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	<title>capitalismo - Luiss University Press</title>
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	<title>capitalismo - Luiss University Press</title>
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		<title>Solo i più ricchi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[lup_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Mar 2023 15:46:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La storia di Solo i più ricchi. Come i tecnomiliardari scamperanno alla catastrofe lasciandoci qui inizia il giorno in cui Douglas Rushkoff, noto studioso e popolare divulgatore sui temi dell’innovazione e dell’hi-tech, riceve un singolare invito: in cambio di un’ingente somma, dovrà raggiungere una località segreta nel deserto e qui fornire una consulenza a cinque [...]</p>
<p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/soloipiuricchi/">Solo i più ricchi</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La storia di <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/solo-i-piu-ricchi/"><em><strong>Solo i più ricchi. Come i tecnomiliardari scamperanno alla catastrofe lasciandoci qui</strong></em></a> inizia il giorno in cui Douglas Rushkoff, noto studioso e popolare divulgatore sui temi dell’innovazione e dell’hi-tech, riceve un singolare invito: in cambio di un’ingente somma, dovrà raggiungere una località segreta nel deserto e qui fornire una consulenza a cinque delle persone più ricche del pianeta, che intendono verificare la bontà dei diversi piani di fuga da loro elaborati in vista di quello che chiamano <i>l’Evento </i><i>–</i> la catastrofe di natura incerta ma che, ne sono sicuri, sta per abbattersi sul nostro pianeta. Sembra un film, ma è tutto vero.<br />
________________________________________________________________________________________________________________</p>
<p>Mi avevano invitato a tenere un discorso in un resort extra lusso. Pensavo che il pubblico sarebbe stato composto da un centinaio di banchieri d’investimento. Non mi avevano mai offerto una cifra simile per una conferenza – circa un terzo di quanto guadagno in un anno insegnando in un college pubblico – e avrei dovuto solo offrire qualche dritta sul “futuro della tecnologia”.</p>
<h2>Solo i più ricchi: qualche estratto dal nuovo libro di Douglas Rushkoff</h2>
<p>Sono un umanista che si occupa dell’impatto della tecnologia digitale sulle nostre vite e per questo spesso mi scambiano per un futurologo. Non mi è mai piaciuto granché parlare del futuro, soprattutto davanti a un pubblico di ricchi. Le domande finali si trasformano sempre in un giochino da salotto, nel quale mi chiedono che cosa ne penso degli ultimi tormentoni tecnologici, come se fossero codici azionari: ai, vr, crispr. <strong>In genere al pubblico non interessa sapere quale impatto avranno queste tecnologie sulla società, ma solo se vale la pena o no investirci del denaro</strong>. Ma i soldi sono soldi, e così ho accettato.</p>
<p>Ho viaggiato in prima classe. Mi hanno offerto cuffie insonorizzanti e frutta secca tiepida (esatto, riscaldano le noccioline), mentre sul Mac-Book <strong>scrivevo il mio discorso su come le imprese digitali potrebbero sostenere i principi di un’economia circolare invece di persistere nel solito capitalismo basato sull’estrazione</strong>, ed ero tristemente consapevole che né l’afflato etico delle mie parole né il carbon offset (“compensazione delle emissioni di carbonio”) che avevo abbinato al mio biglietto avrebbero potuto compensare il danno ambientale che in quel momento contribuivo a perpetrare. Stavo pagando il mio mutuo e il college di mia figlia ai danni delle persone e dei luoghi che sorvolavo.</p>
<p>All’aeroporto mi aspettava una limousine che mi ha portato subito nel bel mezzo del deserto. Ho provato a parlare col conducente degli adoratori degli ufo attivi da quelle parti, oppure della desolata bellezza di quella zona, così diversa dalla frenesia di New York. Immagino volessi a tutti i costi fargli capire che non ero uno dei soliti ricconi che in genere si siedono sul sedile posteriore di un’auto come quella. A sua volta, come se volesse chiarire che neanche lui era quello che si poteva immaginare, mi ha risposto che non era un autista a tempo pieno, ma un trader in un momento no dopo qualche “investimento intempestivo”.</p>
<blockquote><p>Il sole cominciava a tramontare e mi sono reso conto che ero in macchina da tre ore. Che razza di professionisti dei fondi di investimento fa tanta strada in auto dall’aeroporto solo per una conferenza? E poi ho capito. Parallelamente alla superstrada, quasi volesse sfidarci, un piccolo jet atterrava su una pista privata. Ormai era tutto chiaro.</p></blockquote>
<p>Dietro il promontorio c’era il luogo più lussuoso e isolato che avessi mai visto. <strong>Un resort con spa nel bel mezzo del nulla</strong>. Strutture in pietra e vetro inserite in una formazione rocciosa con vista sull’immensità del deserto. Mentre facevo il check-in non si vedevano altro che membri del personale e ho dovuto usare una mappa per trovare il “padiglione” che mi avevano riservato e dove avrei trascorso la notte. C’era una vasca a idromassaggio all’aperto tutta per me.</p>
