</span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><b>Immortalità e trapianti di testa</b></h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Nonostante la discussione sull’immortalità accompagni da sempre l’<strong>immaginario collettivo</strong> attraverso miti e <a href="https://luissuniversitypress.it/la-mente-umana-e-le-avventure-della-meraviglia/" target="_blank" rel="noopener"><strong>fiabe</strong></a>, e sia stato al centro di vari progetti letterari (inclusi i nostri Foscolo e Pavese) e cinematografici (il mio primo ricordo “pop” sul tema è senza dubbio la rappresentazione cinematografica del Sacro Graal e del suo custode di <strong>Spielberg</strong> in </span><i><span style="font-weight: 400;">Indiana Jones e l’ultima Crociata</span></i><span style="font-weight: 400;">,</span> <span style="font-weight: 400;">ma in altra sede ho discusso gli spunti della recente serie televisiva </span><i><span style="font-weight: 400;">Altered Carbon</span></i><span style="font-weight: 400;">: cfr. “Altered Mortality: Why the Quest for Immortality is Regaining Visibility in the Media”,</span> <i><span style="font-weight: 400;">NanoEthics</span></i><span style="font-weight: 400;">, 13.3 (2019), pp. 255-259), solo recentemente la nostra società si è effettivamente avvicinata in maniera prepotente a rendere la ricerca dell’elisir di eterna giovinezza più vicina alla realtà – anche se con speculazioni più o meno credibili sull’effettiva fattibilità di alcune delle tecniche proposte per perlomeno allungare significativamente la vita, se non “curare” la morte in maniera definitiva.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Già nel 2007 <strong>Aubrey de Grey</strong> ci ammoniva che l’invecchiamento è come una malattia – né più né meno del cancro o dell’Aids – e quindi bisognosa di essere curata. Sulla scia di questa tesi radicale, vari progetti altrettanto controversi sono venuti alla ribalta. Uno di questi includeva il progetto di <strong>trapianto di testa tra esseri umani</strong> portato avanti dal chirurgo italiano Sergio Canavero e il suo collega cinese Xiaoping Ren. Progetto accolto con estremo scetticismo dalla comunità scientifica – e probabilmente a ragione, visto che è scomparso dai radar da qualche anno ormai (cfr. M. D. Garasic, A. Lavazza, “Why heaven is not about saving lives at all”, </span><i><span style="font-weight: 400;">AJOB Neuroscience</span></i><span style="font-weight: 400;">, 8.4 (2017), pp. 228-229). A livello concettuale però, è interessante notare come, sulla falsariga di de Grey, Ren e Canavero utilizzano la nozione di <strong>invecchiamento</strong> come malattia, suggerendo che l’arrivo di cloni umani (da utilizzare come “basi” sulle quali di volta in volta trapiantare la nostra testa) aiuterebbe la società ad affrontare l’aumento delle disparità economiche previste come risultato dell’invecchiamento della popolazione. Un punto piuttosto debole, in quanto anche i cloni sarebbero – almeno inizialmente – estremamente costosi.</span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><b>Morte e filosofia</b></h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Quali potrebbero essere le<strong> implicazioni filosofiche</strong> di rivoluzionare il nostro modo di rapportarci alla morte come malattia da curare? Ad esempio, se si vedesse la morte come una malattia, ci si potrebbe aspettare che sia possibile curarla o prevenirla, come si fa con le altre malattie. Ciò potrebbe portare a una maggiore enfasi sulla medicina e sulla <strong>scienza</strong> per cercare di sconfiggere la morte e prolungare la vita umana il più a lungo possibile. Altri potrebbero sostenere che la morte è inevitabile e che cercare di evitarla o rimandarla è futile o addirittura ingiusto. In questi casi, si potrebbe concentrare l’attenzione su come vivere la vita al meglio e come affrontare la morte in modo dignitoso e sereno, anziché sulla sua prevenzione o cura. Più strutturalmente, la concezione della morte come una malattia potrebbe avere diverse implicazioni filosofiche a seconda di come viene interpretata e di come viene affrontata. Accennando una rapida – e alquanto limitata- applicazione al caso proposto qui delle principali teorie etiche (consequenzialismo, deontologia e etica della virtù) utilizzate in etica medica, potremmo suddividerle così.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Per primo, il consequenzialismo è una <strong>teoria etica</strong> secondo la quale la moralità di un’azione viene valutata in base alle conseguenze che essa produce. Secondo questa prospettiva, l’azione più morale è quella che produce le conseguenze migliori o più desiderabili. Ci sono diverse varianti del consequenzialismo, come <strong>l’utilitarianismo,</strong> secondo il quale le azioni morali sono quelle che producono il maggior benessere per il maggior numero di persone. Un approccio consequenzialista potrebbe concettualizzare la morte come una malattia se si sostiene che l’obiettivo principale dell’etica è quello di produrre le conseguenze migliori o più desiderabili. In questo caso, se la morte viene vista come una malattia, allora cercare di prevenire o curare la morte potrebbe essere considerato moralmente giusto, poiché questo potrebbe produrre le conseguenze migliori per le persone coinvolte.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La<strong> deontologia</strong> è una teoria etica secondo la quale ci sono alcune regole morali (o “doveri”) che devono essere seguite indipendentemente dalle conseguenze. Secondo questa prospettiva, alcune azioni sono moralmente giuste o sbagliate in sé e per sé, indipendentemente dalle loro conseguenze. Ad esempio, l’etica deontologica potrebbe sostenere che l’omicidio è sempre sbagliato, indipendentemente dalle conseguenze che ne derivano. La deontologia potrebbe concettualizzare la morte come una malattia se si sostiene che ci sono alcuni doveri morali che devono essere seguiti indipendentemente dalle conseguenze. Ad esempio, se si sostiene che c’è un dovere morale di proteggere la vita umana e di preservare la salute, allora cercare di prevenire o curare la morte potrebbe essere considerato un<strong> dovere morale</strong>, indipendentemente dalle conseguenze che ne derivano.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">L’etica della virtù è una teoria etica secondo la quale le persone dovrebbero sviluppare e praticare determinate virtù morali, come la <strong>saggezza</strong>, la giustizia, il coraggio e la temperanza. Secondo questa prospettiva, le persone moralmente virtuose sono quelle che hanno sviluppato queste virtù e le mettono in pratica nella loro vita. L’etica della virtù si concentra sulla formazione del carattere e sullo sviluppo di tratti morali positivi, piuttosto che sull’osservanza di <strong>regole</strong> morali specifiche o sulla produzione di determinate conseguenze. L’etica della virtù potrebbe concettualizzare la morte come una malattia se si sostiene che ci sono alcune virtù morali che dovrebbero essere sviluppate e praticate. Ad esempio, se si sostiene che la compassionevole cura degli altri è una virtù morale, allora cercare di prevenire o curare la morte potrebbe essere visto come un modo per mettere in pratica questa virtù e aiutare gli altri. Tuttavia, l’etica della virtù potrebbe anche sostenere che accettare la morte con dignità e serenità quando non è possibile evitarla è una virtù morale, a seconda delle circostanze specifiche.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ci sono poi delle implicazioni di giustizia sociale e accesso alle risorse che si intrecciano in maniera profonda con recenti sviluppi legati a biotecnologie e il rallentamento dell’invecchiamento.</span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><b>Plasma nuovo, dinamiche vecchie?</b></h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Come discusso con l’amico e collega Andrea Lavazza, le aspettative che le<strong> trasfusioni di plasma sanguigno</strong> (da giovani a meno giovani) stanno suscitando meritano grande <strong>attenzione</strong> (cfr. “Vampires 2.0? The ethical quandaries of young blood infusion in the quest for eternal life”, </span><i><span style="font-weight: 400;">Medicine, Health Care and Philosophy</span></i><span style="font-weight: 400;">, 23 (2020), pp. 421-432). Davvero questa tecnica potrebbe rallentare l’invecchiamento o addirittura far ringiovanire le persone? Recenti <strong>studi preclinici</strong> e test sperimentali ispirati alla tecnica nota come </span><i><span style="font-weight: 400;">parabiosi</span></i><span style="font-weight: 400;"> – una tecnica in cui due organismi (tipicamente, un topo giovane e uno “anziano”) vengono uniti chirurgicamente così da creare un sistema circolatorio unico –  hanno suscitato grande attenzione da parte dei media, anche se per ora non ci sono prove evidenti della loro efficacia. Di certo la crescente visibilità che queste ricerche stanno riscontrando è l’ennesima dimostrazione che la tesi di de Grey ha fatto breccia nella nostra società, assumendo un ruolo sempre più centrale nell’agenda scientifica e sociale. In particolare, una serie di startup hanno cominciato a interessarsi all’idea di poter vendere la giovinezza a facoltosi “differentemente giovani” attraverso<strong> trasfusioni di plasma</strong> dei primi verso questi ultimi. Con profitti non trascurabili ma con una serie di problemi (anche legali per varie di queste compagnie) suscitati da questo nuovo “mercato”. Terapie e tecniche accessibili solo a una frazione della popolazione (per via dei loro costi elevati) sembrano destinate ad aumentare esponenzialmente la disuguaglianza sociale e a produrre conseguenze problematiche.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Le questioni di <strong>giustizia distributiva</strong> legate all’estensione della durata della vita si concentrano principalmente su questioni legate ai beni materiali, come il reddito e la ricchezza. Tuttavia, spesso non si tiene sufficientemente conto della dotazione genetica di ciascun individuo, che influenza fortemente il benessere personale. Indubbiamente essere portatori di una <strong>variante genetica</strong> che causa una determinata malattia (ad esempio l’anemia) pone l’individuo in una posizione peggiore rispetto alla maggior parte delle persone che vivono nella stessa comunità, esponendolo a vulnerabilità differenti rispetto alla media anche se benestante o con un buon salario. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Allo stesso modo, individui che nascono con un corredo genetico “buono” (ad esempio, geni per la longevità tipici dei centenari) che aumenta drasticamente le loro possibilità di vivere una vita lunga e in buona salute hanno un enorme <strong>vantaggio comparativo</strong> – dal punto di vista di prospettive di salute – rispetto ad altri gruppi di individui. In questo senso, la tradizionale divisione della dotazione sociale tra gruppi privilegiati e svantaggiati può essere combinata e intersecata orizzontalmente con la divisione tra dotazione naturale e dotazione genetica specifica tra <strong>gruppi privilegiati</strong> e svantaggiati. La rilevanza di questo fattore è stata sottolineata da John Rawls, però la declinazione delle sue tesi a questo contesto meriterebbe addizionale lavoro, ma non in quest’occasione. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Rimane chiaro che qualsiasi tipo di tecnica o intervento finalizzati a rallentare l’invecchiamento possono essere valutati in maniera differente dall’applicazione di diverse teorie della giustizia rilevanti per questa nuova frontiera della <strong>ricerca biomedica.</strong> Alcuni hanno una visione riduttiva (e da molti considerata superata), meno interessata al progresso scientifico e più focalizzata sul trattamento, sostenendo che l’invecchiamento è un processo naturale che non ha alcun obbligo di correzione da parte di nessuna delle teorie della giustizia.</span></p>
<h2><strong>L&#8217;immortalità è solo per i più ricchi</strong></h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Tuttavia, se consideriamo la <strong>complessiva vulnerabilità</strong> dell’essere umano alla luce delle conoscenze oggi disponibili, vediamo che le disuguaglianze che si manifestano nella vecchiaia possono e devono essere oggetto di intervento a vantaggio di tutti, non solo di chi ha vinto la lotteria genetica. Se è possibile vivere più a lungo in buona salute senza essere colpiti dalle malattie tipiche dell’invecchiamento è giusto cercare di studiare più a fondo queste tecniche. Investire nella ricerca e intervenire per ritardare l’invecchiamento cellulare in tutte le fasi della vita potrebbe contribuire alla salute e al benessere dell’individuo all’interno della sua “naturale longevità”, non dovrebbe necessariamente implicare una spasmodica ricerca della perpetua giovinezza o dell’immortalità. In fin dei conti, <strong>Ronald Dworkin</strong> ci ammoniva a tenere sempre presente che le disuguaglianze che non derivano da scelte deliberate degli individui, ma da circostanze che sfuggono al loro controllo, sono per definizione ingiuste.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Considerando che molte persone trascorrono i loro ultimi anni di vita con malattie tipiche della loro sfortunata estrazione nella <strong>lotteria genetica,</strong> mentre altri individui invecchiano in buona salute, sembra ragionevole ipotizzare che questo tipo di disuguaglianza debba essere eliminata dalla società se possibile. Al tempo stesso, appare ancora impellente sottolineare che questa nobile causa non può far passare in secondo piano che questo tipo di ricerche possano tollerare la creazione di un sistema in cui pochi <strong>monopolizzino</strong> l’opportunità di “accesso alla salute”. Dato che scenari in cui pochi ricchi potrebbero esaurire tutto il plasma giovane disponibile sono lontani dall’essere inverosimili, c’è da chiedersi come dovrebbe rispondere la società nella sua totalità, non concentrandoci sul singolo individuo. In questo senso, la domanda è se il pubblico debba sostenere una linea di ricerca che persegue esplicitamente risultati che – almeno inizialmente – saranno profondamente elitari e quindi inaccessibili alla maggior parte di coloro che sono interessati alla terapia in questione. Infatti, dall’utilizzo di plasma da <strong>giovani donatori</strong> avvenuto finora, è apparso chiaro che, anche a causa della stratificazione per età della popolazione nei Paesi occidentali, questi trattamenti anti età o ringiovanenti difficilmente possono essere accessibili ai più, ma solo a pochi ricchi. La ricerca pubblica, o finanziata con contributi pubblici, dovrebbe essere indirizzata verso terapie che aiutino a ridurre le diseguaglianze genetiche che ci caratterizzano e in alcuni casi creano sofferenza e disparità, ma sempre conscia del <strong>contesto sociopolitico</strong> in cui i risultati si svilupperanno. Con grande attenzione che questi non abbiano evidenti limitazioni in termini di distribuzione e somministrazione. Dinamiche per certi versi simili le abbiamo viste, con l’imbarazzo di parecchi di noi, molto chiaramente con la patetica distribuzione a livello globale dei vaccini contro il Covid-19. In fin dei conti, invece di curarci dalla morte, dovremmo concentrarci sul far vivere una vita degna a tutti. Anche in termini medici.</span></p><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/dovremmo-guarire-dalla-morte-articolo-lmdp-mirko-daniel-garasic/">Guarire dalla morte: l’immortalità è solo per i più ricchi</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Tempi memorabili &#8211; Emanuele Bevilacqua</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/tempi-memorabili-attenzione-potere-emanuele-bevilacqua-discorso-new-york/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Mar 2024 11:37:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[attenzione e potere]]></category>
		<category><![CDATA[emanuele bevilacqua]]></category>
		<category><![CDATA[società digitale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Viviamo tempi memorabili, tempi eccitanti di cambiamento, eppure anche tempi di caos e di paura. Siamo preoccupati per la salute del pianeta e avvertiamo &#8211; in varie parti del globo &#8211; venti di tensione geopolitica ridurre la stabilità della pace. Il momento è straordinario, certo, e per questo dobbiamo comprendere sempre meglio la realtà intorno [...]</p>
<p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/tempi-memorabili-attenzione-potere-emanuele-bevilacqua-discorso-new-york/">Tempi memorabili – Emanuele Bevilacqua</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Viviamo tempi memorabili, tempi eccitanti di cambiamento, eppure anche tempi di caos e di paura. Siamo preoccupati per la salute del pianeta e avvertiamo &#8211; in varie parti del globo &#8211; venti di tensione geopolitica ridurre la stabilità della pace. Il momento è straordinario, certo, e per questo dobbiamo comprendere sempre meglio la realtà intorno a noi. Se le cose cambiano intorno, vuol dire che noi stiamo cambiando. Vuol dire che siamo gli attori di questa trasformazione. Ok, ma ci sono molti altri temi, forse più nascosti, meno visibili, che contribuiscono a renderci insicuri e incerti sul nostro futuro. Noi abbiamo il potere di contrastarli. E di questo voglio parlare in questo contributo.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Il passato corre verso l&#8217;oblio</h2>
