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	<title>Contributo - Luiss University Press</title>
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	<description>Casa editrice dell'Universit&#224; Luiss</description>
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	<title>Contributo - Luiss University Press</title>
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	<item>
		<title>Inquinamento cloud</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Sep 2024 10:41:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributo]]></category>
		<category><![CDATA[LMDP]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Daniele Signorelli]]></category>
		<category><![CDATA[cloud]]></category>
		<category><![CDATA[digitalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A cosa vi fa pensare una parola come “cloud”? Applicata al mondo digitale, di cui è una componente essenziale, la nuvola di Internet evoca un ambiente celeste, immateriale e sostenibile. Visto così, il cloud è quel luogo etereo dove vengono salvati i dati che non conserviamo su computer e smartphone, che ci permette di inviare [...]</p>
<p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/inquinamento-cloud-articolo-andrea-daniele-signorelli-digitalizzazione-lmdp/">Inquinamento cloud</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">A cosa vi fa pensare una parola come <strong>“<a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/inferno-digitale/" target="_blank" rel="noopener">cloud</a>”</strong>? Applicata al mondo digitale, di cui è una componente essenziale, la nuvola di Internet evoca un ambiente celeste, immateriale e sostenibile. Visto così, il cloud è quel luogo etereo dove vengono salvati i dati che non conserviamo su <strong>computer e smartphone</strong>, che ci permette di inviare file di grandi dimensioni direttamente via web (senza usare chiavette o hard disk), che rende possibile usare software senza doverli scaricare sul computer e archiviare una vita intera di foto e video.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Tutto viaggia nel cielo di Internet, in quel cloud che – dal punto di vista del marketing – rappresenta una delle etichette più indovinate degli ultimi decenni. Se usciamo dalla metafora celeste, scopriamo però che dietro il cloud – la cui accezione più ampia indica l’insieme delle infrastrutture che rendono possibile la conservazione e il trasferimento di dati tramite Internet – troviamo <strong>cavi sottomarini</strong> che viaggiano letteralmente per milioni di chilometri, fibre ottiche, antenne e ripetitori, condizionatori, trasformatori, sterminati magazzini pieni di server e altro ancora.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Non esiste nessun cloud: esistono invece tubi, ingranaggi, apparecchi, processori e sterminati macchinari informatici in funzione non stop, che nel caso dei più grandi <strong>data center</strong> del mondo arrivano a occupare un’area grande anche un milione di metri quadrati (è il caso del China Telecom-Inner Mongolia Information Park). E che devono essere costantemente tenuti al freddo: “Le frizioni molecolari dell’industria digitale si trasformano in calore, che è il prodotto di scarto del potere di calcolo”, si legge in uno studio del Mit di Boston. “Il calore, di conseguenza, dev’essere costantemente tenuto a bada affinché il motore digitale possa ronzare 24 ore su 24, ogni singolo giorno”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Di conseguenza, questi magazzini di server e computer devono essere costantemente raffreddati (la temperatura ideale è attorno ai 20°) utilizzando giganteschi impianti di aria condizionata. Nella maggior parte dei data center odierni, il raffreddamento rappresenta oltre il <strong>40% dell’energia consumata</strong>, proveniente in molti casi da fonti fossili. In poche parole, il cloud va anche a carbone.</span></p>