<p>La mattina dopo, due uomini con indosso lo stesso maglione Patagonia sono venuti a prendermi con un’auto da golf e tra rocce e sterpaglie mi hanno portato a una sala conferenze. Mi hanno lasciato solo a bere caffè e a concentrarmi in quello che credevo fosse il mio camerino. Ma non mi hanno sistemato il microfono né accompagnato al palco, sono stati i miei uditori a venire da me.</p>
<blockquote><p>Si sono seduti al tavolo e si sono presentati: cinque tipi ricchissimi – esatto, tutti uomini – appartenenti alla più alta élite nel campo degli investimenti tecnologici e dei fondi speculativi. Almeno due erano miliardari. Dopo qualche chiacchiera, mi sono reso conto che non gli interessava il discorso sul futuro della tecnologia che mi ero preparato. Volevano farmi delle domande.</p></blockquote>
<p>Hanno cominciato in modo abbastanza innocuo e prevedibile. Bitcoin o Ethereum? Realtà virtuale o aumentata? Chi arriverà per primo alla computazione quantistica, la Cina o Google? Ma sembravano irrequieti. Appena cominciavo a spiegare vantaggi e svantaggi di blockchain proof-of-stake o proof-of-work avevano già pronta un’altra domanda. Mi sembrava più che altro che mi stessero mettendo alla prova. Non riguardo alle mie competenze, ma ai miei scrupoli.</p>
<h2>Nuova Zelanda o Alaska?</h2>
<p>Ed ecco che sono arrivati a quel che gli stava davvero a cuore: Nuova Zelanda o Alaska? <strong>Quale zona subirà di meno la futura crisi climatica? E da quel momento in poi le cose non hanno fatto che peggiorare. Qual era la minaccia più grave: il cambiamento climatico o la guerra biologica? Quanto a lungo si può pensare di sopravvivere senza aiuto esterno? Un rifugio deve avere la sua riserva d’aria?</strong> Quanto è probabile che le falde acquifere vengano contaminate?</p>
<blockquote><p>Alla fine il ceo di un’agenzia di intermediazione mi ha spiegato di aver quasi finito di costruire un suo complesso di bunker sotterranei e mi ha chiesto: “Come posso continuare a esercitare la mia autorità sulle forze di sicurezza dopo l’evento?”. <strong>L’Evento. Era il loro eufemismo per il collasso ambientale, le rivolte nelle strade, l’esplosione nucleare, la tempesta solare, il virus inarrestabile o l’hack informatico in grado di bloccare ogni cosa</strong>.</p></blockquote>
<p>Per il resto dell’ora ci siamo dedicati a quella domanda. Le guardie armate avrebbero dovuto proteggere i loro bunker da razzie e da folle inferocite. Uno di loro aveva già assoldato una decina di Navy Seal pronti a intervenire a un suo segnale. Ma come pagare le guardie in un mondo nel quale le criptovalute non hanno più valore? Cosa gli avrebbe impedito di scegliere da sé il proprio leader? <strong>I miliardari avevano pensato di mettere sulle scorte di cibo lucchetti con combinazioni speciali che solo loro avrebbero conosciuto, o di fare indossare alle guardie collari di controllo, o addirittura di costruire robot che potessero servire da guardiani e da operai</strong>, sempre che si riuscisse a sviluppare “in tempo” una tecnologia simile.</p>
<p>Ho cercato di farli ragionare. Gli ho spiegato che collaborazione e solidarietà sono gli approcci migliori per le sfide a lungo termine che ci aspettano. Per fare in modo che le guardie vi siano fedeli in futuro, ho detto loro, potreste trattarle in modo amichevole già da ora. Non investite solo in munizioni e recinzioni elettrificate, investite sulle persone e nei rapporti. Hanno alzato gli occhi al cielo come se si fosse trattato di filosofia hippy e così gli ho consigliato ironicamente che per non farsi tagliare la gola in futuro dal proprio capo della security era meglio pagargli sin da ora il Bat-Mitzvah di sua figlia. Hanno sghignazzato. Almeno con il mio show stavo dando un senso al loro investimento. In realtà si vedeva che erano anche infastiditi. Non li stavo prendendo abbastanza sul serio.</p>
<blockquote><p>Ma come avrei potuto? Erano probabilmente il gruppo di persone più ricche e potenti che avessi mai incontrato, eppure stavano chiedendo a un massmediologo marxista come allestire il loro bunker per l’apocalisse. E in quel momento ho capito: stando a quei gentiluomini, parlare del futuro della tecnologia significava parlare proprio di quello.</p></blockquote>
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			Politica e società		</p>
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<p>Come il fondatore di Tesla Elon Musk, che vuole colonizzare Marte, Peter Thiel di Palantir, che vuole invertire il processo di invecchiamento, o Sam Altman e Ray Kurzweil, imprenditori nel campo dell’intelligenza artificiale, che stanno cercando di caricare le loro menti in un supercomputer, anche loro<strong> si stavano già preparando a un futuro digitale che aveva ben poco a che fare col rendere il mondo un posto migliore e molto più col superamento stesso della condizione umana</strong>. Le loro enormi ricchezze e i loro immensi privilegi li hanno resi ossessionati dall’idea di isolarsi da un presente sempre più pericoloso, fatto di cambiamento climatico, livello dei mari che si innalza, isteria sovranista, esaurimento delle risorse. Per loro, il futuro della tecnologia riguarda una cosa sola: fuggire da tutti noi.</p>