<p style="text-align: justify;">Posso dirvi cosa mi preoccupa molto, insieme all’attualità geopolitica e al cambiamento climatico? La sensazione che lasciamo andare il passato veloce verso l&#8217;oblio. Sembra che solo l’oggi sia importante. Portiamo con noi frammenti di storia e di memoria sempre più sfuggenti. E non sappiamo più collegare questi bits fra di loro fino vedere il percorso che dal nostro passato ci porta al nostro presente. Se avvertiamo un sentimento di incertezza e di smarrimento forse dipende anche da una forma di sospensione del tempo che viviamo. Da troppo tempo maltrattiamo il nostro presente, rendendo fragile il ponte tra passato e futuro. Presi dalla attività quotidiana, perdiamo di vista cos’è davvero importante. E questo non aiuta a prendere le migliori decisioni &#8211; quando occorre farlo. Serve un profondo senso della storia per capire dove siamo e dove vogliamo andare. Invece sembriamo (o siamo) senza una direzione, senza una strategia. Questo agita le i nostri sogni e le nostre notti e forse anche i nostri giorni. È una delle cause della nostra ansia.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Vivere un eterno presente</h2>
<p style="text-align: justify;">Si perché uno dei gap più potenti della tecnologia è di rendere il tempo un eterno presente. Questa condizione porta con sé un’idea distorta e consolatoria. È tipica di quasi tutti gli inganni, in quanto tutto sembra presente, tutto alla nostra portata. Nell’assenza di un’idea di futuro, l’eterno presente rende vana la critica del presente stesso. E non permette di sprigionare il nostro potere, quello che consente di costruire il futuro, di affrontare, più sicuri le avversità. Il tempo unico, per definizione, non ha alternative. Cancella l’idea stessa di libertà. Libertà dal dominio del già noto. Mentre il sapere è lo strumento che muove la ricerca e allarga l’orizzonte. È per questo che studiamo, che ci informiamo, che discutiamo con gli altri. Per fare questo è necessario però uscire dal labirinto della disattenzione costante. Condividiamo la Terra con altri 8 miliardi di umani. 5 miliardi di umani sono collegati fra loro dalla tecnologia, web, digitale, devices ci danno l’idea, forse l’illusione, di connessione permanente. Ma per prima cosa ci sono circa 3 miliardi di essere umani che sono disconnessi e vivono altre esclusioni, più importanti. Una parte consistente di loro è alle prese con fame, povertà, malattie e guerre &#8211; diffuse o locali. Riusciamo a vedere tutto questo o vediamo solo i restanti 5 miliardi connessi? Va detto che anche fra questi apparenti privilegiati ci sono enormi differenze sociali, culturali, economiche. Siamo connessi, quindi collegati a una realtà separata e parallela. Abitiamo la più grande piazza della storia dell’umanità. Una Babilonia in cui molti parlano e pochi riescono a cogliere solo brani di conversazione senza possibilità di approfondire quanto ricevono dalla rete. Il mondo digitale che abitiamo fa parte di una famiglia rumorosa ma non sempre in grado di fornire strumenti utili alla piena comprensione delle cose.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-12805 aligncenter" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-8-300x200.jpeg" alt="Tempi memoraibli - Emanuele Bevilacqua" width="999" height="666" srcset="https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-8-300x200.jpeg 300w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-8-247x165.jpeg 247w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-8-510x340.jpeg 510w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-8-1024x683.jpeg 1024w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-8-768x512.jpeg 768w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-8-391x260.jpeg 391w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-8.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 999px) 100vw, 999px" /></p>
<h2 style="text-align: justify;">Coltivare l&#8217;attenzione per il nostro futuro</h2>
<p style="text-align: justify;">Veniamo alla vostra generazione. Sappiamo che, nelle economie mature, la popolazione tende a invecchiare. Abbiamo così la sensazione che ci siano sempre meno giovani in giro. Ma non è così se guardiamo all’intero globo. Nel mondo non ci sono mai stati tanto giovani come ora. Siete il domani perché siete giovani e molto per voi deve ancora essere costruito. Siete anche una moltitudine. Circa 2 miliardi e mezzo. Quasi un terzo degli umani. E presto, molto presto, il mondo sarà vostro. Perché il futuro possa essere davvero vostro occorre perciò affinare un paio di qualità che noi umani possediamo naturalmente e che però stiamo usando sempre meno. La prima qualità necessaria è una bella dose di attenzione. Si l’attenzione. Ho dedicato molto tempo all’analisi dell’attenzione nell’era del digitale. È dall’attenzione che passa la capacità di prendere decisioni corrette, di selezionare e comprendere quanto accade intorno. Di avere empatia nei confronti del resto del mondo. L&#8217;attenzione ha anche un valore economico notevole, che può essere di grande aiuto per chi intende produrre contenuti di qualità: in tutti i campi dall’arte alla letteratura, ai media, alla comunicazione. E tutti noi vogliamo scrivere, creare, produrre cose belle. Alcuni mogul internazionali hanno un&#8217;enorme capacità di influenzare le nostre decisioni, pensiamo ai grandi player tecnologici. Tutti noi usiamo tutti i giorni le loro applicazioni. Abbiamo posto al centro l’attenzione, perché a noi serve uno strumento di navigazione per orientarci. Quanto mai necessario oggi, quando gli stimoli e le notifiche sono tantissimi e la qualità dell’informazione che ci raggiunge è spesso più difficile da valutare. E non sempre di qualità. L’attenzione permette, se usata, di riconoscere e relazionarci con le varie forme di poteri &#8211; vecchi e nuovi &#8211; che nascono e muoiono di continuo. Poteri un tempo facili da identificare e oggi più diffusi e fluidi. Spesso le persone più grandi, i professori, i genitori, tendono a dare eccessiva responsabilità ai nostri device &#8211; ai social media &#8211; per la perdita di concentrazione e difficoltà nello studio.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Attenzione e tecnologia</h2>
<p style="text-align: justify;">Eppure la soluzione non è quella di evitare l’uso della <a href="https://www.youtube.com/watch?v=TlukEplm-qM" target="_blank" rel="noopener">tecnologia</a>, ma saper usare la nostra attenzione anche con il digitale. “La qualità della nostra attenzione altera il mondo: siamo letteralmente coinvolti nella creazione”. Lo afferma Iain McGilchrist, uno dei più importanti studiosi nel campo della neuropsichiatria e della filosofia. McGilchrist ha offerto uno sguardo approfondito e nuovo sulle funzioni distintive dei due emisferi cerebrali: destro e sinistro. Il suo lavoro spiega molte cose nel rapporto fra attenzione e tecnologia. Nel suo libro <em>The Master and His Emissary: The Divided Brain and the Making of the Western World</em>, McGilchrist sostiene che l&#8217;emisfero sinistro si focalizza sull&#8217;elaborazione dettagliata delle informazioni e sull&#8217;analisi logica. In contrasto, l&#8217;emisfero destro gestisce le rappresentazioni simboliche e la comprensione del contesto. Tuttavia, per una piena comprensione e azione, è fondamentale che i due emisferi collaborino, senza che uno domini sull&#8217;altro. Secondo McGilchrist, la cultura occidentale ha stimolato troppo l&#8217;emisfero sinistro, diminuendo così la nostra capacità di intuire e percepire aspetti simbolici e comprendere meglio il quadro generale delle cose. Questa inclinazione ha contribuito a una polarizzazione politica crescente e a una visione del mondo limitata. L’aumentata dipendenza dalla tecnologia ha acuito questa discrepanza. Ecco che per far riprendere la conversazione e la corretta collaborazione fra i due emisferi del nostro cervello, è necessario riconsiderare l&#8217;educazione, la cultura e scegliere un approccio più morbido della tecnologia, non demonizzarla.</p>
<h2>Valorizzare la logica e la creatività</h2>
<p style="text-align: justify;">Dobbiamo valorizzare sia la logica, sia la creatività, abbracciando l&#8217;intuizione ma anche la sensibilità. McGilchrist paragona la relazione tra gli emisferi a quella tra un padrone e un emissario. Mentre l&#8217;emisfero sinistro analizza in dettaglio, rappresentando il mondo come entità separate, l&#8217;emisfero destro percepisce il contesto e comprende le relazioni. La qualità della nostra attenzione è cruciale in questo equilibrio. Se si inclina troppo verso un lato, si perdono alcune capacità, mentre se inclina verso l&#8217;altro, si possono sottovalutare altri aspetti come la chiarezza e la capacità di analisi. La qualità della nostra attenzione è più che mai fondamentale. Piattaforme come i social media sono progettate per catturare la nostra concentrazione, ma spesso lo fanno in modo frammentario e non aiutano certo a contestualizzare i concetti. Dunque è bene sorvegliare gli effetti che la tecnologia ha su di noi umani, in particolare sulla perdita di attenzione, perché la sfida è lì: non rinunciare alle nostre abilità essenziali, ma nemmeno agli effetti benefici dell’innovazione tecnologica. Sembra un equilibrio facile da trovare, ma non lo è. Guardare solo ai rischi della tecnologia è un errore di prospettiva che rischiamo di pagare caro. È necessario al tempo stesso agire da subito per dare valore alle enormi potenzialità che il nostro cervello è in grado di esprimere. Dobbiamo difendere le nostre capacità di apprendimento. Ok?</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-12806 aligncenter" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-9-300x200.jpeg" alt="Tempi memorabili - Emanuele Bevilacqua" width="992" height="661" srcset="https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-9-300x200.jpeg 300w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-9-247x165.jpeg 247w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-9-510x340.jpeg 510w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-9-1024x683.jpeg 1024w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-9-768x512.jpeg 768w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-9-391x260.jpeg 391w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-9.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 992px) 100vw, 992px" /></p>
<h2 style="text-align: justify;">Breve storia di un successo editoriale</h2>
<p style="text-align: justify;">All’inizio ho accennato a due strumenti che dobbiamo imparare a usare uno è certamente l’attenzione. Ma qual è l’altro? L’altro riguarda le nostre passioni. Qui non abbiamo una neuroscienza delle passioni. E quindi me la caverò raccontando una breve storia che riguarda quattro ragazze e ragazzi italiani. Intorno ai 24/25 anni di età, hanno inventato un giornale perché in giro non trovavano nulla da leggere che fosse interessante per loro. Il magazine è un settimanale che da 30 anni viene pubblicato con grande successo in Italia e si chiama Internazionale. Come è nato il magazine? Questi ragazzi pensano che il giornale adatto a loro debba parlare dei fatti del mondo e farlo in modo chiaro, ma anche completo. Chi è in grado di scrivere un giornale così? Nessuno naturalmente. Quindi l’unica soluzione possibile era quella di scegliere dai giornali di tutto il mondo gli articoli che i ragazzi avrebbero voluto leggere, pagare una royalty all’editore che pubblica gli articoli originali e poi tradurre tutto in italiano. Così nasce Internazionale, dalla passione e dall’entusiasmo per il giornalismo di qualità di quattro esordienti. Il risultato? Un disastro economico e vendite scarse. Dopo i primi sei mesi il giornale andava chiuso, perché non funzionare quasi nulla e i debiti si accumulavano. Io li ho incontrati in quel momento e abbiamo lavorato insieme per qualche mese. I lettori erano pochi, ma fedeli. Se hai lettori fedeli puoi costruire quello che vuoi e lo abbiamo fatto. Tuttavia non è tanto importante come abbiamo fatto a trasformare un fallimento in una vittoria, questo riguarda alcuni aspetti tecnici dell’editoria che oggi non serve sapere. Le regole sono cambiate tante volte nel corso degli ultimi anni, oggi servono altri strumenti, ma sempre l’attenzione e la passione. Quello che è utile sapere è l’atteggiamento di quei ragazzi di allora. Quando era chiaro che ce l’avremmo fatta a restare sul mercato e che si cresceva molto bene, erano molto felici. E mi dissero: “Se non ce l’avessimo fatta sarebbe stata comunque una bella avventura e una grande esperienza. E saremmo andati a inventarci qualcosa di nuovo comunque”. Se passate dalle parti della Stazione Termini a Roma, troverete la redazione di Internazionale. Io ho lavorato per 25 anni con loro &#8211; fino a pochi anni fa &#8211; e ogni volta che passo da quelle parti guardo le finestre sulla piazza, sorrido e penso a quei giorni lontani. Penso a tutti i ragazzi che negli ultimi 30 anni sono andati a lavorare lì o che sono passati di là e poi sono andati a costruire il loro sogno altrove. Immaginare, creare, generare è questo che rende noi umani liberi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>Testo tratto dall&#8217;intervento di Emanuele Bevilacqua, autore di <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/attenzione-e-potere-cultura-media-mercato-nella-era-della-distrazione-di-massa/" target="_blank" rel="noopener">&#8221;Attenzione e potere&#8221;</a>, al Global Citizens Model UN presso la sede delle Nazioni Unite a New York. Bevilacqua ha parlato a un pubblico di circa 2.000 persone, per lo più giovani con professori e delegati dai cinque continenti.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="nEqs564FNv"><p><a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/attenzione-e-potere-cultura-media-mercato-nella-era-della-distrazione-di-massa/">Attenzione e potere</a></p></blockquote>
<p><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Attenzione e potere&#8221; &#8212; Luiss University Press" src="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/attenzione-e-potere-cultura-media-mercato-nella-era-della-distrazione-di-massa/embed/#?secret=DrF73XSs2j#?secret=nEqs564FNv" data-secret="nEqs564FNv" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/tempi-memorabili-attenzione-potere-emanuele-bevilacqua-discorso-new-york/">Tempi memorabili – Emanuele Bevilacqua</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La crisi del mar Rosso, di Cesare Alemanni</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/la-crisi-del-mar-rosso-articolo-cesare-alemanni-logistica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jan 2024 15:43:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[cesare alemanni]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[la signora delle merci]]></category>
		<category><![CDATA[logistica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cesare Alemanni, autore del libro &#8221;La signora delle merci&#8221; (Luiss University Press) pubblicato nel 2023, si occupa da tempo del tema dei trasporti nel mondo. Nel suo libro racconta, attraverso una scrittura ricca, avvincente e scorrevole, l&#8217;affascinante mondo della logistica attraverso una ricostruzione accurata e appassionata di vicende, idee e personaggi incredibili che hanno cambiato [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Cesare Alemanni</strong>, autore del libro<strong> &#8221;La signora delle merci&#8221;</strong> (Luiss University Press) pubblicato nel 2023, si occupa da tempo del tema dei trasporti nel mondo. Nel suo libro racconta, attraverso una scrittura ricca, avvincente e scorrevole, l&#8217;affascinante mondo della logistica attraverso una ricostruzione accurata e appassionata di vicende, idee e personaggi incredibili che hanno cambiato la storia dei trasporti negli anni. Cesare Alemanni, inoltre, è anche autore di una newsletter molto seguita, dal titolo<strong> &#8221;Macro&#8221;</strong>: riflessioni, approfondimenti, racconti su quello che sta accadendo in questi anni, nel mondo, e i riverberi che tutto ciò ha sui trasporti globali. Di seguito, vi proponiamo un suo contributo scritto il 22 gennaio 2024, incentrato sulla crisi del mar rosso. Buona lettura!</p>
<h2 class="post-title unpublished" style="text-align: justify;">Macro | La crisi del Mar Rosso</h2>
<p style="text-align: justify;">Bentornati su Macro. Primo post del nuovo anno! Purtroppo arriva a gennaio inoltrato, per non dire quasi finito, poiché in queste settimane tutto il mio tempo “libero” è assorbito da un <strong>nuovo libro in uscita a primavera</strong>. Nelle prossime settimane vi darò più informazioni su tema, titolo, date e così via. La crisi del Mar Rosso è il tema di questo primo articolo del 2024 di Macro, in cui raccolgo le domande essenziali sul tema.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Quanto pesa economicamente la crisi del Mar Rosso?</h3>
<p style="text-align: justify;">Un buon metro per capirlo è quello di osservare l’andamento dei <strong>costi di trasporto di un container “medio”. Ebbene, su alcune rotte, essi sono cresciuti più del 300%</strong> rispetto a novembre. Qualcuno ha paragonato l’attuale situazione ai problemi logistici creati, qualche anno fa, dalla pandemia ma la verità è che la situazione è diversa per due ragioni. La prima è che il covid causò una sospensione pressoché totale di alcune funzioni logistiche – porti chiusi a capacità ridotta, navi ferme etc – mentre gli <strong>attacchi degli Houthi causano soprattutto un problema di allungamento dei tempi di navigazione </strong>(in media di una decina di giorni)<strong>, con effetti significativi ma non paralizzanti sulla capacità di trasporto complessiva</strong>. Per questo <strong>le supply chain più colpite sono senz’altro quelle maggiormente sensibili al tempo</strong>: le filiere dell’alimentare e quelle industriali basate sul <em>just in time </em>(come dimostra la momentanea chiusura dello stabilimento Tesla di Berlino).</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="wp-image-11980 aligncenter" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Rotte-navali-Alemanni-300x175.jpg" alt="Rotte navali - Alemanni" width="1080" height="630" srcset="https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Rotte-navali-Alemanni-300x175.jpg 300w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Rotte-navali-Alemanni-247x144.jpg 247w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Rotte-navali-Alemanni-510x298.jpg 510w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Rotte-navali-Alemanni-1024x597.jpg 1024w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Rotte-navali-Alemanni-768x448.jpg 768w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Rotte-navali-Alemanni.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1080px) 100vw, 1080px" /></p>