<h2>La sostenibilità tra mitologia e marketing</h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Che la <strong>dematerializzazione</strong> e la <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-guerra-dei-metalli-rari-pitron-seconda-edizione-libro-luiss-university-press/?_gl=1*1b1xuxd*_up*MQ..*_ga*NTUxMTA1MzcyLjE3MjU4NzgzOTk.*_ga_GLRXHDRS4F*MTcyNTg3ODM5Ni4xLjEuMTcyNTg3ODQwOS4wLjAuMTc2NDQ5MTM2NQ.." target="_blank" rel="noopener"><strong>digitalizzazione</strong></a> della società facessero rima con sostenibilità è quindi qualcosa che – magari contestualmente al termine cloud – è stato probabilmente inventato negli uffici marketing delle realtà interessate a far passare questo messaggio. Un esempio classico è quello delle email, che ci fanno risparmiare carta e non devono essere trasportate da corrieri o da postini. Eppure, per quanto una singola email consumi pochissimo (circa 4 grammi di CO2 se priva di allegati), questa piccola somma va moltiplicata per gli oltre 300 miliardi di email che vengono inviate ogni giorno. Alcune di queste, inoltre, contengono allegati che possono far lievitare la quantità di emissioni provocate fino a 50 grammi l’una. Il risultato è che i maggiori utilizzatori di email possono creare anche 1,6 chilogrammi di CO2 ogni giorno solo utilizzando la posta elettronica.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Aggiungiamoci le ricerche su <strong>Google</strong>, i social network, i messaggi di Whatsapp, la musica e le serie tv in streaming, i videogiochi online e tutto ciò a cui potete pensare. Il risultato è che oggi il cloud, nel suo complesso, ha un impatto ambientale superiore a quello dell’industria aeronautica. Collettivamente, i data center consumano qualcosa come 200/300 terawattora all’anno, circa lo 0,3% di tutta l’energia consumata a livello globale. Se però prendiamo in considerazione l’intero ecosistema che ruota attorno alla rete (compresi i dispositivi utilizzati per navigare), questa percentuale supera il 3%.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Che cos’è che fa sì che sia necessaria una tale quantità di energia per far funzionare la rete digitale? Al di là del <strong>raffreddamento</strong>, c’è un altro aspetto fondamentale: poiché Internet è ormai l’infrastruttura che consente il funzionamento stesso delle economie almeno parzialmente avanzate, i data center devono essere iper-ridondanti. Se un sistema smette di funzionare, ce n’è quindi immediatamente un altro pronto a prendere il suo posto.</span></p>
<h2>Una matrioska della ridondanza</h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">È una specie di matrioska della ridondanza:<strong> <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-guerra-dei-metalli-rari-pitron-seconda-edizione-libro-luiss-university-press/?_gl=1*1b1xuxd*_up*MQ..*_ga*NTUxMTA1MzcyLjE3MjU4NzgzOTk.*_ga_GLRXHDRS4F*MTcyNTg3ODM5Ni4xLjEuMTcyNTg3ODQwOS4wLjAuMTc2NDQ5MTM2NQ.." target="_blank" rel="noopener">server</a></strong> e non solo che si attivano immediatamente quando chi li precede nella catena ha qualche problema e che, per questa ragione, devono essere costantemente pronti all’uso. Secondo alcune analisi – tra cui un’inchiesta del </span><i><span style="font-weight: 400;">New</span></i> <i><span style="font-weight: 400;">York</span></i> <i><span style="font-weight: 400;">Times</span></i><span style="font-weight: 400;"> – in certi data center solo una percentuale tra il 6 e il 12% dell’energia richiesta serve effettivamente ai processi informatici in corso, mentre tutto il resto è dedicato a mantenere operativi i sistemi di riserva e al raffreddamento.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Quali sono i rimedi per evitare che i consumi del digitale diventino insostenibili? Da una parte, ci sono i data center più avanzati – come quelli di proprietà di Google, Facebook o Amazon – che stanno rapidamente transitando verso il “carbon neutral”, principalmente grazie all’utilizzo di energie rinnovabili. Dal momento che i data center più piccoli e tradizionali sono spesso anche meno efficienti e proporzionalmente più energivori, la transizione di molti piccoli centri all’interno di quelli più grandi (ciò che avviene quando, per esempio, l’infrastruttura di rete di un’azienda viene trasferita su AWS, il cloud di Amazon) può ridurre grandemente i consumi. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Se tutto il cloud passasse ai centri più grandi e avanzati, <strong>le emissioni potrebbero scendere</strong> anche del 25%. Un risparmio che, però, rischia già di essere vanificato: si stima infatti che nel prossimo decennio le infrastrutture di data storage dovranno triplicare le loro dimensioni e che i consumi legati al mondo digitale cresceranno a livello esponenziale. Com’è possibile una crescita di questo tipo, considerando che più della metà del pianeta è già oggi connessa a Internet?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Il punto è che a influire sulla crescita non è tanto il numero di utilizzatori, ma la quantità di dati <strong>crescente richiesta</strong> dai più recenti servizi online. L’esempio più chiaro è quello delle piattaforme di streaming video, che in pochi anni hanno mangiato una fetta enorme del traffico dati e che, trasmettendo a una definizione sempre maggiore, richiedono una quantità di banda in continua crescita. Secondo il più recente report di Ericsson, i video consumano oggi il 69% di tutto il traffico di banda del mondo: una percentuale destinata a raggiungere il 79% nei prossimi cinque anni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Di fronte a tutto ciò, il risparmio di plastica e altro provocato dalla quasi scomparsa dei supporti fisici (dvd, cd eccetera) rischia di essere inutile. Lo stesso discorso vale per la<strong> musica</strong>: lo streaming audio è responsabile solo negli <strong>Stati Uniti</strong> di circa 300mila tonnellate di CO2 l’anno. Si stima addirittura che, se ascoltate lo stesso album per più di 27 volte nel corso della vostra vita, sia più sostenibile comprare un cd che sentire quel disco in streaming.</span></p>
<h2>La crescita esponenziale del traffico dati da mobile</h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Osservare la crescita del <strong>traffico dati da mobile</strong> dà un’idea forse ancora più lampante della situazione: nel 2020, i dati inviati e ricevuti non superavano i 50 exabyte al mese. Nel 2023 questa cifra sarà già triplicata e nel 2027 si prevede che supererà i 350 exabyte: un aumento del 700% in meno di un decennio. Inevitabilmente, tutto ciò si riflette anche sulle emissioni globali causate dal digitale, che entro il 2025 raddoppieranno, raggiungendo il 7% del totale. Attorno al 2040 potrebbero addirittura rappresentare il 14% (poco meno di quanto consumano gli Stati Uniti d’America).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">L’aspetto più preoccupante è che queste stime rischiano di sottovalutare il problema. Che cosa succederebbe, infatti, se una tecnologia come il metaverso si diffondesse nel modo auspicato da <strong>Mark Zuckerberg</strong>? Se tutti noi passassimo una parte delle nostre giornate attaccati a uno<strong> strumento energivoro</strong> come i visori per la realtà virtuale e immersi in un ambiente online, digitale ad alta definizione? E se, terminato l’utilizzo della realtà virtuale, uscissimo di casa indossando un visore per la realtà aumentata, che sovrappone elementi digitali (generati online in tempo reale) al mondo che ci circonda? Qualora le tecnologie di<strong> “extended reality”</strong> si diffondessero tra la massa di utenti, un report di Intel prevede un aumento del potere computazionale pari a mille volte quello attuale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Aggiungiamo a tutto ciò i colossali consumi causati da strumenti che, in futuro, potrebbero avere un ruolo sempre più importante – come i bitcoin (che da soli consumano circa la metà di tutti i data center del pianeta) o gli <strong>NFT</strong> – e la quantità impressionante di metalli rari e pesanti estratti dalla Terra per far funzionare gli oltre sette miliardi di smartphone costruiti dal 2007 a oggi e tutti gli altri computer, tablet, visori e console (che poi finiscono in colossali discariche a cielo aperto come quella di Agbogbloshie in Ghana): il quadro, per quanto semplificato, inizia a essere completo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">C’è qualche motivo per essere invece ottimisti? Fortunatamente, sì. Per esempio, nonostante tra il 2010 e il 2018 il carico di lavoro di server e data center sia aumentato del 2.600%, l’energia consumata è cresciuta solo del 10% grazie all’efficienza crescente degli strumenti utilizzati. Riusciremo a migliorare a tal punto l’efficienza dei data center da sconfessare le stime più negative e limitare la crescita oggi prevista? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Allo stesso tempo, i radicali cambiamenti apportati alla seconda <strong>blockchain</strong> per importanza (Ethereum, la principale piattaforma per la creazione di NFT) hanno permesso di far scendere i suoi consumi da 93 terawattora l’anno – quanto una nazione come le Filippine – a una percentuale risibile (0,01 TWh). La speranza è che anche i bitcoin possano seguire una traiettoria simile (anche se, per il momento, non è all’orizzonte). </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">E il metaverso? Prima di tutto, anche i<strong> visori in realtà virtuale</strong> stanno costantemente migliorando sotto il profilo dell’efficienza energetica e prestazionale, oltre a questo va valutato il risparmio che si otterrebbe altrove qualora davvero trasferissimo una parte crescente della nostra quotidianità in un <strong>ambiente digitale</strong> che non richiede spostamenti. Per esempio, si stima che – per quanto il consumo energetico delle videoconferenze sia elevato – sfruttare software come Zoom e Meet per sostituire viaggi in auto, in treno o in aereo significhi risparmiare in media il 93% delle emissioni.</span></p>
<h2>La digitalizzazione non salverà il pianeta</h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">In poche parole, i dati salgono enormemente e il loro <strong>impatto ambientale</strong> cresce in maniera considerevole. Allo stesso tempo, però, l’efficienza aumenta e nel computo entrano necessariamente anche i comportamenti ad alto impatto che vengono trasferiti in rete. Da quale lato penderà la bilancia? In parte, dipende anche dalla diffusione di comportamenti corretti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Prima di tutto, le società che operano su Internet – e in particolare sul web – dovrebbero impegnarsi a ottimizzare i loro prodotti. Si calcola, per esempio, che dare la possibilità a chi sta ascoltando la musica su YouTube di non visualizzare i video ridurrebbe le emissioni causate dalla piattaforma di streaming del 5%, pari a 11 milioni di tonnellate di emissioni ogni anno. Allo stesso modo, <strong>Facebook</strong> potrebbe ridurre significativamente il suo consumo energetico evitando che i video promozionali partano in automatico, mentre Netflix potrebbe incoraggiare i suoi utenti a non guardare i film o le serie tv sempre in alta definizione, riducendo notevolmente il <strong>traffico dati</strong> e quindi l’energia necessaria ad alimentare la piattaforma. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ancora più importante però è aumentare il ciclo di vita dei nostri dispositivi tecnologici. Cambiare smartphone ogni tre anni invece che ogni due ha un enorme impatto positivo sul pianeta, perché permette di risparmiare i <strong>minerali preziosi</strong> destinati alla sua produzione e tutta l’energia necessaria a produrli e distribuirli nel mondo. Lo stesso vale ovviamente per i personal computer: sostituire il computer ogni sei anni – contro una media odierna di soli quattro – consentirebbe di preservare 190 chilogrammi di emissioni di CO2 a testa. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">A differenza di quanto ci è stato fatto credere per anni, la <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/inferno-digitale/" target="_blank" rel="noopener"><strong>digitalizzazione</strong></a> non salverà il pianeta, perché dietro di essa si nasconde una realtà fin troppo materica. Possiamo però almeno evitare che la crescita impazzita del traffico dati, delle dimensioni dei data center, dei mondi virtuali energivori e della produzione dei dispositivi necessari a godere di tutto ciò finisca per distruggerlo.</span></p><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/inquinamento-cloud-articolo-andrea-daniele-signorelli-digitalizzazione-lmdp/">Inquinamento cloud</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Andrea Prencipe, Massimo Sideri, Il visconte cibernetico &#8211; recensione di Irma Loredana Galgano</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/andrea-prencipe-massimo-sideri-visconte-cibernetico-nuovo-libro-italo-calvino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2024 17:03:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributo]]></category>