<blockquote><p>Un tempo bombardavano il mondo di business plan ottimisti, spiegando come la tecnologia avrebbe fatto il bene dell’umanità. Adesso hanno trasformato il progresso tecnologico in un videogame nel quale vinceranno se riusciranno a trovare il sistema per fuggire.</p></blockquote>
<p>Lo troverà Bezos scappando nello spazio, Thiel rifugiandosi in Nuova Zelanda o Zuckerberg nel suo Metaverso virtuale? <strong>E questi miliardari della catastrofe dovrebbero essere i vincitori del gioco dell’economia virtuale – i re della sopravvivenza –, gli esemplari più adatti a sopravvivere nel panorama finanziario alla base di queste ipotesi.</strong></p>
<h2>La tecnologia come controcultura</h2>
<p>Naturalmente non è stato sempre così. Per un breve periodo all’inizio degli anni Novanta il futuro digitale non sembrava già scritto. Malgrado le sue origini nella crittografia militare e nello sforzo da parte della Difesa di creare un traffico dati protetto, la tecnologia digitale era diventata un campo della controcultura, che la riteneva un’opportunità per ideare un futuro più inclusivo, equo e partecipativo. Il “Rinascimento digitale”, come ho cominciato a chiamarlo già nel 1991, riguardava il potenziale sfrenato dell’immaginazione umana collettiva. Riguardava di tutto, dalla teoria del caos alla fisica quantistica, fino ai giochi di ruolo fantasy. Durante quella prima epoca cyberpunk, molti di noi credevano che – connessi e coordinati come non mai – gli esseri umani avrebbero potuto creare qualunque futuro potessero immaginare. Leggevamo riviste chiamate Reality Hackers, FringeWare e Mondo2000, che paragonavano il cyberspazio alla psichedelia, l’hacking informatico agli enormi rave a base di musica dance elettronica.<strong> I confini artificiali di una realtà lineare, basata su rapporti gerarchici e di causa effetto, sarebbero stati sorpassati da un nascente frattale di rapporti di interdipendenza. Il caos era ritmico, non casuale.</strong> Non avremmo più osservato l’oceano attraverso le longitudini e le latitudini tracciate dai cartografi, ma tramite i sottostanti pattern delle onde. Surf’s up, annunciai nel mio primo libro sulla cultura digitale: “Sta arrivando l’onda”.</p>
<h3>Internet: una moda mai passata..</h3>
<p>Nessuno ci prese sul serio. Nel 1992 quel progetto di libro venne cancellato dal suo primo editore, convinto che la moda delle reti informatiche sarebbe passata prima della sua data di pubblicazione, nel 1993. Solo quando la rivista Wired, nata quello stesso anno, cominciò a parlare di internet come di un’occasione per fare soldi, le persone ricche e potenti iniziarono a interessarsene. Le pagine fluorescenti del primo numero della rivista annunciavano: “L’arrivo di uno tsunami”. Negli articoli si ipotizzava che solo gli investitori in grado di ascoltare futurologi e visionari che scrivevano su quelle pagine sarebbero stati in grado di sopravvivere all’ondata.</p>
<blockquote><p>Altro che controcultura psichedelica, avventure ipertestuali e consapevolezza collettiva. La rivoluzione digitale non era certo una rivoluzione, ma un’occasione per fare affari, la possibilità di dopare i già morenti scambi azionari del nasdaq, per mungere magari un altro paio di decenni di crescita da un’economia in stato di morte apparente sin dalla crisi delle biotech del 1987.</p></blockquote>
<p>Tutti si precipitarono nel settore tecnologico per sfruttare il boom delle dot-com. Gli articoli su internet si spostarono dalle pagine culturali dei quotidiani a quelle di economia e finanza. Le imprese storiche si resero conto del potenziale della rete, ma solo per l’economia estrattiva che gli era familiare, mentre i giovani tecnologi subivano il fascino di offerte pubbliche iniziali belle come unicorni e payout da milioni di dollari. I future digitali venivano considerati come quelli su azioni o sul cotone: qualcosa su cui fare previsioni e scommettere. Gli utenti tecnologici allo stesso modo non venivano considerati come creatori da incentivare ma come consumatori da manipolare. Più il loro comportamento era prevedibile, più semplice sarebbe stato influenzarlo.</p><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/soloipiuricchi/">Solo i più ricchi</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La specie umana non è umana</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/la-specie-umana-non-e-umana/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 27 May 2022 15:08:13 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ma che cosa sono gli Iposoggetti? In <em><a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/iposoggetti-edizione-limitata/">Iposoggetti. Sul divenire umani</a> </em>Timothy Morton e Dominic Boyer sostengono che gli iposoggetti sono le specie native dell’Antropocene. Sono plurali, sono il non ancora, il né qui né lì. Non cercano né pretendono una conoscenza, un linguaggio e men che meno una forma di potere che siano assoluti. Si accontentano di giocare, di prendersi cura, di adattarsi, di farsi male, di ridere. Gli iposoggetti sono intrinsecamente femministi, antirazzisti, colorati, queer, ecologici, transumani e interumani. Gli iposoggetti sono come squatter che occupano e abitano le crepe e le cavità. Gli iposoggetti fanno la rivoluzione nei luoghi in cui il radar della tecnomodernità non è in grado di scorgerli.</p>