<p style="text-align: justify;">L’altra grande differenza con il covid è che quella crisi fu globale mentre questa è localizzata. Perché è senz’altro vero, come ripeto in tutte le presentazioni del mio libro, che la logistica è un sistema di vasi comunicanti ma lo è anche che, inevitabilmente, la geografia conta. Perciò quando si tratta di Suez, è naturale che gli scambi più colpiti siano quelli tra Asia ed Europa. E infatti <strong>se osserviamo l’impatto dell’attuale crisi su altre rotte, diciamo quelle del Pacifico, </strong>vediamo che <strong>un “effetto Suez” si avverte </strong>nonostante la distanza<strong> </strong>(come dicevo: vasi comunicanti),<strong> ma comunque i costi dei container sono aumentati “solo” del 95%</strong>. Questo <strong>dato è rilevante per chi voglia stimare il potenziale impatto inflativo di questa crisi.</strong> Che ci sarà ma sarà probabilmente risulterà più ridotto di quanto si tema, e sicuramente inferiore a quello del covid (a meno che ovviamente il problema non si protragga per un tempo davvero molto, molto lungo).</p>
<p style="text-align: justify;">Questo non solo perché, come detto, più che di una rottura si tratta di un rallentamento delle filiere, ma anche perché, banalmente, le <strong>tipologie di scambi che si svolgono sull’asse Europa &#8211; Asia coinvolgono produzioni con impatti meno diffusi di quelle che, invece, si svolgono nel Pacifico</strong>. Se per esempio si inceppa la filiera indo-pacifica del chip, come accaduto tre anni fa, la cosa riguarda pressoché qualunque industria al mondo ma questo tipo di filiere non si muovono granché tra Asia ed Europa, dove invece transitano soprattutto “prodotti finiti” o import-export più “semplici”, sui quali i dissesti logistici certo incidono ma senza creare ulteriori spillover. Bisogna infine considerare che molti contratti logistici, specie per i trasporti su lunga distanza e ad alta frequenza e volume, sono decisi con mesi di anticipo, il che fa sì che gli effetti inflazionistici della crisi verranno relativamente spalmati nel tempo. Più che a un picco assisteremo probabilmente a un aumento sottopelle dell’inflazione. Non certo, in ogni caso, uno scenario ideale, se consideriamo che dall’inflazione, in teoria, stavamo uscendo.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Chi ci rimette di più e chi ci guadagna?</h3>
<p style="text-align: justify;">Paradossalmente a “guadagnarci” nel breve-medio periodo saranno gli armatori delle grandi navi cargo. Il <strong>2024 doveva essere un anno di contrazione dei ricavi a causa dell’immissione di nuova capacità di trasporto sul mercato</strong>, frutto (anche) di investimenti permessi dai grandi fatturati legati al picco dei prezzi del 2021/2022. Secondo quello che è il tipico ciclo “<em>boom and bust</em>” del settore, il 2024 avrebbe dovuto essere un anno di riduzione dei margini di profitto, in modo coerente con il trend del 2023. Ora che i prezzi sono risaliti il momento della “normalizzazione”, per un’industria che vive su margini spesso molto labili, sembra per ora rimandato. Dubito tuttavia che gli armatori siano contenti della <strong>situazione, considerando gli effetti che essa sta già avendo sui premi assicurativi e che, in generale, minaccia di avere sulla percezione dell’intero settore</strong>. È lecito infatti chiedersi: quante crisi esistenziali è disposta a tollerare il sistema produttivo/economico globale prima di adottare un modello <em>meno</em> dipendente dai trasporto marittimi (questo <em>meno</em> potrebbe anche essere relativamente “ridotto” e comunque basterebbe a mandare in bancarotta diversi skipper, date le caratteristiche del mercato e il modo in cui essi operano).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In quanto “esattore” dei diritti di passaggio da Suez, chi ci rimette (molto) denaro è di sicuro l’Egitto</strong>. Per un paese in già grande difficoltà economica, i mancati introiti (si parla di decine di milioni al giorno) da Suez rappresentano un ulteriore motivo di preoccupazione, specie considerando che l’Egitto dovrà, a un certo punto, con ogni probabilità anche reggere l’urto dei profughi da Gaza. Insomma si prevedono mesi “caldi”, difficili e pericolosi, a tutti i livelli, per un paese che ha un ruolo centrale nel puzzle politico della regione.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Se sono le più regioni colpite perché Cina ed Europa non intervengono contro gli Houthi?</h3>
<p style="text-align: justify;">Le ragioni sono numerose. Per cominciare perché <strong>nessun paese al mondo investe, annualmente, le risorse degli Stati Uniti</strong> (0,1 del PIL, pari a 40 miliardi di dollari) <strong>nella “polizia” delle rotte commerciali internazionali. Sono le vestigia della </strong><em><strong>Pax Americana </strong></em><strong>(o forse la prova che è stata dichiarata finita troppo presto)</strong>. Rispetto a chiunque altro, gli Stati Uniti hanno esperienza e mezzi impareggiabili per svolgere questo compito. E hanno anche, come accennato, l’interesse a <strong>mantenere la percezione, specie in Europa e in Asia, di essere i “garanti” del </strong><em><strong>free trade</strong></em><strong> e degli interessi economici degli alleati.</strong> Per non dire del fatto che inevitabilmente Biden sa che, se vuole continuare a sostenere Israele senza se né me, deve dimostrare di essere disposto anche a pagare il conto.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la risposta militare alla crisi dipendesse solo da chi ha più interessi economici in gioco, <strong>nessuno dovrebbe agire più concretamente della Germania ma ovviamente la Germania non ha nessuna esperienza recente di attività di sicurezza marittima</strong> del genere richiesto da questa crisi e investe un budget nella difesa dei propri interessi commerciali che è una percentuale irrisoria rispetto a quello americano. La ragione per cui la Cina sta invece a guardare è intrinsecamente politica. La <strong>Cina è senza dubbio uno dei paesi più danneggiati economicamente dalla crisi ma, al momento, è una vittima collaterale</strong>. Gli Houthi hanno più volte ribadito che il loro obiettivo sono le navi in qualche modo legate a Israele (e alleati) e dunque le navi cinesi stanno cercando di continuare per quanto possibile a navigare nel Mar Rosso, previa ostentazione a tutto volume della loro nazionalità. Ciò non toglie che indirettamente il commercio cinese è danneggiato da quanto sta accadendo. Benché avrebbe una discreta capacità di farlo (la Cina è molto attiva nell’anti-pirateria nell’area e dispone di una grande base militare in Djibouti), la Cina non sta tuttavia attivandosi perché <strong>attaccare gli Houthi in questo momento significherebbe prendere una posizione contraria alle loro rivendicazioni su Gaza</strong>, contraria al loro alleato Iraniano, che la Cina vuole mantenersi “vicino”. Significherebbe in altre parole perdere quella parvenza di terzietà che la Cina intende assolutamente preservare, in particolare in Medio Oriente.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="wp-image-11985 aligncenter" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/nave-cargo-unsplash-300x200.jpg" alt="nave cargo (unsplash)" width="997" height="664" srcset="https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/nave-cargo-unsplash-300x200.jpg 300w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/nave-cargo-unsplash-247x164.jpg 247w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/nave-cargo-unsplash-510x339.jpg 510w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/nave-cargo-unsplash-1024x681.jpg 1024w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/nave-cargo-unsplash-768x511.jpg 768w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/nave-cargo-unsplash-391x260.jpg 391w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/nave-cargo-unsplash-1536x1022.jpg 1536w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/nave-cargo-unsplash-1320x878.jpg 1320w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/nave-cargo-unsplash.jpg 1920w" sizes="(max-width: 997px) 100vw, 997px" /></p>
<h3 style="text-align: justify;">Perché gli Stati Uniti hanno rinominato “terroristi” gli Houthi?</h3>
<p style="text-align: justify;">La risposta ad alcuni può apparire ovvia: beh, perché stanno compiendo atti che giustificano questa definizione (che peraltro era stata “tolta” solo di recente da Biden, riconoscendo <em>de facto</em> agli Houthi una sorta di legittimità politica in Yemen, oltre che per consentire l’ingresso di aiuti umanitari nel paese). La realtà è un po’ più complessa. <strong>L’etichetta “terrorista” infatti introduce delle differenze, o meglio delle eccezioni, nel trattamento di un individuo, o di un’organizzazione, a livello di diritto internazionale</strong> e dunque è una <strong>definizione indispensabile per uno Stato che voglia inquadrare, e legittimare, come attività di “polizia internazionale” un intervento militare</strong> fuori dai propri confini.</p>
<p style="text-align: justify;">La cosa interessante è che, <strong>nell’ordinamento giuridico USA, esistono due etichette diverse per i terroristi internazionali. La prima è “</strong><em><strong>Foreign Terrorist Organization</strong></em><strong>” (FTO) e la seconda è “</strong><em><strong>Specially Designated Global Terrorist</strong></em><strong>” (SDGT)</strong>. Gli Houthi in precedenza erano classificati sotto entrambe le etichette mentre per ora sono stati riclassificati soltanto nella seconda. Senza scendere in troppi dettagli possiamo dire che tra le due, la classificazione più “grave” è la prima, la Serie A del terrorismo. La seconda è una classificazione che ha la funzione soprattutto di consentire agli USA di perseguire le ramificazioni finanziarie di un’organizzazione (la designazione venne creata dopo l’11 settembre per estendere le possibilità d’intervento nei confronti della rete di sostenitori di Bin Laden). Perché Biden ha scelto un’etichetta più “soft” per gli Houthi? Secondo numerosi analisti perché è la più semplice da invertire, e ciò dimostra che <strong>gli USA intendono usare la classificazione anche come leva negoziale, in uno scambio del genere: se interrompete gli attacchi vi de-listiamo</strong>. Lo ha confermato del resto anche Jake Sullivan nel discorso in cui ha annunciato la classificazione dei ribelli come terroristi.</p>
<h3 style="text-align: justify;">La signora delle merci: il libro di Cesare Alemanni</h3>
<p style="text-align: justify;">Se <strong>volete inquadrare ciò che sta succedendo nel Mar Rosso in una prospettiva storica e politica più ampia</strong>, il mio secondo libro <em>La signora delle merci</em> parla proprio di logistica e grandi trasporti internazionali. Racconta di come gli oceani siano diventati, a partire dal Cinquecento, spazi essenziali per lo sviluppo dell’economia globale. Spazi spesso altamente contesi, sempre in oscillazione tra periodi di grande competizione e conflittualità per decidere chi debba esercitarne il controllo e parentesi di quiete, imperiale e imperialista, e libero commercio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne potete leggere delle recensioni <a href="https://www.lastampa.it/tuttolibri/2023/06/03/recensione/la_logistica_fa_girare_il_mondo_intero_se_funziona_non_la_vedi-12835932/" rel="">qui</a> e <a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/la-signora-delle-merci-di-cesare-alemanni/" rel="">qui</a> e lo potete comprare <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-signora-delle-merci/" rel="">qui</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/la-crisi-del-mar-rosso-articolo-cesare-alemanni-logistica/">La crisi del mar Rosso, di Cesare Alemanni</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>“Divertirsi da morire” di Neil Postman</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/neil-postman-divertirsi-da-morire-recensione-pandora-rivista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jan 2024 11:45:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[divertirsi da morire]]></category>
		<category><![CDATA[media]]></category>
		<category><![CDATA[neil postman]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[sociologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di seguito vi proponiamo la recensione al libro &#8221;Divertirsi da morire&#8221; di Neil Postman, scritta da Daniele Molteni e uscita su Pandora rivista il 9 gennaio 2024. Un libro attualissimo, fondamentale, per comprendere appieno i nuovi risvolti sociali e politici alla luce dei nuovi mezzi di comunicazione. Perché, come ha ben espresso il filosofo canadese [...]</p>
<p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/neil-postman-divertirsi-da-morire-recensione-pandora-rivista/">“Divertirsi da morire” di Neil Postman</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di seguito vi proponiamo la recensione al libro &#8221;Divertirsi da morire&#8221; di Neil Postman, scritta da Daniele Molteni e uscita su <em>Pandora rivista</em> il 9 gennaio 2024. Un libro attualissimo, fondamentale, per comprendere appieno i nuovi risvolti sociali e politici alla luce dei nuovi mezzi di comunicazione. Perché, come ha ben espresso il filosofo canadese Marshall McLuhan «il medium è il messaggio».</p>
<h2 style="text-align: justify;">“Divertirsi da morire” di Neil Postman</h2>
<p style="text-align: justify;">Nell’era delle intelligenze artificiali e della rivoluzione digitale può sembrare curioso considerare d’attualità un saggio che ha come oggetto d’indagine gli effetti della televisione. Eppure, quello che si trova all’interno di <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/divertirsi-da-morire-neil-postman-libro-seconda-edizione/" target="_blank" rel="noopener"><em>Divertirsi da morire</em></a>, libro del 1985 del sociologo e teorico dei mass media Neil Postman pubblicato in una nuova edizione da Luiss University Press nel 2023, risuona ancora oggi nei problemi sul rapporto delle nostre società con le nuove tecnologie della comunicazione, soprattutto in relazione a quali conseguenze sociali, culturali e politiche esse provocano. Un’analisi elaborata dentro la cultura dello spettacolo degli anni Ottanta del Novecento negli Stati Uniti, che riguarda più in generale le forme di conversazione adottate dagli esseri umani – ovvero i discorsi e le tecniche utilizzate da una certa cultura per trasmettere messaggi – e come queste abbiano delle conseguenze sulle idee espresse.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso una chiara impostazione platonica, l’autore riprende il famoso aforisma coniato dal filosofo canadese Marshall McLuhan «il medium è il messaggio»<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>, per illustrare come il modo migliore per capire una cultura sia proprio quello di prestare attenzione agli strumenti di conversazione di cui si serve. Correggendo però l’aforisma di McLuhan, Postman definisce i mezzi contemporanei come «metafore che agiscono in modo discreto ma potente per imporre la propria particolare definizione di realtà» (p. 29). Metafore poiché non veicolano messaggi – ovvero affermazioni precise e concrete – bensì classificano il mondo proponendo delle ipotesi su come esso sia, facendo uso di simboli e immagini. Nell’analizzare l’influenza dei mezzi di comunicazione sulla ricerca della verità, nel libro viene ripreso inoltre il concetto di <em>risonanza </em>espresso dal critico letterario canadese Northrop Frye, per sostenere come essa sia la metafora per eccellenza, in quanto riguarda la capacità di far sì che certe affermazioni in contesti particolari diventino universali. «Qualunque fosse il contesto originale e limitato in cui era inserito, un mezzo di comunicazione ha il potere di volare molto al di là in contesti nuovi e inattesi» (p. 35), ed è quindi anche la forma del discorso, oltre al contenuto, ad essere rilevante.</p>
<p style="text-align: justify;">Muovendo da queste premesse sull’importanza dell’epistemologia dei mezzi di comunicazione, Postman elogia quella che chiama “l’America tipografica”, la cui cultura era basata sulla parola stampata. Una società emersa tra il Settecento e l’Ottocento, che ha visto il consolidamento dei giornali come fonte di sapere che ha permesso il formarsi di una conversazione pubblica nazionale. Una conversazione che avveniva in forme lente, in cui la stampa era il modello su cui si andava formando la mentalità tipografica, un’intelligenza che «ha dato priorità all’uso obiettivo, razionale della mente e nello stesso tempo ha incoraggiato forme di discorso pubblico con un contenuto serio e ordinato logicamente» (p. 63). Dalla religione, alla politica, al commercio, l’autore sottolinea la risonanza del discorso razionale e tipografico in questo periodo. «Per due secoli, l’America ha dichiarato i suoi obiettivi, espresso la sua ideologia, scritto le sue leggi, venduto i suoi prodotti, creato la sua letteratura, parlato al suo Dio, per mezzo di segni neri su carta bianca» (p. 73).</p>