		<category><![CDATA[andrea prencipe]]></category>
		<category><![CDATA[italo calvino]]></category>
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		<category><![CDATA[visconte cibernetico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Quella che vi proponiamo di seguito è una recensione al libro di Andrea Prencipe e Massimo Sideri &#8221;Il visconte cibernetico&#8221;, uscito con la nostra casa editrice lo scorso dicembre 2023. La penna è quella di Irma Loredana Galgano, e l&#8217;articolo è contenuto nel suo che potrete visitare cliccando qui. Andrea Prencipe e Massimo Sideri, [...]</p>
<p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/andrea-prencipe-massimo-sideri-visconte-cibernetico-nuovo-libro-italo-calvino/">Andrea Prencipe, Massimo Sideri, Il visconte cibernetico – recensione di Irma Loredana Galgano</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Quella che vi proponiamo di seguito è una recensione al<a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/il-visconte-cibernetico-italo-calvino-intelligenza-artificiale/" target="_blank" rel="noopener"><strong> libro di Andrea Prencipe e Massimo Sideri &#8221;Il visconte cibernetico&#8221;</strong></a>, uscito con la nostra casa editrice lo scorso dicembre 2023. La penna è quella di <span class="by-author"><span class="author vcard">Irma Loredana Galgano, e l&#8217;articolo è contenuto nel suo che potrete visitare <a href="https://irmaloredanagalgano.it/" target="_blank" rel="noopener">cliccando qui</a>.</span></span></p>
<h2 style="text-align: justify;"></h2>
<h2 style="text-align: justify;">Andrea Prencipe e Massimo Sideri, &#8221;Il visconte cibernetico&#8221; &#8211; recensione di Irma Loredana Galgano</h2>
<blockquote><p>«<em>Nell’universo infinito della letteratura s’aprono sempre altre vie da esplorare, nuovissime e antichissime, stili e forme che possono cambiare la nostra immagine del mondo… ma se la letteratura non basta ad assicurarmi che sto solo inseguendo dei sogni, cerco nella scienza alimento per le mie visioni in cui ogni pesantezza viene dissolta.</em>»</p>
<p>(I. Calvino, <em>Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio</em>, Garzanti, Milano, 1988)</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Calvino ha descritto come indispensabile l’integrazione tra letteratura e scienza per raggiungere la completezza necessaria per l’interpretazione del presente. Con <em>Il visconte cibernetico</em> gli autori mettono l’insegnamento di Calvino alla prova della tecnologia, in particolare dell’intelligenza artificiale e delle sue implicazioni. Per Maria Chiara Carrozza, che ha curato la prefazione, il libro rappresenta una guida essenziale per viaggiare nel tempo e, partendo dal passato, dal <em><strong>Metodo Calvino</strong></em> e dalle sue chiavi di lettura, aiuta a interrogarsi su quale possa essere il nostro ruolo nelle crisi che stiamo attraversando. Oggi viviamo un’epoca di grandi transizioni, in parte legate alle scoperte scientifiche e alla loro trasformazione in tecnologie dalla portata innovativa dirompente, come l’ingegneria genetica o l’intelligenza artificiale. Quest’ultima emula abilità cognitive un tempo ritenute esclusivamente umane, suscita interrogativi profondi e addirittura spaventa, secondo Carrozza, laddove non sia compresa e analizzata con competenza. D’altra parte, il rapporto stesso della specie umana con il pianeta sembra profondamente in crisi, non solo per le grandi diseguaglianze fra aree geografiche e sociali, ma anche per l’incombente cambiamento climatico che mette in discussione il modello di equilibrio sul quale finora si sono fondati il paradigma del capitalismo, la ricerca dell’efficienza, l’economia di sfruttamento e la comunicazione di un progresso infinito. I principi fondanti del <em>Metodo Calvino</em>, ovvero l’intreccio fra opposte tendenze e <strong>il pensiero