<p>_____________________________________</p>
<p>Quali sono gli esseri che possiamo considerare iposoggetti? Abbiamo parlato abbondantemente di esseri umani, ma che dire di altri tipi di esseri? Qualche detrattore potrebbe dire: “Oh, guarda come sono antropocentrici, anche quando cercano di intervenire sull’Antropocene. Uno di loro è persino un antropologo!”. Quanti “antropo-” in una sola frase!</p>
<p>Siamo più o meno in questa situazione. Forse potrebbe essere un buon momento per ampliare l’oggetto della nostra conversazione. Il concetto di iposoggetto è abbastanza robusto da includere il non umano? Deve necessariamente includere il non umano? La parola “robusto” è proprio quella giusta. Ciò che mi piace della nozione di iposoggetto è che sembra essere sottrattiva. <strong>Si tolgono alcune caratteristiche del soggetto, permettendogli così di percolare in domini che normalmente nemmeno contempliamo. Se ci permette di fare questa distinzione, è perché non è un atteggiamento eliminativista, ma sottrattivo.</strong> Non stiamo dicendo: “Siamo fatti tutti di atomi, ecco perché siamo tutti parimenti importanti”.</p>
<p>Stiamo affermando che c’è qualcosa nella qualità ipo- dell’iposoggetto che permette a tale concetto di essere esportato in domini categoriali che normalmente non associamo alla soggettività. In un certo senso, si tratta di un concetto “debole”. Non che non sia valido, ma è un concetto di soggetto molto deformato<strong>. O forse è solo un concetto selvatico. Non vogliamo iper-addomesticarlo troppo, iper-razionalizzarlo</strong>, proprio perché non è questo il punto di tutto il discorso fatto finora.</p>
<blockquote><p>Il concetto di multispecie gioca un ruolo molto importante nell’intera ecologia del pensiero contemporaneo. Aspira, credo in modo persuasivo, a un progetto che, finalmente, spacca davvero, cerca rifugio dall’impero del privilegio nordoccidentale mettendo in discussione il vertice su cui quel tipo di umanità ha costruito la sua Umanità, con la U maiuscola.</p></blockquote>
<p>Lo fa iniziando a pensare alle relazioni tra specie e alle responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri, alle reciproche concessioni di potere. Donna Haraway è una pensatrice davvero importante e, nonostante sia molto conosciuta, per qualche motivo non riceve mai il riconoscimento che merita. Per <em>Primate Visions</em>, che ha instradato intellettualmente Latour, ma anche per <em>Modest_Witness,</em> <strong>una dichiarazione così potente sul massiccio impiego di lavoro non umano necessario a creare il mondo fluttuante della modernità in cui l’umanità vuole vivere</strong>. Tutti quei test, tutta quella sperimentazione, tutto quel lavoro muscolare.</p>
<p>A questo si aggiunge la fotosintesi, che rende l’energia solare utilizzabile dagli esseri non fotosintetici. Nulla esisterebbe senza i fotosintetizzatori. Mi piace molto il saggio di OncoMouse. Si potrebbe sostenere che una sorta di modalità agricola occidentale, che rimane uno dei nostri grandi problemi, costituisca una specie di dispositivo, un regime di paraconoscenza. È un elefante nella stanza che risucchia nella sua orbita altri esseri e, letteralmente, si libera di essi.</p>
<blockquote><p>Mi sembra che il progetto sia quello di pensare a un modo per strisciare al di sotto di esso piuttosto che trascenderlo, perché la trascendenza è proprio la modalità operativa dell’agricoltura.</p></blockquote>
[…] Non voglio ripetermi, ma è proprio questo il mio problema con ciò che ha fatto il talentuoso Christopher Nolan in <em>Interstellar</em>. Si tratta proprio di trascendenza. È quello che accade quando si parla con persone che lavorano nell’industria del petrolio e del gas, qui a Houston: credono che, grazie alla tecnologia, si sia fatto un magico balzo in avanti rispetto allo stoccaggio del carbonio così che possiamo continuare pompare tutto il petrolio che vogliamo vivendo ancora in ambienti puliti e sostenibili e tutto – o almeno tutto ciò che ci interessa – andrà bene<strong>. È una fantasia potente e seducente allo stesso tempo</strong>.</p>
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			Filosofia e società		</p>
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<blockquote><p>Il punto è che, se anche fosse vero, sarebbe comunque arrivato il momento di pensare diversamente. Anche se fosse vero che premendo un pulsante tutti i nostri problemi sparirebbero in modo ecologico, vorremmo vivere in un mondo in cui il pulsante è premuto da un’enorme azienda petrolifera coordinata ancora da questo dispositivo epistemico?</p></blockquote>