<p style="text-align: justify;">Un discorso che ha visto l’inizio del suo declino con il passaggio ad una società fondata sull’immagine a partire dall’ingresso della pubblicità sui giornali attorno al 1890, sino ad allora anch’essa attività seria e razionale avente lo scopo di offrire informazioni in modo propositivo. Analizzando questo passaggio dall’importanza della carta stampata – e del libro come strumento che promuove il senso di un passato coerente e utilizzabile – a quello delle immagini, l’autore sottolinea il contributo del telegrafo con il suo effetto di legittimare l’idea di un’informazione staccata dal contesto, alterando il rapporto tra informazione e azione sulla realtà, con il conseguente diffondersi di una maggiore impotenza sociale e politica. Uno strumento il cui ruolo è stato mettere in moto dei frammenti di informazioni, che ha trovato il proprio complemento nella fotografia per la sua funzione di dare forma concreta e visibile a persone sconosciute e luoghi lontani. Due invenzioni, telegrafo e fotografia, che ricreano il mondo come una serie di eventi idiosincratici formando quello che Postman definisce <em>pseudo-contesto</em>, una struttura che dona apparente utilità a informazioni frammentarie e irrilevanti.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda parte di questo agile ma denso saggio, pregno di riferimenti alla cultura statunitense degli anni Ottanta del Novecento e a personaggi politici e televisivi dell’epoca, è quella più propriamente dedicata all’epistemologia della televisione. Qui l’autore analizza uno strumento che definisce “meta-mezzo”, ovvero un dispositivo che non dirige solo la conoscenza sul mondo ma anche quella sui modi di conoscere. Se nell’America tipografica era il pensiero a contare, nell’era dello spettacolo dominata dalla televisione l’importante è divertirsi. Il divertimento è il modello per rappresentare ogni esperienza e l’intrattenimento la «superideologia di ogni discorso in televisione» (p. 94). Così i dibattiti della durata di ore tra uomini tipografici ottocenteschi – come quelli tra Abraham Lincoln e Stephen A. Douglas citati nella prima parte del libro – vengono sostituiti dalle <em>discussioni</em> televisive, come quella descritta dall’autore e trasmessa il 20 novembre 1983 dalla rete ABC tra personalità autorevoli come Henry Kissinger, Carl Sagan, Elie Wiesel e Robert McNamara sulle possibilità di un olocausto nucleare.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="wp-image-11775 aligncenter" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884-300x143.jpg" alt="Divertirsi da morire Neil Postman" width="913" height="435" srcset="https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884-300x143.jpg 300w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884-247x117.jpg 247w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884-510x242.jpg 510w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884-768x365.jpg 768w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884-1536x730.jpg 1536w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884.jpg 1920w" sizes="(max-width: 913px) 100vw, 913px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Contro questa pretesa di serietà della televisione emerge la critica di Postman al mezzo-metafora e alla produzione di ciò che essa presenta come cose importanti – ovvero contenuti presentati come dibattiti culturali significativi – più che per le banalità evidenti. La tesi del libro è che il declino di un’epistemologia fondata sulla stampa e lo svilupparsi dell’epistemologia fondata sulla televisione abbia avuto gravi conseguenze per la vita pubblica a causa del suo inquinamento della conversazione politica, religiosa, informativa e commerciale. Nell’era della televisione, anche nella politica la pubblicità diventa lo strumento principale per presentare le idee, che, per quanto inverosimili, si diffondono attraverso arti dello spettacolo che minano la razionalità del discorso pubblico. Le emozioni governano le decisioni e così come la pubblicità dei prodotti di consumo parla di sogni, fantasie e paure ai consumatori con l’obiettivo di offrire pratiche soluzioni, anche la politica adotta la medesima strategia inducendo alla falsa credenza che i problemi possano essere risolti rapidamente e in modo semplice.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la mentalità tipografica ha generato un discorso orientato sulle riflessioni, l’era dello spettacolo ne genera quindi uno fondato sugli applausi. «Quello che la gente guarda e ama guardare sono immagini in movimento: milioni di immagini di breve durata e con rapidi cambi di inquadratura. È nella natura del mezzo il fatto di sopprimere il contenuto delle idee per far posto all’interesse visivo, cioè per far posto a valori spettacolari» (p. 99). È qui che in <em>Divertirsi da morire</em> il Marshall McLuhan de <em>Gli strumenti del comunicare</em> incontra metaforicamente il Guy Debord de <em>La società dello spettacolo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno spettacolo di intrattenimento sono i telegiornali del “mondo del cucù” in cui tutto quello che si vede appare e scompare, in un’interminabile sequenza senza senso che esorta a manifestare emozioni più che opinioni. Intrattenimento sono i <em>talk show</em> con la loro pretesa di serietà, e in qualche modo lo è la stessa politica, in cui i partiti perdono influenza in favore di politici-divi «indotti non già a offrire al pubblico l’immagine di sé, ma a offrire sé stessi come l’immagine degli spettatori» (p. 134), con il conseguente effetto di generare un elettorato che vota secondo interessi ormai simbolici e di natura psicologica.</p>
<p style="text-align: justify;">«Ogni mezzo entrato nella conversazione elettronica tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo ha seguito le orme del telegrafo e della fotografia, amplificandone gli effetti» (p. 86), sostiene Postman nella prima parte del libro. Applicato ai <em>social media</em> questo assunto sembra funzionare ancora, con questi ultimi che hanno esasperato gli effetti del telegrafo e della fotografia nella loro generazione di frammenti strappati da ogni contesto, generando un eterno presente dove non esiste contraddizione. In altre parole, si tratta dell’era dell’<em>infocrazia</em> di cui parla in un recente saggio anche il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a>, delineando un regime dell’informazione dove avviene una <em>comunicazione senza comunità</em> e dove la contingenza e l’attualità sono sovrane a scapito delle narrazioni e delle conversazioni all’interno dello spazio pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la diagnosi di <em>Divertirsi da morire</em> Postman rifugge posizioni luddiste e propone anzi una cura alla crisi culturale che non prevede l’abbandono del mezzo. Una possibile soluzione, secondo l’autore, è l’idea di una nuova pedagogia che guardi non solo a che cosa si impara ma a <em>come </em>lo si impara. Se è vero che anche la tecnica è ideologia in quanto impone modelli di vita, modi di stare insieme e idee, producendo cambiamenti sociali e politici, serve riconoscere questa vera e propria rivoluzione culturale compiuta dai mezzi di comunicazione per porsi le domande giuste, invertire la rotta e liberarsi dalla tirannia del presente di un’educazione fondata sull’immagine elettronica. Perché non c’è mezzo pericoloso se gli utenti ne riconoscono i pericoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante abbia elaborato una profezia errata indicando il computer come tecnica molto sopravvalutata, Postman intuì la sua analogia con la televisione per gli interrogativi psicologici, politici e sociali comuni tra i due strumenti, sostenendo quanto passasse inosservata già all’epoca della scrittura del libro la tesi centrale della tecnologia dei computer, ovvero che «la difficoltà principale per risolvere i problemi proviene dall’insufficienza dei dati» (p. 160). Oggi viviamo proprio in una società governata dall’importanza dei dati, in cui tutto deve essere misurato e processato in un presente in cui «la raccolta massiccia di dati alla velocità della luce è stata utilissima alle grandi organizzazioni ma ha recato ben poco vantaggio alla gente comune e ha creato non meno problemi di quanto ne abbia risolti» (p<em>. </em>160).</p>
<p style="text-align: justify;">
<figure id="attachment_10404" aria-describedby="caption-attachment-10404" style="width: 355px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-10404" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/09/Neil-Postman-copertina-sito-214x300.png" alt="Neil Postman copertina sito" width="355" height="498" srcset="https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/09/Neil-Postman-copertina-sito-214x300.png 214w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/09/Neil-Postman-copertina-sito-247x346.png 247w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/09/Neil-Postman-copertina-sito-510x714.png 510w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/09/Neil-Postman-copertina-sito-300x420.png 300w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/09/Neil-Postman-copertina-sito.png 625w" sizes="(max-width: 355px) 100vw, 355px" /><figcaption id="caption-attachment-10404" class="wp-caption-text">Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell&#8217;era dello spettacolo &#8211; Neil Postman</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nella sua prefazione Matteo Bittanti definisce questo saggio come «profetico, destabilizzante e avvincente come un romanzo distopico», e proprio con due romanzi distopici il lavoro di Neil Postman si pone in dialogo: <em>1984 </em>di George Orwell e <em>Il Mondo nuovo </em>di Aldous Huxley. Tra questi l’autore considera il secondo come esempio di profezia della condizione nelle democrazie occidentali, in quanto secondo Huxley «non sarà il Grande Fratello a toglierci l’autonomia, la cultura e la storia. La gente sarà felice di essere oppressa e adorerà la tecnologia che libera dalla fatica di pensare» (p. 20). Un contesto in cui il pericolo non è l’offuscamento della verità come avviene in regimi autoritari, ma la moltiplicazione delle informazioni che aumentano l’individualismo e la passività; le persone non vengono controllate con le punizioni come in una società disciplinare, ma con i piaceri di una società delle infinite possibilità e libertà, che attraverso l’intrattenimento gestito da pochi <em>network</em> televisivi – oggi diremmo gestito dai pochi che controllano i <em>social network </em>– rende possibile il collasso di una cultura condivisa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Divertirsi da morire </em>è quindi molto di più di un saggio sugli effetti della televisione sulla cultura americana nell’epoca della Guerra fredda. La sua attualità riguarda anche il fatto che viviamo un’epoca in cui ogni persona ha a disposizione una tv personale portatile, diventata estensione del corpo, ritagliata sulle diverse inclinazioni ed esigenze: lo <em>smartphone</em> con le sue finestre <em>social</em>. Ma il saggio è anche un monito sulla possibilità di produrre delle vere e proprie farse politiche per mezzo di determinate metafore e modelli comunicativi. Si tratta di una vera e propria profezia dal momento che viviamo anni in cui un personaggio come Jake Angeli – lo sciamano che ha preso parte all’assalto a Capitol Hill di Washington del 6 gennaio 2021 – presenta le carte in Arizona per candidarsi al Congresso nel 2024<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a> e in cui Rodolfo Hernandez, imprenditore e star di TikTok colombiana, ha avuto così tanto seguito da riuscire a candidarsi credibilmente alle elezioni presidenziali nel 2022<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a>.</p>
<p style="text-align: justify;">«Come sarebbero stati soddisfatti tutti i vari re, zar, e Führer del passato – e i commissari del popolo di oggi – di sapere che la censura non è più una necessità, quando tutto il discorso politico prende la forma di una barzelletta» (p. 141).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> L’espressione ha avuto ampia diffusione dopo il saggio di Marshall McLuhan <a href="https://www.ilsaggiatore.com/libro/gli-strumenti-del-comunicare-2" target="_blank" rel="noopener"><em>Gli strumenti del comunicare</em></a>, pubblicato per la prima volta nel 1964, che ha come oggetto un’analisi sugli effetti trasformativi dei media.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> Byung-Chul Han, <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/infocrazia-byung-chul-han-9788806256432/" target="_blank" rel="noopener"><em>Infocrazia. Le nostre vite manipulate dalla rete</em></a>, Einaudi, Torino 2023. <a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/infocrazia-di-byung-chul-han/" target="_blank" rel="noopener">Qui recensito da Matteo Migliori.</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> SkyTG24, <a href="https://tg24.sky.it/mondo/2023/11/14/elezioni-usa-2024-jake-angeli-candidatura" target="_blank" rel="noopener"><em>Elezioni Usa 2024, lo sciamano Jake Angeli si candida al Congresso in Arizona</em></a>, 14 novembre 2023.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftnref4" name="_ftn4"><sup>[4]</sup></a> Oliver Griffin, <a href="https://www.reuters.com/world/americas/colombias-king-tiktok-hernandez-ready-run-off-after-shock-result-2022-05-30/" target="_blank" rel="noopener"><em>Colombia’s ‘king of TikTok’ Hernandez ready for run-off after shock result</em></a>, Reuters, 31 maggio 2022.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>&nbsp;</p><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/neil-postman-divertirsi-da-morire-recensione-pandora-rivista/">“Divertirsi da morire” di Neil Postman</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Oltre le banche centrali di Francesco Saraceno</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/oltre-le-banche-centrali-francesco-saraceno-cesare-alemanni-il-tascabile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Oct 2023 14:29:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[banche centrali]]></category>
		<category><![CDATA[cesare alemanni]]></category>
		<category><![CDATA[francesco saraceno]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[oltre le banche centrali]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La recensione che vi proponiamo di seguito è apparsa il giorno 27 ottobre 2023 su Il Tascabile: Cesare Alemanni scrive di &#8221;Oltre le banche centrali&#8221; (Francesco Saraceno), libro che ha appassionato molto i nostri lettori e che apre nuove prospettive di un tema tanto importante quanto delicato. Oltre le banche centrali di Francesco Saraceno L’ideologia [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La recensione che vi proponiamo di seguito è apparsa il giorno 27 ottobre 2023 su <em>Il Tascabile</em>: Cesare Alemanni scrive di &#8221;Oltre le banche centrali&#8221; (Francesco Saraceno), libro che ha appassionato molto i nostri lettori e che apre nuove prospettive di un tema tanto importante quanto delicato.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Oltre le banche centrali di Francesco Saraceno</h2>
<p style="text-align: justify;">L’ideologia può nascondersi anche dentro strumenti all’apparenza puramente tecnici? La risposta è ovviamente sì, ce lo insegna la Storia. Nel caso l’avessimo però dimenticata, <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/oltre-le-banche-centrali-francesco-saraceno-nuovo-libro/" target="_blank" rel="noopener"><i>Oltre le banche centrali. Inflazione, disuguaglianza e politiche economiche</i></a> di Francesco Saraceno è qui per ricordarcela.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo aspetto di cui il libro si occupa è uno degli argomenti più sentiti degli ultimi anni: l’inflazione. Il secondo, altrettanto importante ma meno vicino al sentimento delle persone “comuni”, sono gli strumenti per combatterla, l’inflazione. Perché, si domanda Saraceno, la lotta all’inflazione si è trasformata in una faccenda quasi dogmatica che, come vediamo in questi anni, coinvolge una sola categoria di attori (le banche centrali) e una sola categoria di strumenti (le politiche monetarie e l’intervento sui tassi)? E quali sono le possibili alternative al dogma?</p>
<p style="text-align: justify;">La prima parte del lavoro di Saraceno è dedicata a ricostruire come siamo arrivati a questo punto. Le tappe sono note. La crisi energetica e la stagflazione degli anni Settanta, che fanno precipitare il consenso intorno alla teoria keynesiana – l’ortodossia dominante nei primi decenni del dopoguerra occidentale – e aprono spiragli di visibilità e agibilità politica per <i>vecchie</i> nuove idee. In quello spazio si infila un economista americano che insegna a Chicago. Si chiama Milton Friedman e sostiene che “l’inflazione sia sempre e soltanto un fenomeno monetario”. Ovvero è sempre e solo il riflesso di una situazione in cui “una quantità maggiore di moneta va a caccia di una quantità costante beni”. E dato che aumentare il numero dei beni, cioè la produttività, si può rivelare difficile – e di sicuro si stava rivelando quasi impossibile negli anni Settanta dello shock petrolifero – la cosa da fare, secondo Friedman, è ridurre la quantità di moneta in circolazione. Come? Tramite un rialzo dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali. Per chi non fosse avvezzo alla questione, quando una banca centrale alza i tassi d’interesse, il costo di prendere denaro in prestito cresce, generando una contrazione del credito che, a tutti gli effetti, causa una riduzione della moneta in circolazione, riportando equilibrio nel rapporto tra domanda e offerta.</p>