divergente</strong>, sono le basi per affrontare il cambio di paradigma delineato ne <em>Il visconte cibernetico</em>, con una piena fiducia nelle capacità umane di elaborare creativamente le infinite visioni dei futuri possibili. Prencipe e Sideri sottolineano come siamo diventati una società sbilanciata sulla “cultura della risposta”. Nessuno mai come Calvino ha ragionato sul ruolo della scrittura e, dunque, sul rapporto indistricabile tra domanda e risposta e sulla relazione della scrittura con la tecnologia. Siamo diventati appendici delle macchine come ne <em>Il cavaliere inesistente</em>, allegoria dell’uomo schiavo dei processi formali e produttivi, prigioniero a tal punto della sua armatura da esserne svuotato. Siamo appesi al flusso immateriale delle informazioni, a una <em>memoria</em> più che a una vera <em>intelligenza</em> artificiale. Poniamo domande. Attendiamo risposte. Ieri era Google o Wikipedia. Oggi è ChatGPT. E allora gli autori si domandano quale possa o debba essere davvero la più grande paura dell’uomo: demandare ogni risposta a presunte <em>intelligenze</em> o rischiare di perdere la capacità di formulare le domande giuste?</p>
<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-12598 aligncenter" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/Progetto-senza-titolo-3-300x240.jpg" alt="Italo Calvino (Wikicommons)" width="1084" height="867" srcset="https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/Progetto-senza-titolo-3-300x240.jpg 300w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/Progetto-senza-titolo-3-247x198.jpg 247w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/Progetto-senza-titolo-3-510x408.jpg 510w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/Progetto-senza-titolo-3-1024x819.jpg 1024w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/Progetto-senza-titolo-3-768x614.jpg 768w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/Progetto-senza-titolo-3-1536x1229.jpg 1536w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/Progetto-senza-titolo-3-1320x1056.jpg 1320w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/Progetto-senza-titolo-3.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1084px) 100vw, 1084px" /></p>
<h2 style="text-align: justify;">Il mistero delle lettere prime</h2>
<p style="text-align: justify;">Le macchine per comprendere hanno bisogno di categorizzare: ironia creatività buono cattivo bianco nero telefono aragosta. Ma cosa succede allorquando Salvador Dalì crea un telefono a forma di aragosta? Se la cultura è una semplice combinazione infinita di lettere,<strong> il mistero delle <em>lettere prime</em></strong>, impenetrabile come i numeri primi, saranno la linea di difesa tra algoritmi probabilistici e la storia improbabile dei <em>sapiens</em>. Attributo geloso dell’umano, l’<em>ars interrogandi</em>, ovvero la capacità e la volontà di porsi delle domande, che è poi la base della ricerca scientifica, è la sfera in cui possiamo dispiegare al meglio la nostra creatività. In una società sempre più attratta dalle risposte semplici e dalle fake news e sempre più permeata dall’intelligenza artificiale, viene suggerito di preservare il potere e la responsabilità di decidere e pensare le domande più creative perché, se le risposte possono essere articolate mediante strumenti di intelligenza artificiale, le domande sono e resteranno pertinenza dell’essere umano. Per gli autori dunque il pensiero di Calvino si presenta come un antidoto a quella che può essere definita una “<strong>colonizzazione del futuro</strong>” da parte dell’accelerazione tecnologica e digitale. Colonizzazione che negli anni Cinquanta del Novecento era erroneamente prevista come imminente. I tempi ora sembrano davvero maturi, alla luce della repentina diffusione dell’IA generativa che può rendere il percorso formativo dei giovani anche demotivante e particolarmente frustrante. Perché imparare a scrivere se scriverà per noi ChatGPT? Perché esercitare la memoria se abbiamo un archivio infinito sempre con noi in tasca? Il cervello umano viene sempre più spesso equiparato a una <em><strong>Macchina di Turing</strong></em>, capace di elaborare una quantità enorme di