<p>E naturalmente il “noi”, nella frase pronunciata dal maschio bianco del petrolio, è “noi esseri umani”. Non tiene conto delle altre specie. Perciò – scusami, sto andando un po’ per la tangente – quando si parla dell’importanza della rivoluzione agricola, dell’agrilogistica, si parla proprio dell’organizzazione di altre forme di vita al servizio dell’umano? È questo il tema che si vuole mettere a fuoco? Sviluppiamo la piantagione perenne del mais per renderlo produttivo in maniera duratura per la vita umana e per permetterci di rimanere in un luogo. Così, il resto è organizzato come lavoro e cibo a nostra disposizione.</p>
[…] Potremmo invece metterci alla ricerca di un atteggiamento opposto al padroneggiare la trascendenza, capire se non si tratti semplicemente di essere un componente di una macchina che non si può cambiare. Mi piace questa mossa. <strong>Si potrebbe sostenere che, piuttosto che trascendere, potremmo lasciar spazio a una maggiore suscettibilità? </strong>Questa è una cosa a cui continuo a pensare. Che forse l’opposto sarebbe diventare più suscettibile a una più grande varietà di cose che non sei tu, la maggior parte delle quali non sono umane – incluso, in una certa misura, il tuo stesso corpo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Da questo punto di vista, la specie umana, in un certo senso, non è umana: ricordiamoci dei nostri batteri intestinali e di altri microbi, microrganismi che abitano il nostro corpo in proporzione 10 a 1 rispetto alle nostre cellule umane.</p></blockquote>
<p>Sono piccoli, ma sono pur sempre agenti. Penso che quello che stai dicendo sia che dobbiamo prestare attenzione al fatto che siamo suscettibili e interconnessi con altri esseri. <strong>E che nell’Antropocene, con i suoi incombenti iperoggetti, sperimentiamo nuovi tipi di suscettibilità ma scopriamo anche nuove potenziali alleanze</strong>. Per esempio, tra il bestiame che muore nei genocidi dei macelli industriali e gli esseri umani le cui case sono sommerse dall’innalzamento dell’acqua del mare e che diventano dei rifugiati. Entrambe sono forme di vita che si stanno estinguendo a causa di processi interconnessi e hanno interessi comuni che raramente sono identificati in quanto tali.</p>
<blockquote><p><strong>Dunque, c’è interrelazione e suscettibilità. E poi, a un livello più politico, ci sono le alleanze.</strong> Rendendoti conto che non puoi fare a meno dei tuoi batteri intestinali, potresti diventare fenomenologicamente suscettibile nei loro confronti, il che eroderebbe la tua percezione di essere speciale, un padrone. La cosa ti incoraggerebbe a formare un’alleanza: è questa la direzione politica che sentiamo nell’aria.</p></blockquote>
<p>L’altro grande tema è quello del riconoscimento, nel senso di Haraway: <strong>abbiamo bisogno di riconoscere e recuperare l’enorme quantità di lavoro non umano e umano necessario a costituire la Modernità</strong>. Quel lavoro è stato completamente messo a tacere e segregato dietro muri istituzionali. Non visto, impensato. Sentiamo parlare solo dell’invenzione umana, del genio e delle scoperte. E si tratta di nuovo di trascendenza. Non sentiamo mai parlare di tutta la vita orchestrata affinché questo accadesse.</p>
<p>E perché mai non dovrebbero essere gli umani a guidare le cose? Ovviamente, siamo la classe di esseri più intelligente che ci sia, la più potente, l’eletta. E allora questa idea per cui siamo solidali perché siamo tutti vivi potrebbe essere il peggior tipo di pseudoalleanza che si possa immaginare. Non è affatto un’alleanza, vero? Perché un’alleanza è necessariamente finita. Questa idea, questo appello a un concetto-ombrello universale, completo… la vita: è proprio questo il problema. Qualche giorno fa pensavo a tutto ciò in termini di diritti, e non perché credo che una campagna per il diritto degli scimpanzé ad abbandonare lo zoo non sia giustificata. Ma perché ritengo che, se si applicano i diritti in modo generoso, benevolo, antropocentrico, a tutte le forme di vita, allora cesseranno di avere significato. <strong>I diritti dipendono dall’esclusione, perché i diritti dipendono dalla nozione di possesso e di proprietà, per di più di proprietà privata</strong>.</p>
[…] Bisogna considerare le alleanze necessariamente fragili, transitorie e talvolta violente. Se decidi di non volere il virus dell’Aids, ti alleerai con dell’Azt. Vorrai l’Azt come attore nella tua rete, per usare il lessico di Latour. Questo è un buon argomento. C’è una visione rosea per cui tutte le piccole creature del mondo possono unirsi per i loro interessi comuni e sconfiggere gli iperoggetti e gli ipersoggetti. Da un punto di vista politico la cosa mi convince, ma da un punto di vista analitico non basta.</p>
<p><span style="font-size: 75%">In alto, immagine di Emmanuel Lafont<i>.</i></span></p><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/la-specie-umana-non-e-umana/">La specie umana non è umana</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Ho paura di ammettere che non voglio lavorare</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Apr 2022 12:59:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Proponiamo un estratto da Le cose che abbiamo. Essere e avere alla fine del capitalismo della scrittrice Eula Biss. Partendo dal racconto dell’acquisto della sua prima casa, Biss riflette sulla nostra esperienza di vita nel capitalismo, su come il suo avvento abbia trasformato la quotidianità delle persone e come il suo sistema valoriale permei e influenzi completamente tutte [...]</p>