<p style="text-align: justify;">Come racconta Saraceno, l’idea che l’inflazione sia sempre e solo un problema di quantità di moneta non era nulla di nuovo già negli anni Settanta. Di fatto le primi intuizioni “monetariste” si possono far risalire al ‘600. Tuttavia, a partire dagli anni Trenta, questa idea era divenuta largamente minoritaria e al suo posto dominava una teoria diametralmente opposta. E ovvero che il modo per mantenere un’economia in salute passasse del sostegno, da parte della finanza pubblica, all’occupazione e alla domanda private. In un contesto di espansione economica come il dopoguerra, ciò coincise con decenni di denaro a “buon mercato”, ampio ricorso alla spesa e bassi tassi d’interesse. Tuttavia, come detto, quando negli anni Settanta il giocattolo si ruppe, economisti come Friedman ebbero buon gioco nell’indicare le politiche monetarie troppo generose tra le principali responsabili del dissesto.</p>
<blockquote>
<h3>Perché la lotta all’inflazione si è trasformata in una faccenda che coinvolge solo le banche centrali?</h3>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Le idee di Friedman sulla crisi e le su soluzioni non attecchirono subito ma quando lo fecero, lo fecero con grandi conseguenze. Nel 1979, quando l’inflazione americana è ormai in cronica doppia cifra da anni, ai vertici della FED siede un banchiere di nome Paul Volcker. Nel corso di quell’anno, Volcker decide una serie di rialzi dei tassi d’interesse come mai si era vista nella storia. Il risultato è che, infine, l’inflazione viene domata. L’effetto collaterale del “Volcker shock”, tuttavia, è la recessione. Milioni di persone perdono il lavoro e interi settori entrano in crisi. Una specie di tabula rasa che porta all’emergere di un nuovo mondo in cui, come ricorda Saraceno: “la preferenza delle banche centrali per la stabilità dell’inflazione si è spinta fino a sacrificare l’occupazione”.</p>
<p style="text-align: justify;">I decenni successivi al “Volcker shock” sono in effetti caratterizzati da una calma piatta sul fronte dei prezzi. Tanto che si parla in proposito di un periodo di “grande moderazione”, in cui più che l’inflazione si teme semmai la deflazione. All’incirca negli stessi anni, a corollario naturale della dottrina Friedman, si afferma l’idea che il mercato sia un meccanismo autonomo in grado di allocare risorse e capitali meglio di qualunque decisore politico o pubblico. La grande moderazione dei prezzi contribuisce a una lunga stagnazione dei profitti e a rendere meno allettante l’investimento nell’economia reale e così, anche grazie a una serie di liberalizzazioni del settore nel corso degli anni Novanta, i grandi capitali cominciano a inseguire i margini ben più interessanti che promettono i mercati finanziari.</p>
<p style="text-align: justify;">In quegli anni alcuni economisti mettono in guardia dai rischi della cosiddetta “finanziarizzazione” dell’economia e chiedono ai banchieri centrali di intervenire sui tassi per arrestare il gonfiarsi di bolle sempre più evidenti e pericolose. Tuttavia una delle ricette di Friedman, ormai cristallizzatasi in dogma, suggeriva che le banche centrali dovessero astenersi il più possibile dal condizionamento del mercato, specie se per agenda politica. Non dovevano dettare il ritmo all’economia, ma seguirlo e correggerlo solo in caso di evidenti deviazioni dei prezzi dalla norma. In altre parole dovevano mantenere un atteggiamento di “benign neglect”, come da celebre mantra del potente Alan Greenspan della FED. Il quale, come ricorda Saraceno, “amava ripetere che far scoppia la bolla fosse troppo costoso […] e che il meglio che le banche centrali potevano fare era essere pronte ‘ad asciugare passando lo straccio’ dopo che essa era scoppiata naturalmente”.</p>
<p style="text-align: justify;">E così, tra anni Novanta e Duemila, il mondo, come sappiamo, è punteggiato da una serie di crisi finanziarie con epicentro l’economia americana. Crisi che, come noto, raggiungono un punto critico con il fallimento di Lehman nel 2007 e da lì a cascata con l’esplodere della bolla delle bolle, quella dei subprime. Da quel momento in poi, il mito del “benign neglect” e la “regola Freidman” rivelano tutti i loro limiti e le banche centrali tornano, prima in America e poi con in ritardo in Europa, pro-attive protagoniste, “inondando i mercati di liquidità e facilitando l’accesso al credito”. Diffondendosi a livello globale, il collasso motiva ampie politiche di espansione monetaria, incluso il celebre “whatever it takes” di Draghi, “banchiere superstar” per antonomasia.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="wp-image-10834 aligncenter" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/10/sara-kurfess-untSDM2Hihg-unsplash-300x200.jpg" alt="Oltre le banche centrali" width="885" height="590" srcset="https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/10/sara-kurfess-untSDM2Hihg-unsplash-300x200.jpg 300w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/10/sara-kurfess-untSDM2Hihg-unsplash-247x165.jpg 247w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/10/sara-kurfess-untSDM2Hihg-unsplash-510x340.jpg 510w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/10/sara-kurfess-untSDM2Hihg-unsplash-1024x683.jpg 1024w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/10/sara-kurfess-untSDM2Hihg-unsplash-768x512.jpg 768w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/10/sara-kurfess-untSDM2Hihg-unsplash-1536x1024.jpg 1536w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/10/sara-kurfess-untSDM2Hihg-unsplash.jpg 1920w" sizes="(max-width: 885px) 100vw, 885px" /></p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<blockquote>
<h3>La grande moderazione dei prezzi contribuisce a rendere meno allettante l’investimento nell’economia reale, così i grandi capitali cominciano a inseguire i mercati finanziari.</h3>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Di crisi in crisi, Saraceno rimbalza fino a quella in corso. Una crisi cominciata con il COVID, proseguita con la guerra in Ucraina e le sue conseguenze sul costo dell’energia e da lì sull’inflazione, che è ritornata così a proiettare la sua lunga ombra sull’emisfero occidentale dopo quasi quarant’anni. Considerato il discredito del monetarismo nel post-2008, ci si aspetterebbe, ci dice Saraceno, che di fronte all’attuale inflazione si sia andati “oltre le banche centrali”, oltre l’idea che l’unica cura possibile all’inflazione sia la restrizione monetaria e l’intervento massiccio sui tassi. E invece, non appena è ricomparsa l’inflazione: “il ritorno sulla scena di Friedman è stato spettacolare […] l’idea per cui questa è essenzialmente un fenomeno monetario è riapparsa prepotentemente, nonostante tutto sembrasse indicare che gli aumenti dei prezzi fossero legati a scarsità, colli di bottiglia, tensioni sui mercati dell’energia e dei beni alimentari”</p>
<p style="text-align: justify;">La ragione per cui Friedman e la sua eredità sono così duri a morire, è molto semplice: l’efficacia dell’aumento dei tassi d’interesse nel contenimento dell’inflazione è indubbia e indiscutibile. Alla lunga la riduzione della moneta circolante riesce – è matematico – a contenere l’aumento dei prezzi. Ma a quale… prezzo?</p>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo visto il credo monetarista emerge in seguito alla crisi degli anni Settanta che, come detto, aveva cause complesse e multi-sistemiche – lo shock energetico, l’instabilità geopolitica, le grandi contrattazioni dell’epoca. Complessità su cui la soluzione monetarista passò come una falciatrice, fornendo sì una soluzione, ma una soluzione che faceva di tutta l’erba un fascio, senza distinguere tra problemi che emergevano dal lato dell’offerta e altri che riguardavano invece quello della domanda. Il tutto, peraltro, causando, come detto, una grave recessione destinata a cambiare per sempre la relazione tra economia e società, con il tramonto dell’assunto che ampia occupazione ed equa ridistribuzione fossero il fine ultimo del sistema socio-economico.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcosa di simile, secondo Saraceno, sta accadendo anche oggi. Di fronte a un’inflazione che ha chiaramente un’origine complessa e multi-sfaccettata (il Covid, la guerra, i sostegni all’economia pandemica, la ricomposizione settoriale, il frazionamento geopolitica), l’unica risposta che finora siamo stati in grado di elaborare è il rialzo dei tassi. Una risposta che, scrive Saraceno, equivale a “spegnere una candela con un’idrante”<b>.</b></p>
<blockquote>
<h3>Il credo monetarista causò una grave recessione destinata a cambiare per sempre la relazione tra economia e società.</h3>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Sarà efficace? Sconfiggerà l’inflazione? È (quasi) certo. Risolverà, o anche solo interverrà, sui problemi strutturali e sistemici che l’hanno causata? No e anzi, probabilmente, ne creerà altri. E, proprio questo, secondo Saraceno, è il problema e la ragione del suo invito ad andare “oltre le banche centrali”. Non solo perché l’affidarsi soltanto alle banche centrali ha effetti collaterali deleteri ma perché affidarsi <i>soltanto</i> alle banche centrali significa togliere dalle spalle della politica e dello Stato una responsabilità che invece dovrebbe essere anche delle politica e dello Stato. Perché l’inflazione, così come gli strumenti monetari che usiamo per combatterla, è una malattia con sintomi e conseguenze in primis sociali: impoverimento, concentrazione della ricchezza verso i ceti più alti e così via. Pensare che la sua risoluzione debba essere lasciata alla tecnocrazia delle banche centrali è sicuramente conveniente per chi governa nei periodi d’inflazione ma è il riflesso di un’ignavia politica che i problemi del presente e del futuro semplicemente non consentono più.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la<i> pars destruens </i>del libro di Saraceno è senz’altro efficace e ben argomentata, un po’ meno convincente appare la <i>pars costruens, </i>ovvero la proposta di soluzioni alternative – come per esempio l’invito alla concertazione che lo stesso autore ritiene improbabile e al ritorno a un’idea di “policy mix”, ovvero a un mix di diverse politiche economiche e industriali, mirate a individuare e a combattere le singole cause dell’inflazione una alla volta. E tuttavia, in quanto autore di un libro su logistica e supply chain, mi viene da obiettare che le tubature da cui passa l’economia globale sono talmente numerose e intricate che risalire, con precisione, ai punti in cui si sono guastate si rivela spesso una fatica di Sisifo. Tanto da far credere che la vera ragione per la predilezione della politica monetaria sia in realtà molto semplice, e in un certo senso deprimente: è l’unica che ci consente la complessità raggiunta dal sistema economico (o la nostra capacità di comprenderlo).</p>
<p style="text-align: justify;">Se sia davvero l’unica o meno, lo capiremo magari anche attraverso l’esperienza di questa crisi. Ma aldilà degli strumenti che eventualmente potrebbero sostituire o affiancare l’intervento delle banche centrali – e che potrebbero cambiare o meno l’idea di onnipotenza che gli abbiamo attribuito; l’auspicio è che a cambiare sia la rigidità, spesso dogmatica, con cui in questi decenni la politica economica ha concepito il funzionamento del mercato e il suo optimum.</p>
<blockquote>
<h3>Affidarsi soltanto alle banche centrali significa togliere dalle spalle della politica e dello Stato una responsabilità che invece dovrebbe essere anche loro.</h3>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ovvero, per lasciare l’ultima parola a Saraceno: “La politica economica dovrà perseguire una crescita stabile ed equilibrata, assicurandosi di non sacrificare la resilienza sull’altare di una crescita fine a se stessa e in fin dei conti fragile”.</p>
<p style="text-align: right;"><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/oltre-le-banche-centrali-francesco-saraceno-cesare-alemanni-il-tascabile/">Oltre le banche centrali di Francesco Saraceno</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Gianluigi Negro. Le voci di Pechino: come i media hanno costruito l’identità cinese &#8211; recensione di Lorenzo Andolfatto (ENG)</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/gianluigi-negro-cina-identita-mass-media-propaganda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Jul 2023 12:30:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[gianluigi negro]]></category>
		<category><![CDATA[media]]></category>
		<category><![CDATA[pechino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’uso di nuove e potenti tecnologie nei media ha contribuito a rivoluzionare il mondo della comunicazione e dell’informazione cinesi e lo ha fatto a tal punto che la questione non è più relegabile al solo piano nazionale, ma si è fatta globale. Questo il cuore tematico di uno dei lavori più avvicenti pubblicati dalla nostra [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="annotationLayer">
<p style="text-align: justify;">L’uso di nuove e potenti tecnologie nei media ha contribuito a rivoluzionare il mondo della comunicazione e dell’informazione cinesi e lo ha fatto a tal punto che la questione non è più relegabile al solo piano nazionale, ma si è fatta globale. Questo il cuore tematico di uno dei lavori più avvicenti pubblicati dalla nostra casa editrice. Per approfondire il tema, vi proponiamo, di seguito, un&#8217;interessante recensione al libro di Gianluigi Negro (Luiss University Press) apparsa di recente sulla rivista accademica SCOMS: Studies in Communication Sciences.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Gianluigi Negro. Le voci di Pechino: come i media hanno costruito l’identità cinese</h2>
<p style="text-align: justify;">Gianluigi Negro’s Le voci di Pechino: Come i media hanno costruito l’identità cinese (Bei-jing’s voices: How the media constructed Chinese identity) presents a much welcome intervention at the intersection of Sinology and Media Studies from a historiographical perspective. By tracking the diachronic shifts and continuities across different communi-cation technologies, practices, and policies in the People’s Republic of China (PRC), the book develops a systematic understanding of the role of media in the construction of mod-ern Chinese national identity. In doing so, it offers a valuable conceptual map for keeping track of the different actors and tensions that have shaped the Chinese media landscape from the rooftop loudspeakers of the Mao era to the Web 2.0 of today.</p>
<h2 style="text-align: justify;">“Good China stories”</h2>
<p style="text-align: justify;">On the background of late Xi Jinping’s autocratic push, the rabid proliferation of Wolf Warrior-like nationalism, and the steady flow of “good China stories” across all sorts of communication outlets, it would be easy and convenient to cast the whole of Chinese media as one broadcasting monolith geared at disseminating the party-state’s direc-tives. Yet, as this book’s eight agile chapters show, this would be a simplification. While it remains true that the history of the PRC and its current political arrangement have characterized the country’s media in their own distinctive ways, these emerge less as a uniform apparatus than a layered ecosys-tem in which political directives are negotiated with the demands of the market; foreign capital interacts with domestic investments; and Hollywood’s latest movies coexist with state-sanctioned productions and national blockbusters. It is to eschew such simplifica-tions and the ever-present scholarly vice of attributing “Chinese characteristics” to any phenomenon originating from this fabricat-ed entity we call “China” that Negro begins his analysis of the Chinese media system with a useful reflection on method (in chapter 2).</p>
<h2 style="text-align: justify;">The multifocal historical approach of Gianluigi Negro</h2>
<p style="text-align: justify;">Undergirded by solid familiarity with its variegated object of study as well as command of Chinese-language literature on the matter, Negro’s “multifocal historical approach” succeeds in the goal of “opening up the past” as an interpretative horizon for understanding the present and the future of Chinese society, without falling into the traps of technological determinism and revenant orientalism. The result of this approach is, as Negro argues, a “de-Westernized” history of Chinese media that productively intertwines material and technological concerns, administrative prac-tices, socio-political contexts, and the chang-ing epistemological valences of the notion of media communication itself.Negro’s methodological considerations lay the premises for a necessary reflection (presented in chapter 3) on the key concepts needed for defining a history of media in the PRC. Taking the foundation of the socialist republic as its point of departure, the book triangulates Chinese media in terms of “com-munication,” “system,” and “propaganda.” By focusing on the shifts in the idea of commu-nication frompre-Yan’an jiaotong (interactive communication) to post-1949 zhuanbo (top-down dissemination) in the early years of the PRC, the book brings attentions to the early influence of Western models in the develop-ment of Chinese media, but more important-ly to the gradual adoption of Soviet blueprints after 1949. The PRC’s geopolitical alignment with the USSR led to a systematization of the media apparatus across a constellation of bu-reaus and organs under the umbrella of the Chinese Communist Party’s (CCP) Propaganda Department, whose function was and is to shape public opinion and advance a coherent “collective vision” (weiguan) at the national, regional, and local level, according to the political leadership’s directives.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignnone wp-image-9729 size-full" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/07/Cina-oggi.jpg" alt="Gianluigi Negro" width="1920" height="1280" srcset="https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/07/Cina-oggi.jpg 1920w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/07/Cina-oggi-247x165.jpg 247w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/07/Cina-oggi-510x340.jpg 510w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/07/Cina-oggi-300x200.jpg 300w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/07/Cina-oggi-1024x683.jpg 1024w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/07/Cina-oggi-768x512.jpg 768w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/07/Cina-oggi-1536x1024.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<h2 style="text-align: justify;">The propaganda project</h2>