dati e di trarre conclusioni a partire dall’utilizzazione degli algoritmi e del programma incorporato. Ma il cervello umano è altro. Innanzitutto è legato indissolubilmente al corpo che lo contiene e la deterritorializzazione imposta dalla digitalizzazione sta creando una vera e propria distanza fra l’uomo e il mondo, fra l’uomo e se stesso. L’eccesso di informazione codificata priva di esperienza diretta trasforma gradualmente il cervello in una lastra di gestione delle informazioni, ma si tratta di informazioni che non modellano il cervello perché non passano per il corpo. Scrivere a mano, per esempio, vuol dire impegnarsi in una pratica che territorializza quel che si sta pensando, mettendo in movimento sinapsi e reti neuronali, modificandone la quantità e la dimensione.</p>
<h2 style="text-align: justify;">L&#8217;umano come segmento</h2>
<p style="text-align: justify;">La digitalizzazione del mondo, la sostituzione di qualunque riferimento al mondo, per passare a funzionare con modellazioni di esso, implica un importante mutamento qualitativo. Il ruolo degli umani diventa secondario anche nella circolazione ultrafluida dell’informazione. L’umano non è che un segmento di tale circolazione, un segmento di volta in volta sempre più destrutturato e fluido (M. Benasayag, <em>Il cervello aumentato l’uomo diminuito</em>, Erickson, Trento, 2016). Sebbene fosse nato con tutt’altri scopi,<strong> il protocollo HTTP</strong>, messo a punto da Tim Bernes-Lee e regalato al mondo dal Cern all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, aveva già involontariamente gettato le basi per la crisi della relazione tra fonte e informazione. Quelle che oggi vengono definite fake news online nascono proprio dalla possibilità di scollare informazioni e fonti ricombinandole senza rispettarne il legame genetico, un meccanismo di disinformazione che, sebbene il <em>world wide web</em> non abbia creato, ha tuttavia reso esponenziale e molto semplice da porre in essere (T. Rid, <em>Misure attive. Storia segreta della disinformazione</em>, Luiss University Press, Roma, 2022). Non solo l’IA generativa è afflitta dai cosiddetti “<strong>problemi della allucinazione</strong>”, un modo elegante per dire che inventa di sana pianta informazioni e fonti, ma il dilemma della <em>black box </em>non permette nemmeno agli sviluppatori di conoscere con esattezza come l’input venga generato in qualità di output. In altre parole, per Prencipe e Sideri, così com’è l’algoritmo generativo demolirebbe lo stesso modello di business di Google. Eppure, risolto questo problema – con la fusione di entrambi gli algoritmi – rimane il tema dell’astrattezza del linguaggio. L’algoritmo generativo massimizza le probabilità di combinazioni tra parole. Questo aiuta a simulare qualsivoglia stile. Tuttavia la creatività non richiede di simulare bensì di essere originali. Ridotta alla sua essenza probabilistica, l’originalità è la minimizzazione delle probabilità che quella combinazione sia già stata fatta da altri: l’esatto contrario di ChatGPT. Quel che è vero per la capacità di creare vale anche per la scoperta scientifica e la stessa innovazione. La storia della scienza potrebbe essere riscritta come storia dell’improbabilità.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Combattere l&#8217;astrattezza del linguaggio</h2>
<p style="text-align: justify;">«<em>Il mio ideale linguistico è un italiano che sia il più possibile concreto e preciso. Il nemico da battere è la tendenza degli italiani a usare espressioni astratte e generiche. </em>(I. Calvino, <em>Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società</em>, Einaudi, Torino, 1980) <em>Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire significati, a smussare tutte le punte aggressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze</em>» (I Calvino, 1988, op. cit.). Se le risposte dell’IA generativa sembrano buone, per gli autori, significa che non abbiamo seguito neanche questo ulteriore saggio consiglio di Calvino e ci siamo diluiti noi stessi nell’<strong>astrattezza del linguaggio</strong> delle parole chiave e delle emozioni.</p>
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