<p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/ho-paura-di-ammettere-che-non-voglio-lavorare/">Ho paura di ammettere che non voglio lavorare</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Proponiamo un estratto da <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/le-cose-che-abbiamo/"><em>Le cose che abbiamo. Essere e avere alla fine del capitalismo</em></a> della scrittrice Eula Biss. Partendo dal racconto dell’acquisto della sua prima casa, Biss riflette sulla nostra esperienza di vita nel capitalismo, su come il suo avvento abbia trasformato la quotidianità delle persone e come il suo sistema valoriale permei e influenzi completamente tutte le relazioni che intratteniamo con altri esseri umani e con gli oggetti che possediamo e che desideriamo possedere.</p>
<p>_____________________________________</p>
<p><strong>LAVORO I</strong></p>
<p>Sono uscita a bere qualcosa con una collega che dopo il secondo cocktail mi dice che i miei commenti sono stati eliminati dalla relazione sui corsi. Dico che spero li abbiano cancellati con spesse linee nere come nei documenti dell’FBI. No, mi risponde, non è andata così. I miei commenti sono solo stati cancellati: nel punto in cui osservavo che il programma è strutturato in modo da consentire ai superiori di ignorare le preoccupazioni degli insegnanti di grado inferiore, per lo più donne, c’è un vuoto. E c’è un vuoto anche dove <strong>avevo esposto nel dettaglio i piccoli abusi permessi da quella struttura: la condiscendenza quotidiana, lo sfruttamento e talvolta la coercizione</strong>. Dovevano eliminarli, spiega la mia collega, perché il mio reclamo era perseguibile in giudizio. Ovvero, a quanto pare, se non fosse stato cancellato avrebbero dovuto rispondere in qualche modo.</p>
<p>Mi è sempre piaciuto, il lavoro. Almeno all’inizio. Spingere una scopa sul pavimento di cemento nella fattoria dove ho timbrato per la prima volta il cartellino, azionare la cassa al chiosco degli ortaggi, assemblare scatoloni di cavoli dietro una serra. Leggere <i>Bartleby lo scrivano</i> ad alta voce ai ragazzi disorientati di un campo estivo. Posare nuda di fronte a una classe di studenti d’arte. Era un buon lavoro, e non soltanto perché mi pagavano 10 dollari all’ora. All’epoca frequentavo il college e mi piaceva restare immobile a pensare. E adoravo a mia volta disegnare nudi. Sapevo che era un grande servizio disegnare ispirandosi a un corpo, e preferivo fare un lavoro che percepivo come un servizio.</p>
<p>A volte lavorava con me un altro modello, un uomo che aveva quasi novant’anni. D’estate lui e sua moglie viaggiavano per il paese con il loro camper e visitavano i musei, dove lui studiava i maestri. Non per imparare a dipingere o a scolpire, ma per imparare le pose. Era il martello del falegname, mi disse, o il chiodo. Aveva un raccoglitore pieno di Polaroid delle pose che aveva imparato. Eccolo lì, un antico <i>David</i>, un <i>Augusto</i> avvizzito, un <i>Pensatore</i> brizzolato.</p>
<p>Trovai un annuncio che offriva 20 dollari all’ora per fare da modelli a un artista e così andai in auto fino a un deposito in riva al fiume e presi un montacarichi per l’ultimo piano. L’uomo che mi accolse all’ascensore era un fotografo che vendeva il suo lavoro alle riviste. Gli piaceva ritrarre donne nude nei cimiteri, mi raccontò, sulle tombe. A quel punto me ne sarei dovuta andare, ma mi ero già tolta i vestiti. Mi chiese se mi dispiaceva stendermi a terra e aprire le gambe. Com’era possibile che non me lo aspettassi? Rimasi ingenuamente stupita quando scoprii che il mio corpo era finito al servizio della pornografia necrofila. <strong>Ora so che funziona così con il lavoro: a volte il contratto viene rivisto mentre si è già all’opera</strong>, svestiti.</p>
[…]
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			Filosofia e società		</p>
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<p><strong>LAVORO II</strong></p>
<p><strong>Ho paura di ammettere, anche con me stessa, che non voglio lavorare</strong>. Ma dopo un bicchiere di vino lo confesso a Vojislav. Scrolla le spalle: ovvio che voglia mollare il mio lavoro. Anche lui vorrebbe mollare il suo.</p>
<blockquote><p>“Avrei comunque un sacco di lavoro da fare,” dico “anche senza il mio impiego. Avrei il lavoro della scrittura, il lavoro della ricerca, il lavoro legato alla casa e al giardino e il lavoro di occuparmi di un bambino. Il lavoro, in realtà, interferisce con il mio lavoro, e voglio lavorare di meno per avere più tempo per lavorare”.</p></blockquote>
<p>Ho bisogno di un’altra parola.</p>