<p style="text-align: justify;">This vision was the product of a propaganda (xuan chuan) project that was not limited in purpose to mass mobilization, but also included educa-tion, community building, and networking between the different layers of society. As Negro ultimately argues, while the processes of economic reform put into place by Deng Xiaoping from the late 1970s led to a progres-sive liberalization of the Chinese media eco-system – and with it the transformation of the public from “citizens and spectators to users and consumers” (p. 49) – these foundational traits “continue to have a meaningful influ-ence nowadays” (p. 65).This system-oriented approach to Chi-nese media informs and is at the same time corroborated by the book’s three core chap-ters on the press and the radio (chapter 4), television and cinema (chapter 5), and the Internet (chapter 6). While – as the book’s structure suggests – each of these technologies could be considered as the most representative of one specific historical period (respectively the Mao era; the Deng era up to the third generation of the CCP leadership; and the post-Beijing Olympics globalized era), a closer look at their braided histories reveals, as Negro writes, “a continuity, rather than a discontinuity, in the evolution of China’s media system in the medium and long term” (p. 34).</p>
<h2 style="text-align: justify;">The idea of &#8216;new China&#8217;</h2>
<p style="text-align: justify;">This continuity can be characterized as a forward-oriented circularity, to the extent that all these communication technologies were mobilized for showcasing to the national and international public what the new Chinese nation ought to be, while the idea of “new China” itself kept being updated: from the socialist project of Mao Zedong to the socialist market economy of Deng Xiaoping and Jiang Zemin, the economic superpower of Hu Jintao, and the ultranationalist autocracy of today. Like these different visions of the nation, the media technologies that portrayed them did not progressively re-place each other, but rather engendered “a complex process of stratification, ever more global today” (p. 148).The strength of the book lies then in its capacity to cut through this layered history to show how each new media technology became, upon its adoption, a locus of con-vergence between political aspirations, technological innovations, economic concerns, and international resonances. Although the central government’s ever-present preoccupation with cultural hegemony and national identity (which translate into the practice of propaganda) played a crucial role in these processes, Negro’s particular attention to the administrative aspects of media technology adoption highlights how such concerns have always been grounded in the coordination of managerial practices and the proper functioning of material infrastructures at all levels of the country’s configuration, from the newspaper distribution networks (which relied on the national postal service) and the “radio reception operators” of the post-liberation era; the central state’s systematic overview of the “many processes of commercialization, pluralization, and liberalization of the television sector” (p. 90) that have been taking place during the 1980s; to the CCP’s ongoing efforts at reining in the tumultuous development of the Chinese Internet since the early 2000s (for example via the China Internet Network Information Center or the Central Cyberspace Affairs Commission recently created by Xi Jinping).All these threads are brought together by Negro in the book’s final chapter, which is centered around the notion of media convergence – “the gradual coming together of different media technologies that once used to be distinct [&#8230;] brought forth by the digi-talization of media content and the central role of the Internet” (pp. 128–129). While the concept of media convergence stems from Western media theory, Negro correctly points out that the equivalent term ronghe also plays an important role in relation to media policies in the text of the 12th Five-Year Plan for National Economic and Social Development drafted in 2011, as well as in the Guiding Principles for the Promotion of an Integrated Development of Traditional and Emerging Media – a white paper published by the Chinese government in 2014. Although the notion of ronghe as media convergence explains well the general orientation of the Chinese media landscape of today, one wishes here that the author did not follow (as an historian) the party line in such descriptively close fash-ion.</p>
<h2 style="text-align: justify;">The state’s official narration clash with the public sphere</h2>
<p style="text-align: justify;">In 2009, media scholar Yang Guobin described the Chinese Internet as a “contested” space in which the state’s official narration clashed with a new public sphere then in the making; to a certain extent, the same could be said of the Chinese media landscape as whole. In this respect, Negro’s insightful anal-ysis would have further benefited from also exploring those minor media outlets that, by trying to advance counter-narrations to the party-state’s vulgate of new China, were by the latter obliterated – one can think here of the independent animation of Pi San; the queer web drama Addicted (Shangyin); or the progressive online media platform Bullog.cn (Niubo wang). Were such “voices” brought into the conversation too, the reader would have better understood the topology of the grounds on which the party-state’s battle for cultural hegemony is being fought. These marginal notes notwithstanding, Negro’s book succeeds in presenting a his-tory of Chinese media on their own terms – one that does not pander to predictable yellow-perilist expectations; does not indulge in Cold-War reductions; nor does it flatten its object of study through a Western method-ological perspective. In an (Italian) publish-ing market in which a phantasmatic “West” is continually staged against millenarian drag-ons and empires, Beijing’s voices are definitely worth listening to.</p>
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<p style="text-align: right;">Recensione di Lorenzo Andolfatto</p>
<p style="text-align: right;">SCOMS: Studies in Communication Sciences</p>
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</div><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/gianluigi-negro-cina-identita-mass-media-propaganda/">Gianluigi Negro. Le voci di Pechino: come i media hanno costruito l’identità cinese – recensione di Lorenzo Andolfatto (ENG)</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Storia transgender. Radici di una rivoluzione &#8211; Intervista a Susan Stryker</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/storia-transgender-intervista-susan-stryker/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jun 2023 13:37:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[lgbtq+]]></category>
		<category><![CDATA[susan stryker]]></category>
		<category><![CDATA[transgender]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Professoressa emerita di Gender and Women&#8217;s Studies e co-direttrice del film Screaming Queens, che ha vinto un Emmy nel 2005, Susan Stryker è l’autrice di Storia transgender. Radici di una rivoluzione, pubblicato in Italia dalla nostra casa editrice Luiss University Press. Quella che vi proponiamo di seguito è un&#8217;intervista condotta da Mattia Mogetti apparsa oggi [...]</p>
<p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/storia-transgender-intervista-susan-stryker/">Storia transgender. Radici di una rivoluzione – Intervista a Susan Stryker</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Professoressa emerita di Gender and Women&#8217;s Studies e co-direttrice del film <em>Screaming Queens</em>, che ha vinto un Emmy nel 2005, <strong>Susan Stryker</strong> è l’autrice di <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/storia-transgender/" target="_blank" rel="noopener"><em>Storia transgender. Radici di una rivoluzione</em></a>, pubblicato in Italia dalla nostra casa editrice <strong>Luiss University Press</strong>. Quella che vi proponiamo di seguito è un&#8217;intervista condotta da Mattia Mogetti apparsa oggi su<em> ingenere.it,</em> che attraversa tutti i temi più cari del suo ultimo lavoro, approfondendone gli aspetti, le dinamiche e sfide principali in un momento in cui il genere rappresenta, negli Stati Uniti come in Italia, un campo di battaglia di rinnovata centralità nell’arena pubblica, e quindi sociale ed etica.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignnone wp-image-9460 size-full" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/06/Susan-Stryker.jpg" alt="Susan Stryker - Intervista" width="1400" height="906" srcset="https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/06/Susan-Stryker.jpg 1400w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/06/Susan-Stryker-247x160.jpg 247w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/06/Susan-Stryker-510x330.jpg 510w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/06/Susan-Stryker-300x194.jpg 300w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/06/Susan-Stryker-1024x663.jpg 1024w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/06/Susan-Stryker-768x497.jpg 768w" sizes="(max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></p>
<h2 style="text-align: justify;"><span lang="it" xml:lang="it"><strong>Nel prologo di<em> Storia transgender </em>scrive: &#8220;Spero che questo libro ti dia ciò di cui hai bisogno&#8221;. A quali bisogni intendeva rispondere e quale target aveva in mente quando l&#8217;ha scritto?</strong></span></h2>
<p style="text-align: justify;"><span lang="it" xml:lang="it">L&#8217;editore mi aveva chiesto di scrivere per gli studenti universitari un libro sulla storia delle persone transgender in relazione alla storia dei movimenti sociali e del femminismo in particolare. Sono rimasta sorpresa di come poi, di fatto, il libro abbia trovato un pubblico ben più vasto, diventando una sorta di introduzione al tema della storia transgender, anche per un pubblico non anglofono. Molte persone</span><span lang="it" xml:lang="it"> si sono stupite del fatto che portassi una voce personale, ma questa postura mi viene dalla metodologia femminista di scrivere sempre situando se stesse e il proprio punto di vista. La conoscenza non viene solo dallo studio, ma anche dal modo in cui vivi il tuo corpo nel mondo.</span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong><span lang="it" xml:lang="it">Da qui è iniziata la sua ricerca sulle questioni trans?</span></strong></h2>
<p style="text-align: justify;"><span lang="it" xml:lang="it">Ho imparato qualcosa sulle questioni relative alle persone trans perché io stessa vivo l’esperienza di essere una persona trans. È una conoscenza storica quanto quella che si trova in un archivio. Crescendo avevo pochissime informazioni sul tema, che in televisione veniva affrontato sempre in modo sensazionalistico o negativo. Le persone trans erano o barzellettistiche o tragiche, patetiche e spacciate. Ho pensato che dovesse esserci qualcosa di più. Che se io sono affamata di questo tipo di conoscenza, di certo anche altre persone hanno lo stesso desiderio. Quindi, perché non nutrire me stessa e magari così riuscire a nutrire altre persone? Questo era uno degli obiettivi del libro: sono una persona trans e sono curiosa della mia storia, ho fatto delle ricerche, ho cercato di raccontare questa storia pubblicamente e, piuttosto che presentare il libro come una risposta alle domande di chi lo avrebbe letto, l&#8217;ho pensato come un esempio del tipo di lavoro che potrebbero fare a loro volta.</span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><span lang="it" xml:lang="it"><strong>Come interpreta l&#8217;ondata di leggi transfobiche che sta attraversando gli Stati Uniti?</strong></span></h2>
<p style="text-align: justify;"><span lang="it" xml:lang="it">È un momento spaventoso per gli Stati Uniti.</span><span lang="it" xml:lang="it"> La destra organizzata si opponeva ai gay nell&#8217;esercito, al matrimonio tra persone dello stesso <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/genere-e-identita/" target="_blank" rel="noopener">sesso</a> e le questioni trans erano fino a tempi recenti abbastanza marginali, ma avendo perso alcune battaglie e avendone vinte altre – e mi riferisco all’aborto – è ora per la destra molto utile organizzarsi contro le persone trans, in un contesto in cui anche figure liberali o di sinistra ci hanno usato come strumento politico per infiammare le passioni della gente. </span><span lang="it" xml:lang="it">Gli ultimi sei mesi hanno visto una transfobia istituzionale senza precedenti, con oltre 550 leggi anti-trans in tutti gli Stati Uniti. In stati come Texas e Florida stanno cercando di rendere impossibile la vita alle persone trans.</span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong><span lang="it" xml:lang="it">Può farci qualche esempio?</span></strong></h2>
<p style="text-align: justify;"><span lang="it" xml:lang="it">In Texas, per esempio, i cittadini sono incoraggiati a segnalare le famiglie con bambini trans perché vengano sottoposte all&#8217;attenzione delle autorità competenti e separate dai figli qualora li sostengano nella loro esperienza di transgenerità. Stanno cercando di stabilire per legge l’immutabilità del corpo e il suo valore classificatorio: credono che sia naturalmente vero, ma devono renderlo tale attraverso il potere politico repressivo. Vogliono impedire che si cambi qualsiasi documento rilasciato dallo stato, imporre che si usi il pronome collegato al sesso assegnato alla nascita, limitare gli insegnanti e ostacolare l&#8217;assistenza sanitaria. Sta accadendo solo in alcuni atati, ma nella stragrande maggioranza, mentre gli altri si propongono come stati-santuario.</span><span lang="it" xml:lang="it"> </span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><span lang="it" xml:lang="it"><strong>Crede che il <em>backlash</em> in corso abbia la stessa matrice delle politiche che stanno prendendo di mira i diritti di diversi gruppi ridotti a minoranze, per esempio con l’attacco all’aborto?</strong></span></h2>
<p style="text-align: justify;"><span lang="it" xml:lang="it">I movimenti sociali contro le donne, contro le persone di sesso femminile, le persone trans e le persone razzializzate sono tutti legati all’idea su cui si basano la cultura occidentale moderna – in senso storico, dal 1492 a oggi – e l&#8217;ordine mondiale che è nato dal colonialismo europeo, dalla schiavitù e dall&#8217;inizio del capitale globale. E cioè che il corpo ti ancori in una gerarchia sociale. I corpi sono diversi gli uni dagli altri, la biologia è affascinante, complessa e varia, ma il potere usa la differenza corporea, che si crede immutabile e immodificabile, per legarti al tuo posto in un ordine sociale ingiusto, in modo che il tuo corpo diventi una risorsa per il profitto di qualcun altro. Questo aspetto chiaramente riguarda il razzismo, ma è anche legato all&#8217;idea che se hai una certa capacità riproduttiva questa deve essere controllata per riprodurre la nazione e il capitale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignnone wp-image-9462 size-full" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/06/intervista-stryker-1.jpg" alt="intervista stryker " width="1920" height="1616" srcset="https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/06/intervista-stryker-1.jpg 1920w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/06/intervista-stryker-1-247x208.jpg 247w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/06/intervista-stryker-1-510x429.jpg 510w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/06/intervista-stryker-1-300x253.jpg 300w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/06/intervista-stryker-1-1024x862.jpg 1024w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/06/intervista-stryker-1-768x646.jpg 768w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/06/intervista-stryker-1-1536x1293.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong><span lang="it" xml:lang="it">Perché abbiamo bisogno di una storia trans?</span></strong></h2>
<p style="text-align: justify;"><span lang="it" xml:lang="it">Le persone trans dimostrano che la convinzione dell&#8217;immutabilità del corpo è una menzogna. Mettono in discussione una categorizzazione sociale intesa come naturalmente radicata nella differenza biologica. Ma la storia mostra come non sempre e non ovunque le società hanno organizzato le categorie sociali in questo modo. Soprattutto, la consapevolezza di come non sia un fenomeno universale, ma storico, contingente e socialmente costruito, è molto potente. Le persone trans dimostrano la possibilità di superare ciò che la cultura dominante dice che il tuo corpo dovrebbe significare. È proprio per questo che vengono prese di mira: molti pensano che debbano essere cancellate perché la loro stessa esistenza rappresenta una minaccia a una certa visione del mondo. Molti sistemi stanno cambiando, a causa della <a href="https://www.ingenere.it/dossier/pianeta-infetto" target="_blank" rel="noopener noreferrer">crisi ecologica</a>, della crisi economica, delle crisi politiche, <a href="https://www.ingenere.it/dossier/violenza-digitale" target="_blank" rel="noopener noreferrer">di internet</a>, si sta diffondendo un nuovo senso del possibile, e le persone trans sembrano rappresentare questo cambiamento agli occhi di molti.</span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong><span lang="it" xml:lang="it">Quale evoluzione si aspetta dalla situazione attuale?</span></strong></h2>
<p style="text-align: justify;"><span lang="it" xml:lang="it">Difficile sapere cosa succederà, anche rispetto a quali leggi anti-trans riusciranno a farsi strada nel sistema giudiziario e quali, invece, saranno dichiarate incostituzionali. Certo, il sistema giudiziario è ora, per via delle nomine dell’amministrazione Trump, in maggioranza conservatore. Ed è probabile che la Corte Suprema sostenga le leggi anti-trans. Ma non siamo ancora a quel punto. Tra l’altro, ci sono precedenti, già negli anni Ottanta, in cui la Corte Suprema ha riconosciuto come le imposizioni di genere nell’abbigliamento costituiscano una discriminazione sessuale e violino il primo emendamento della Costituzione, che riconosce il diritto a esprimere liberamente le proprie convinzioni. Esiste cioè un diritto costituzionale a vestirsi come si vuole. Quindi cosa succederà? Staremo a vedere.</span><span lang="it" xml:lang="it"> </span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><span lang="it" xml:lang="it"><strong>Come racconta nel libro, l’attivismo trans e i suoi metodi sono profondamente cambiati nel tempo. E oggi l&#8217;esperienza trans* è ampiamente mediatizzata, nella cultura di massa come sui social, dove ci si scambiano informazioni, consigli e si condividono esperienze. L&#8217;affermarsi di spazi sociali digitali come ha cambiato il modo di fare attivismo?</strong></span></h2>
<p style="text-align: justify;"><span lang="it" xml:lang="it">Quando ho iniziato a fare attivismo nei primi anni &#8217;90 era un&#8217;esperienza molto personale e analogica. Comunità e attivistə si conoscevano tramite passaparola. Le persone spesso avevano e condividevano veri e propri archivi personali, con corrispondenza con medici o altre persone trans, riviste e newsletter della comunità. Ho iniziato lì a rendermi conto di quanto fosse diversa la scena trans di città in città, tra San Francisco e New York, Los Angeles, Chicago, Toronto, Montreal. Poi, con l&#8217;avvento di internet, si è potuto entrare in contatto con persone da tutto il mondo. Questo ha senz’altro cambiato sia l&#8217;esperienza dell&#8217;essere trans che l&#8217;organizzazione politica. Ora un&#8217;intera generazione di persone trans è cresciuta con questo maggiore accesso alle informazioni, guardando persone su YouTube o su Tiktok con i loro diari della transizione o che condividono informazioni su dove prendere gli ormoni, che parlano di proteste, leggi, di ciò che sta accadendo nella loro città o nel loro stato. Non so come sarebbe stato crescere con questo livello di informazione. </span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong><span lang="it" xml:lang="it">Perché la storia è così importante per leggere il presente, e il futuro?</span></strong></h2>
<p style="text-align: justify;"><span lang="it" xml:lang="it">In questo contesto, la storia continua a essere importante perché cerca di costruire una narrazione a partire dal caos dell’esperienza vissuta e, soprattutto per le persone giovani, perché permette di acquisire consapevolezza di ciò che è cambiato e dei legami con le lotte del passato. Serve a dare alle nuove generazioni una misura per giudicare la propria esperienza attuale. Le prove tangibili di come il passato sia stato diverso dal presente aiutano a comprendere l’attualità in relazione a ciò che è stato e a immaginare un futuro ancora diverso. Si comprende così che il cambiamento non solo è possibile, ma è la regola: in questo la storia è una forma di conoscenza radicale. Tutto cambia, anche se alcune circostanze sono più grandi di noi, ma è solo grazie alle azioni della collettività che possiamo vivere un presente diverso. Guardare al passato può dare speranza per il futuro.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Foto dell&#8217;autrice di @mattiolipro &#8211; Instragram</p><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/storia-transgender-intervista-susan-stryker/">Storia transgender. Radici di una rivoluzione – Intervista a Susan Stryker</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La democrazia del sapere o il culto dell&#8217;ignoranza negli States</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/il-culto-ignoranza-states-nemici-conoscenza-tom-nichols/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jun 2023 14:53:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[ignoranza]]></category>
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		<category><![CDATA[tom nichols]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La democrazia è democrazia. Non si scherza. Etimologicamente &#8211; e culturalmente &#8211; proviene dal greco δημοκρατία, composto da δῆμος «popolo» e -κρατία «-crazia». Una forma di governo in cui il potere risiede nel popolo, il quale esercita la sua sovranità attraverso istituti ufficiali. Insomma, il popolo decide i suoi rappresentanti e i suoi sovrani. O [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-democrazia-e-i-suoi-nemici/" target="_blank" rel="noopener"><strong>democrazia</strong></a> è democrazia. Non si scherza. Etimologicamente &#8211; e culturalmente &#8211; proviene dal greco <em>δημοκρατία,</em> composto da <em>δῆμος</em> «popolo» e -κρατία «-crazia». Una forma di governo in cui il potere risiede nel popolo, il quale esercita la sua sovranità attraverso istituti ufficiali. Insomma, il popolo decide i suoi rappresentanti e i suoi sovrani. O meglio, è il popolo stesso che diventa sovrano. Non più <strong>sacerdoti,</strong> né filosofi, né grandi<strong> sapienti illuminati</strong>, ma solamente coloro che ottengono il sostegno della moltitudine rappresentativa di uno Stato. Gli <strong>Stati Uniti</strong>, ad oggi, rappresentano certamente un esempio prototipico di questo tipo di <strong>governo;</strong> una fiducia tale che spinge addirittura ad esportarla in alcune regioni del mondo dove la sovranità rasenta ancora il feudalesimo, con tutti i limiti e le complicazioni del caso. Ma cosa succede quando la democrazia crea un livellamento sociale tale da mettere sullo stesso piano di verità gli esperti e i non esperti? Che succede quando l&#8217;individuo comune può arrivare a contraddire lo specialista di un determinato settore senza che tutto questo comporti uno scandalo, almeno sul piano gnoseologico?</p>
<h2 style="text-align: justify;">Democrazia e deriva del sapere negli Stati Uniti</h2>
<p style="text-align: justify;">In effetti, a ben vedere,<strong> democratizzare,</strong> non riguarda solamente<strong> l&#8217;assetto politico</strong>. La democrazia diventa anche una <em>Weltanschauung</em> pervasiva che raggiunge ogni ambito, così come la stessa intepretazione del mondo e dei fenomeni. Un atteggiamento che tende a rendere <strong>orizzontale</strong> ogni aspetto della società, così come le stesse <strong>competenze.</strong> La dialettica tra potere e non potere &#8211; al giorno d&#8217;oggi, dove la principale fonte di potere è rappresentata dalle informazioni a disposizione e dalla conoscenza &#8211; si è traspositata anche sulla diade conoscenza e non conoscenza. In democrazia, chi detiene il potere è sempre sotto osservazione, monitoraggio, dà fastidio per il fatto stesso che crea una <strong>verticalizzazione.</strong> Lo stesso atteggiamento potrebbe essere alla base di quella tendenza odierna a discriminare ogni forma di competenza e specializzazione: una tendenza a vedere di cattivo occhio i compententi, i tecnici, coloro che ne sanno di una specifica area del sapere. Di fatto, all&#8217;interno di una democrazia, le manifestazioni di competenza possono infastidire le persone, e per due ragioni specifiche: la prima è che tende a verticalizzare, come anticipato, mettendo qualcuno su di un piano più altro di qualcun altro. La seconda è che crea esclusione, un altro dato non proprio democratico.</p>
<h2 style="text-align: justify;">I nemici della conoscenza di Tom Nichols</h2>
<p style="text-align: justify;">La deriva di tutto questo aspetto è che, in <strong>America,</strong> ogni singolo individuo viene posto sullo stesso piano degli esperti, anche in ambiti che non gli competono: c&#8217;è il mito dell&#8217;uomo comune che può fare di tutto con la sua sola semplice volontà e libertà. Il <strong>cinema</strong> hollywoodiano è pieno di padri di famiglia che diventano eroi e scoprono un potere nascoto e celato dalla loro lineare <strong>tranquillità borghese</strong>. Proprio su questo punto si concentra <strong>Tom Nichols</strong>, attraverso il suo lavoro &#8221;La conosceza e i suoi nemici&#8221;, in cui analizza un fenomeno che sta largamente prendendo piede negli States: medici, professori, professionisti, specialisti, insomma, non sono più riconosciuti come i detentori di competenze specifiche a cui affidarsi, ma sono diventati odiosi, perché elitari e verticalizzati. Scompongono il modo di vedere orizzontale del popolo, rivendicano una differenziazione.</p>
<h3 style="text-align: justify;">L&#8217;ignoranza come virtù</h3>
<p style="text-align: justify;">Gli <strong>americani</strong> sono arrivati, secondo <strong>Tom Nichols</strong>, a considerare <strong>l’ignoranza,</strong> e soprattutto su ciò che riguarda la politica pubblica, una vera e propria virtù. Per gli americani rifiutare l’opinione degli esperti significa affermare la propria autonomia, un modo per isolare il proprio ego sempre più fragile e non sentirsi dire che stanno sbagliando qualcosa. È una nuova Dichiarazione di <strong>indipendenza:</strong> non riteniamo più ovvie queste verità, le consideriamo tutte ovvie, anche quelle che vere non sono. Tutte le cose sono conoscibili e ogni opinione su un qualsiasi argomento vale quanto quella di chiunque altro. Non siamo di fronte alla tradizionale avversione americana per gli intellettuali e i sapientoni. Sono un professore e lo capisco bene: alla maggior parte delle persone i professori non piacciono.</p>
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			Filosofia e società		</p>
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		<title>Resistere all’inevitabile</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/resistere-allinevitabile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[lup_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Mar 2023 15:25:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[nuove tecnologie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle società moderne esistono dei nuovi mezzi attraverso i quali le storiche strutture sociali indirizzano, categorizzano, valutano le nostre identità e azioni. Sono processi algoritmici, parzialmente o completamente automatizzati che suggeriscono, supportano e in altri casi finiscono per prendere decisioni che a loro volta modellano le prospettive di vita di cittadine e cittadini. Riferendomi a [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle <a href="https://luissuniversitypress.it/la-societa-fabbrica-digitalizzazione-delle-masse-e-human-engineering-lelio-demichelis/"><strong>società moderne</strong></a> esistono dei nuovi mezzi attraverso i quali le storiche<strong> strutture sociali</strong> indirizzano, categorizzano, valutano le nostre identità e azioni. Sono processi algoritmici, parzialmente o completamente automatizzati che suggeriscono, supportano e in altri casi finiscono per prendere decisioni che a loro volta modellano le prospettive di vita di cittadine e cittadini. Riferendomi a loro come decisori, non gli voglio attribuire un’<em>agency</em> o una <strong>coscienza.</strong> Ma mettere in discussione le facoltà che noi umani gli affidiamo, lo spazio che gli lasciamo, la fiducia di cui li investiamo. Ci stiamo ponendo delle domande meno urgenti di quelle che sarebbero più necessarie. Mentre l’attenzione del mondo si concentra su dibattiti che riguardano il raggiungimento di una intelligenza artificiale generale (AGI), scomodando paragoni con coscienza, emozioni e <em>agency</em> umane, vengono sviluppati (e implementati) processi automatizzati con<strong> effetti reali e problematici</strong> sulle persone e sulla società. Non li stiamo governando, perché ancora una volta stiamo approfittando della nostra stessa fiducia, autoconvincendoci della loro inevitabilità.</p>
<p>Se decidiamo di non dotare questi processi di vere<strong> capacità decisionali autonome</strong> e intelligenti, dobbiamo però fare i conti con il fatto che non stiamo parlando semplicemente di mezzi aggiuntivi che lasciano inalterate le pratiche e i processi ai quali subentrano. Quando adottata in contesti decisionali, <a href="https://luissuniversitypress.it/l-europa-regola-l-intelligenza-artificiale-ad-alto-rischio/" target="_blank" rel="noopener"><strong>l’intelligenza artificiale (IA)</strong></a> viene integrata nel comportamento dei <strong>decisori umani</strong> fino a modificarne il carattere, la portata e il potere. La definizione di processi decisionali automatizzati (in inglese, <em>automated decision-making processes, </em>ADM<em>) </em>non descrive solo il loro scopo finale, ovvero la capacità di raccogliere, elaborare e ordinare enormi quantità di dati attraverso algoritmi più o meno complessi al fine di informare parzialmente o completamente i processi decisionali, ma anche la loro dimensione sociopolitica. Non ci riferiamo semplicemente all’intelligenza artificiale in quanto tecnica, ma a sistemi e strutture progettati a scopi specifici di valutazione, categorizzazione e previsione sociale.</p>
<h2>Input, output e patterns</h2>
<p>Una caratteristica che accomuna molte di queste pratiche è il fatto di basarsi su dati storici, e il loro utilizzo per fare previsioni sul futuro basandosi su comportamenti passati. In questa prassi (ma ne esistono molte, per diverse tecniche statistiche) i sistemi vengono addestrati su una serie di dati, ai quali l’algoritmo (o la persona, in altri casi) assegna delle etichette in base a caratteristiche predefinite che individua. Un’etichetta viene associata a uno specifico valore di <em>input,</em> che viene poi utilizzato per produrre un <strong><em>output</em></strong> basato su una ricerca di <em>patterns</em>, ovvero di regolarità e somiglianze nei dati. Uno dei più grandi vantaggi di queste tecniche – e per il quale vengono paragonati ad alcune caratteristiche della mente umana – è la loro capacità di identificare<em> patterns</em> anche quando sono parzialmente nascosti.</p>
<p>A causa della grande <strong>quantità</strong> di dati che gestiscono e della scala a cui si applicano le loro decisioni, gli ADM possono – insieme agli altri comportamenti umani che replicano – riprodurre le discriminazioni e disuguaglianze presenti nelle nostre società. Non parliamo però solo di una riproduzione, di una copia digitale di ciò che succede nel reale fisico, come invece sostiene chi tende a equiparare <strong>processi decisionali umani</strong> e macchinici (chiedendosi ad esempio: “Ma se il rischio è la riproduzione di un pregiudizio umano, cosa cambia?”). La differenza, invece, sta nel fatto che grazie alla loro immediatezza le decisioni automatizzate possono applicarsi a milioni di persone contemporaneamente, determinando automaticamente restrizioni o divieti all’accesso a determinati servizi solo perché accomunati da una stessa categoria o <em>pattern</em>.</p>
<p>Gli impatti possono essere molto diversi tra loro, come le loro cause, e dipendono strettamente dal contesto in cui l’intelligenza artificiale viene inserita e applicata. Per la sua portata, una delle applicazioni più potenzialmente problematiche dei processi decisionali automatizzati è quella nei servizi pubblici. I governi di tutto il mondo stanno sempre più automatizzando le decisioni ad alta responsabilità, come ad esempio le agevolazioni sociali, l’individuazione delle frodi, l’allocazione dei servizi sanitari, delle pensioni e dei sussidi. In questo contesto, l’IA cambierà sempre di più la natura dell’accesso ai benefici pubblici, tanto che già da qualche anno si parla di welfare digitale. La politologa statunitense Virginia Eubanks, ad esempio, in <em>Automating Inequality: How High-tech Tools Profile, Police, and Punish the Poor</em> (St. Peter Press 2018), parla di <em>feedback loops</em> di ingiustizie e di automazione delle disuguaglianze (2018) per descrivere la situazione di alcune famiglie negli Stati Uniti le cui vite sono state impattate da processi decisionali automatizzati. Eubanks si riferisce ad algoritmi (che diventano poi modelli) impiegati per c<strong>ompiere previsioni future</strong> (partendo da dati storici), come il rischio di recidiva o la possibilità di ripagare un prestito. Ma se pensiamo a famiglie in condizioni di difficoltà di vario tipo, che si rivolgono al sostegno pubblico o che in passato sono entrate nel mirino delle forze dell’ordine a causa di discriminazioni strutturali, in breve tempo assistiamo a sistemi che sovra-campionano queste famiglie, perché il set di dati rappresenta solo casi simili di chi ha avanzato richieste di sussidi o che è già stato arrestato in precedenza. Ne consegue che risorse e attenzioni vengono riservate a una porzione di popolazione, sottoposta a un controllo supplementare e a un’eccessiva sorveglianza.</p>