<p>Il lavoro (<i>work</i>), scrive Lewis Hyde, è distinto dal travaglio (<i>labor</i>). <strong>Il lavoro è un’occupazione a tempo determinato, mentre il travaglio detta il suo proprio ritmo</strong>. Il lavoro, se siamo fortunati, viene ricompensato con del denaro, ma il premio del travaglio è la trasformazione. “Scrivere una poesia” sostiene Hyde “allevare un figlio, sviluppare una formula matematica, guarire da una nevrosi, una nuova invenzione: sono travagli”. Questo elenco mi rivela qual è il mio problema. <strong>Voglio dedicare la mia vita al travaglio, non al lavoro</strong>.</p>
<p>Oppure l’opposto. Il significato di travaglio e lavoro viene rovesciato in <i>Work: The Last 1.000 Years</i> di Andrea Komlosy. Entrambe le parole risalgono al latino, scrive l’autrice, che ha dato a ogni lingua indoeuropea due termini per indicare il lavoro. In latino <i>labor</i> significava dura fatica e il verbo laborare derivava dal dondolio degli schiavi che portavano carichi pesanti. <i>Opus</i>, che è diventato l’inglese <i>work</i>, era creativo e produttivo. Era un’attività soddisfacente, una fonte di piacere che dava un senso di realizzazione.</p>
<p><strong>Adesso in molte lingue c’è una confusione di significato tra i termini che indicano una dura fatica e un’attività soddisfacente</strong>. Nell’inglese di tutti i giorni un <i>laborer</i> è un lavoratore e <i>labor</i> è lavoro, tranne quando si parla della nascita di un bambino [in quel caso indica il travaglio, N.d.T.]. Nel tedesco contemporaneo, <i>werk</i> non è più un eufemismo per il sesso. Ma <i>werk</i> può significare dolore, e di una donna che ha le mestruazioni si può dire “<i>Sie hat ihre Werke</i>”: ha i suoi “lavori”. La gamma di termini che indicano il lavoro era più vasta, osserva Komlosy, prima che diventasse sinonimo di impiego retribuito nel Diciannovesimo secolo.</p>
<blockquote><p>“Gran parte di quello che in passato presumevamo fosse lavoro è stato poi escluso dalla categoria che si è sempre più concentrata sull’impiego retribuito”.</p></blockquote>
<p>Molti impieghi richiedono sia travaglio sia lavoro, nel senso di Hyde. La fatica dell’insegnamento, che io adoro per la sua capacità trasformativa, è accompagnata da un lavoro d’ufficio ordinario e dal lavoro impiegatizio, che è più faticoso del lavoro dell’insegnamento. <strong>Le burocrazie riescono a trasformare la fatica in lavoro</strong> e – come ho osservato durante la riunione con i genitori, quando l’insegnante d’asilo di J ha elencato le aziende che le hanno fornito i materiali per il corso – un insegnante può essere privato della sua fatica e può restargli soprattutto lavoro.</p>
<p><strong>Questo, immagino, è quello che intendeva Marx quando parlava di alienazione dei lavoratori</strong>. Quella frase non significava molto per me quando ho letto il <i>Capitale</i> vent’anni fa, ma ora sì.</p>
<p style="text-align: left">___</p>
<p><span style="font-size: 75%">In alto, immagine di Edmond De Haro, <i>Reimagining Capitalism</i>, Full page illustration for Forbes World&#8217;s Billionaires 2019 Special Issue.</span></p>
<p><span style="font-size: 75%"> </span></p><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/ho-paura-di-ammettere-che-non-voglio-lavorare/">Ho paura di ammettere che non voglio lavorare</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>La decomposizione delle società occidentali</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/la-decomposizione-delle-societa-occidentali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[lup_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Mar 2022 08:38:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Proponiamo un estratto da Contro l&#8217;economia. Scritti 1949-1997 del grande filosofo, sociologo ed economista Cornelius Castoriadis. Alto funzionario dell’OCSE in pieno Sessantotto, incaricato di coordinare gli studi sulla crescita economica che avrebbero guidato la politica dei governi occidentali, Castoriadis nascondeva una doppia vita di militante rivoluzionario nel movimento Socialisme ou Barbarie, da lui fondato nel [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Proponiamo un estratto da <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/contro-leconomia/"><em>Contro l&#8217;economia. Scritti 1949-1997</em></a> del grande filosofo, sociologo ed economista <strong>Cornelius Castoriadis</strong>. Alto funzionario dell’OCSE in pieno Sessantotto, incaricato di coordinare gli studi sulla crescita economica che avrebbero guidato la politica dei governi occidentali, Castoriadis nascondeva una doppia vita di militante rivoluzionario nel movimento <em>Socialisme ou Barbarie</em>, da lui fondato nel 1949. Attraverso l’omonima rivista, per vent’anni ha utilizzato clandestinamente quegli stessi studi per sviluppare una critica radicale del capitalismo e della burocrazia. Sempre in anticipo sui tempi, Castoriadis lo è ancora oggi a un secolo dalla nascita, assieme ai concetti che lo hanno reso celebre: la burocratizzazione dell’economia, la centralità dell’immaginario, la critica dello sviluppo e l’autonomia. Questa antologia tradotta e curata da Raffaele Alberto Ventura ne riassume il percorso attraverso la pubblicazione di testi inediti o introvabili in italiano.</p>
<p>_____________________________________</p>