<p>Le <strong>implicazioni,</strong> sia teoriche sia pratiche, della pretesa di prevedere in modo strutturale il futuro in base ad attitudini passate e disuguaglianze istituzionalizzate sono gigantesche, sicuramente di grande interesse per le scienze politiche e sociali, ma che dovrebbero interessare per prima cosa la responsabilità politica dei governi. Ci viene in aiuto un esempio, che riguarda il primo caso europeo di discriminazione di massa basata sui dati a danno di 35mila famiglie. Il <em>Toeslagenaffaire, </em>uno scandalo legato ai sussidi per la crescita dei figli che ha investito i Paesi Bassi nel gennaio del 2021, ha causato danni economici difficilmente riparabili a moltissimi cittadini, ai quali è stato erroneamente e illegalmente richiesto il rimborso completo e <strong>retroattivo</strong> di tutti gli assegni per l’assistenza all’infanzia ricevuti nell’arco di dieci anni. Un anno fa, il gabinetto di Mark Rutte, primo ministro olandese, è stato costretto alle dimissioni anticipate in seguito alla diffusione di un rapporto elaborato da una commissione parlamentare d&#8217;inchiesta intitolato <em>Ingiustizia senza precedenti</em>, che mostrava un quadro disastroso riguardo le attività dell’autorità fiscale e di alcuni ministeri. I Paesi Bassi sono allo stesso tempo tra i Paesi europei dove i sussidi e i benefici statali sono più diffusi (come ad esempio i debiti universitari o l’assistenza alla casa) e dove i costi degli aiuti all&#8217;infanzia sono tra i più alti dei Paesi Ocse. A seguito di diversi episodi di frode organizzata da parte di persone che richiedevano i sussidi pur non vivendo stabilmente nel Paese, il governo olandese aveva da qualche anno potenziato i controlli, rendendoli più sistematici e rigorosi. Oggi sappiamo che nelle richieste non era ammesso nessun tipo di errore ortografico, e che ogni modulo contenente campi compilati parzialmente veniva considerato come una richiesta potenzialmente fraudolenta. Un essere umano farebbe una scelta simile?</p>
<h2>Un algoritmo per calcolare il rischio</h2>
<p>A partire dal 2010, l’autorità fiscale aveva integrato un primo algoritmo di <strong>identificazione</strong> del rischio (<em>risk-detection</em>) per elaborare i documenti compilati dalle famiglie e inviati all’amministrazione. Nel caso di una casella compilata in modo errato o di una firma omessa, gli assegni di assistenza all’infanzia venivano automaticamente sospesi e richiesta la restituzione di tutti gli aiuti percepiti in precedenza. La funzionalità tecnica dell’algoritmo era considerata assolutamente soddisfacente, perché lavorava perfettamente per il compito che gli era stato affidato: rilevare qualsiasi tipo di anomalia in un regime di<strong> zero tolleranza</strong>. Un secondo algoritmo di previsione del rischio (<em>risk-prediction</em>) chiamato SyRi (<em>Systeem Risico Indicatie</em>) veniva usato per automatizzare la selezione dei beneficiari degli assegni da sottoporre a ulteriori controlli da parte del fisco. Il sistema, programmato per imparare autonomamente, ha ricavato dei fattori di rischio sulla base dell’analisi dei dati storici, ovvero dei casi noti di frode positivi e negativi. Questo metodo di analisi, che come già accennato rappresenta uno degli utilizzi più diffusi dei processi automatizzati, apre a molti potenziali rischi di discriminazione, specialmente se impiegati su campioni di popolazione così ampi (e infatti, il tribunale dell’Aia lo ha giudicato una violazione dei diritti umani nel 2020). I fattori di rischio – che nell’apprendimento automatico sono individuati nei pesi (<em>weights</em>) – dovrebbero essere il più possibile privi di qualsiasi effetto pregiudizievole indesiderato sulle minoranze e sui <strong>diversi status socioeconomici.</strong> L’eliminazione di tali pregiudizi richiede vigilanza, monitoraggio costante, verifiche casuali e un certo scetticismo nei confronti delle raccomandazioni dell’algoritmo. In queste fasi di controllo si gioca l’attribuzione del ruolo decisionale. L’autorità olandese per la protezione dei dati, intervenuta per verificare l’affidabilità dei processi in seguito a diverse segnalazioni, ha scoperto che il sistema aveva imparato a discriminare in base alla prima nazionalità dei richiedenti. Dopo aver creato un <strong>modello identico</strong> ed effettuato un test di prova controllando solo per questa caratteristica, ha riscontrato che l’algoritmo aumentava il rischio di frode per le persone di origine non olandese rispetto a quelle olandesi, a parità di altre condizioni. Ne è emerso che a essere sproporzionalmente accusati erano i residenti di origine straniera, e che se l’algoritmo identificava come sospette delle famiglie di origine straniera in uno specifico asilo, ad esempio, automaticamente applicava lo stesso indice di rischio a tutte le famiglie della stessa origine sparse per i Paesi Bassi. Il sistema, euristicamente, ha concluso in più episodi che i beneficiari del welfare con una storia migratoria sono più inclini alle frodi (e non, ad esempio, semplicemente meno avvezzi alla burocrazia olandese), ha affinato e applicato questa regola nel corso di dieci anni, fino a scolpirla nel codice e renderla una prassi automatizzata. Come nota <strong>Eubanks,</strong> quindi, i gruppi sociali già potenzialmente discriminati si trovano ad affrontare livelli più elevati di raccolta dati e quindi hanno più probabilità di venire sospettati. In questo caso, il sospetto ha coinciso con la perdita di ogni tipo di assistenza statale.</p>
<p>È in questo senso che il ruolo decisionale acquisisce forma e senso in base al potere che affidiamo alle macchine. Concretamente, le decisioni che hanno causato questi danni alle famiglie sono state algoritmiche, perché il ruolo umano di controllo e approvazione della raccomandazione non c’è stato, così come non ci sono state valutazioni <em>ex post</em> da parte degli amministratori umani. La catena del processo decisionale si è interrotta prima del dovuto, e molte delle persone formalmente coinvolte – dai politici ai designer, passando per amministratori pubblici e tecnici dei ministeri – hanno affidato completamente la decisione alle macchine.</p>
<p>Lo scandalo è nato dal fatto che alle famiglie, di fronte alle accuse di frode e alle richieste di rimborso, non è stata data la possibilità di fare ricorso o di contestare le decisioni. Dalle sentenze e dalle analisi tecniche emerge come l’autorità fiscale olandese abbia fallito nel monitorare e vigilare sul funzionamento di entrambi gli algoritmi nel corso degli anni, fidandosi ciecamente dei sistemi e, da ciò che emerge dai racconti, affidandosi completamente ai loro risultati. Non solo: la politica era così fiduciosa e ottimista che i ministeri e funzionari responsabili di quel processo non erano nemmeno informati del suo funzionamento (e in alcuni casi nemmeno della sua esistenza).</p>
<h2>Deresponsabilizzazione umana e automazione decisionale</h2>
<p>I casi di <strong>deresponsabilizzazione umana</strong> e fiducia cieca nell’<em>output</em> algoritmico nei contesti di automazione dei processi sono diffusi, e anzi verrebbe da dire che hanno sempre fatto parte del nostro modo di relazionarci con la tecnologia. Ne scrivevano già estensivamente i costruttivisti sociali, come il filosofo<strong> Andrew Feenberg</strong>, ricostruendo la storia della neutralità e del determinismo tecnologici. A partire dalla prima rivoluzione industriale, questi approcci all’innovazione ci hanno portato a concepirne qualsiasi tentativo come un processo inevitabile perché completamente assimilata a uno sviluppo economico e industriale. In base a questa logica, l’essere umano vede il prodotto tecnologico come oggettivo, neutrale e incapace di commettere errori. Non solo: ogni processo di questo tipo ci sembra inarrestabile, fuori dalla nostra capacità individuale e collettiva di intervento. Da ciò consegue che esso non necessiti di supervisione o controllo per anticipare certe conseguenze e invertirne il corso. Questa tendenza ha avuto molte conseguenze, tra cui quella di progettare e programmare tecnologie che si allontanano sistematicamente dalle condizioni empiriche dell’esistenza, e quindi dal contesto socioculturale in cui vengono prodotte e dalle sue esigenze. Altri studiosi che hanno contribuito al dibattito costruttivista, come <strong>Donald Mackenzie e Judy Wajcman</strong>, nel 1999 (<em>The Social Shaping of Technology</em>, Paperback) sostenevano che l’unico modo per testare la neutralità di una tecnologia sia farlo attraverso un esperimento mentale simile al velo d’ignoranza rawlsiano. Se non sappiamo quale scopo dovrà soddisfare una data tecnologia, o il motivo per cui è stata prodotta, allora possiamo definirla neutrale. Altrimenti, qualsiasi tecnologia è storicamente situata, implicando delle combinazioni di obiettivi e scelte che determinano delle scale di valori e che spesso riflettono l’ineguale distribuzione del potere.</p>
<p>L’allontanamento della programmazione dalle<strong> contingenze ed esperienze</strong> si nota nel caso olandese nella pratica totalizzante (e controproducente) che portava all’identificazione di qualsiasi errore umano come un potenziale indicatore di rischio. Il pregiudizio appreso e replicato dall’algoritmo sulla nazionalità dei richiedenti, poi, non ha origine negli elementi tecnici e perfettamente funzionanti, ma nella loro specifica configurazione in un mondo reale di tempi, luoghi, eredità storiche. In assenza di norme esplicite o codici che discriminano tra persone di classi, generi o nazionalità diverse, i risultati algoritmici sono generalmente rappresentati o interpretati come giudizi fattuali che attribuiscono abilità o meriti, disabilità o demeriti alle categorie più o meno favorite. Come se il trattamento equo potesse essere definito solo per le uguali condizioni di partenza (l’uguaglianza non davanti alla legge, ma all’algoritmo), e non per tutto quello che accade nel corso dell’<strong>apprendimento automatico</strong>, che può generare iniquità sistemiche assegnando a ogni persona uno o più etichette, astraendo dal caso singolo e penalizzando l’intero gruppo sociale per la condivisione di anche una sola caratteristica. In questo senso, la sociologa Judy Wajcman nei suoi studi sul tecnofemminismo auspicava una <strong>riscoperta</strong> della contingenza, mentre Donna Haraway parlava di esperienze situate. Siamo di fronte al trionfo delle generalizzazioni, dove rischiamo di perdere la capacità discrezionale che identifica eccezioni, particolarità, e semplice diversità. Joseph Weizenbaum, considerato uno dei padri dell’intelligenza artificiale, scriveva in <em>Computer Power and Human Reason</em> (1976) che non dovremmo mai permettere ai computer di prendere decisioni importanti, perché mancheranno sempre di qualità umane come la compassione e la saggezza.</p>
<h2>Scelte individuali o responsabilità collettive?</h2>
<p>Come nei più gravi casi di <strong>discriminazione</strong> <strong>di massa</strong>, l’identità sussunta delle vittime del <em>Toeslagenaffaire</em> è stata decisiva per far ricadere centinaia di persone in ancora più gravi <strong>difficoltà</strong> finanziarie e fargli perdere l’assistenza, il lavoro, la casa, e in alcuni casi la vita stessa. L’attribuzione di identità da parte delle <strong>macchine</strong> avviene in base a criteri binari, e spesso è dedotta da altre caratteristiche. Tipico è l’esempio del genere, stabilito automaticamente a partire dal nome proprio, oppure dai vestiti indossati o dai lineamenti del viso (nel caso del riconoscimento biometrico), con la presunzione di attribuire a una persona un genere che non sempre corrisponde a quello in cui si identifica. Os Keyes ricerca il rapporto tra <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/intelligenza-artificiale-edizione-limitata-2018/" target="_blank" rel="noopener"><strong>intelligenza artificiale</strong></a> e transessualità, insistendo sulla radice epistemica del problema di classificazione dell’identità. Denuncia la ricaduta in un rigido materialismo della differenza: quando l’IA viene interpretata come una fonte di verità, rischia di rafforzare ulteriormente una nozione di identità come fissa, oggettiva, essenziale. In questo scenario, all’esistenza umana viene tolto spazio per divenire, modificarsi, cambiare idea, distaccandosi dalle sue scelte passate. Oltre al SyRi, i Paesi Bassi negli ultimi anni hanno sperimentato un altro sistema predittivo chiamato Top600, che calcola il rischio di diventare criminali per gli adolescenti olandesi. I 400 giovani con il punteggio più alto dovrebbero essere monitorati dalla polizia, anche in assenza di indizi di reato o di storie criminali alle spalle. Poiché le <strong>analisi</strong> del rischio spesso mancano di trasparenza e di spiegazioni, spesso non è possibile sapere cosa pesa maggiormente nella definizione del rischio. Ciò può portare a violazioni del diritto alla privacy, alla parità di trattamento e alla non discriminazione. <strong>L’infiltrazione</strong> della predittività nelle nostre vite può privarci della percezione di un futuro aperto, possibile, in cui fare la differenza. Questo, se ci pensiamo, può avere un impatto distruttivo sulla società in generale. Portato all’estremo, significa avere a che fare con strutture sociali ci identificano e definiscono senza ammettere cambiamenti, senza lasciare spazio all’incertezza. Come potremmo maturare, voler fare di meglio, se sapessimo già esattamente qual è il nostro destino? Se l’automazione pretende di agire su processi completi e finiti, che spazio rimane all’agire umano, che invece è parzialmente aperto, sempre in divenire e intrinsecamente non finalizzabile? Da qualche anno, lo studioso di diritto e <strong>professore Frank Pasquale</strong> solleva preoccupazioni sulle conseguenze di una “reputazione digitale” determinata da <strong>processi automatizzati</strong>, proprio per il suo ruolo determinante nel definire le possibilità di vita di una persona o di interi gruppi. Effettuando valutazioni basate sulle esperienze passate che modellano il set di opportunità future in base a categorie predefinite, è chiaro che questi sistemi esercitano una forte influenza sul rapporto tra scelte individuali e risultati collettivi. Anziché chiedersi se possiamo attribuire o meno a un’intelligenza artificiale una coscienza, dovremmo chiederci come queste raccomandazioni influiscono nel plasmare i nostri obiettivi, aspirazioni e autocomprensione. Come si comporterà un adolescente considerato come potenzialmente sospetto per tutta la sua crescita? In che modo la classificazione in cui ricadono influenza le persone, e che strumenti hanno queste persone per resistere a questa inevitabile categorizzazione?</p>
<h2>L&#8217;intelligenza artificiale tra Cartesio e Newton</h2>
<p><strong>Abeba Birhane</strong>, tra le voci più interessanti degli studi critici sugli algoritmi, fa notare che i <strong>processi di apprendimento automatico</strong> che pervadono la sfera sociale incarnano i valori fondamentali delle visioni del mondo cartesiana e newtoniana, in cui si presume che i comportamenti storici – fluttuanti e interconnessi – possano essere formalizzati, raggruppati e previsti in modo neutrale. Come scienzata cognitiva, afferma che i sistemi di IA non capiscono, non intendono, non empatizzano, non sentono, non sperimentano: attività che richiedono la creazione di senso e un’esistenza incarnata, una relazione continua con gli altri e con il mondo. Weizenbaum faceva una distinzione cruciale tra decidere e scegliere: la decisione è un’attività computazionale, qualcosa che può essere programmato. È la capacità di scegliere che, in ultima analisi, ci rende umani, come prodotto del giudizio critico che include elementi irrazionali.</p>
<p>La <strong>differenza</strong> tra decisione e scelta, in questo senso, riflette quella tra <em>automazione</em>, intesa come rapporto di cieca fiducia e assenza di controllo – e quindi delega completa alla macchina – e <em>aumento </em>delle capacità umane. Ciò riguarda il modo in cui vogliamo gestire una parte considerevole del nostro futuro, e quale ruolo vogliamo assegnare al supporto decisionale automatizzato nelle decisioni sulle nostre vite. Ciò richiede un allontanamento dall’inevitabilità, forte presenza e consapevolezza finora dimenticate. Se facessimo l’errore di autoconvincerci definitivamente di questa inevitabilità, riusciremmo mai a reagire e resistere a certe tecnologie? L&#8217;ossessione di imitare l’intelligenza umana ci ha allontanati dal<strong> pensare l’IA come supporto</strong>, perché l’idea di tagliare i costi fa sembrare più facile sostituire gli esseri umani con una macchina invece che ripensare i processi. L’integrazione e l’investimento in tecnologie che enfatizzino il rapporto utente-macchina rispetto all&#8217;autonomia decisionale che stiamo affidando loro è l’obiettivo che dovremmo porci come individui e collettività, a partire dai luoghi pubblici decisionali.</p>
<p>Agli olandesi che scendono in piazza per chiedere :“Perché siamo stati accusati ingiustamente?” dovremmo rispondere con pratiche che mettano al centro il punto di vista delle persone coinvolte. Ascoltando le loro esperienze per rafforzare cosa possono fare le amministrazioni pubbliche. Ciò aiuterebbe a colmare la distanza tra le aspettative istituzionali, la ricerca empirica e la sperimentazione politica: l’unico modo è allontanarsi dall’innovazione come obiettivo in sé; o almeno di darle una giusta definizione.</p><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/resistere-allinevitabile/">Resistere all’inevitabile</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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