<p>La specificità delle società occidentali per come le conosciamo, la loro unicità storica, è che sono istituite a partire da due significazioni primarie (o precisamente due magmi di significazioni) tra loro contraddittorie. Si tratta, da una parte, delle significazioni che animano il capitalismo e, dall’altra, delle significazioni che da secoli animano il movimento verso l’autonomia sociale e individuale. Sotto l’influenza di pregiudizi inconsci, il più delle volte tendiamo a pensare che si tratti della stessa cosa o di due aspetti della stessa cosa, eventualmente l’una come conseguenza dell’altra, o magari di cancellare l’una per parlare soltanto dell’altra.</p>
<p><strong>Le società occidentali non sono soltanto delle società capitalistiche.</strong> Dobbiamo questa erronea identificazione all’assurda tesi marxista secondo la quale il “modo di produzione” determina la totalità della vita sociale. Se le nostre società fossero soltanto capitaliste, il capitalismo non avrebbe mai potuto svilupparsi – ne ho già fornito una dimostrazione sul piano economico.</p>
<blockquote><p>Ed è ugualmente erroneo considerare che gli elementi di libertà connaturati all’istituzione di queste società non sono altro che un effetto o un sottoprodotto del capitalismo.</p></blockquote>
<p>Poche nozioni sono sbagliate come quella di “rivoluzione borghese-democratica” nel senso in cui chi la usa, sempre i marxisti, intende una rivoluzione “capitalista-democratica”, una rivoluzione che segna l’accesso al potere della classe capitalista, che esprime gli interessi di questa classe, e che si troverebbe portata a concedere alcune presunte “libertà formali” come controparte della sua dominazione.<strong> Non esiste nessun legame, né logico né reale, tra capitalismo e democrazia, “reale” o “formale” che sia.</strong> Il capitalismo, nella sua fase ascendente e nei Paesi in cui è pienamente sviluppato (come la Germania di Bismarck o il Giappone dopo la restaurazione Meiji), può tranquillamente adattarsi a ogni sorta di regime politico. <strong>E la democrazia non gli deve niente</strong>; mentre deve tutto ai movimenti popolari e cosiddetti “borghesi” (ovvero piccolo-borghesi o borghesi “precapitalisti”) che hanno introdotto l’idea democratica nelle società europee ben prima che esistesse, anche solo come embrione, qualcosa come il capitalismo. Né le libertà comunali, né l’<em>habeas corpus</em>, né le Rivoluzioni inglesi del Seicento, né la Rivoluzione americana hanno alcunché a che vedere con il capitalismo.</p>
<p>Quello di cui il capitalismo ha bisogno come regime politico-sociale, ideal-tipicamente, è la distruzione della protoborghesia, delle corporazioni, dei residui feudali nella proprietà e nell’economia agricola (sebbene l’antica aristocrazia e la classe capitalista si siano spesso associate); e sul piano precisamente politico, e di nuovo ideal-tipicamente, presuppone il regno della legalità e una burocrazia statale “razionale”, weberiana.</p>
<blockquote><p>Ma in realtà la nascita, lo sviluppo e la fioritura del capitalismo sono inseparabili dalla simbiosi con un potere di Stato arbitrario, pronto a trasgredire, aggirare o ammorbidire la sua stessa “legalità” se serve agli affari e al proprio tornaconto.</p></blockquote>
<p>Dietro la facciata del capitalismo privato, Marx aveva già visto chiaramente che ci sono sempre i magheggi dello Stato. Il sedicente antistatalismo del capitalismo “privato” è sempre stato parziale e a senso unico: contro l’intervento dello Stato che perturba le sacrosante leggi del libero mercato soltanto quando questo, subendo le pressioni delle rivendicazioni di altre classi, tenta di legiferare sulla durata del lavoro o il salario minimo; a favore dell’intervento dello Stato quando invece si tratta di conquistare delle commesse pubbliche, “proteggere l’interesse nazionale” aumentando i dazi doganali o spedire l’esercito a colonizzare dei selvaggi. Inutile quindi prendere sul serio i peana liberali sul capitalismo come prodotto del gioco delle “libere” forze del mercato e gli infiniti dibattiti sui “meriti” e gli “eccessi” di questo sistema inesistente.</p>
<p>Il capitalismo non è altro che l’istituzione di una significazione immaginaria sociale centrale – l’espansione illimitata del dominio “razionale” – assieme a una serie di istituzioni secondarie che incarnano e realizzano questa significazione. Non si tratta di un semplice obiettivo di onnipotenza o di un desiderio di espansione senza limiti. Tali finalità e desideri sono sicuramente presenti in ogni società da millenni; e possono trovare uno sbocco nella magia o nelle conquiste militari.<strong> La differenza essenziale è che il capitalismo istituisce e realizza i mezzi reali per un dominio reale</strong>: questo si verifica in primo luogo sul piano della produzione e dell’economia, che diventano, contemporaneamente, settori separati e dominanti della vita sociale – è la tendenza all’espansione illimitata delle forze produttive, come diceva Marx. Produzione ed economia non conoscono soltanto un’espansione quantitativa, ma sono oggetto di uno sforzo permanente di penetrazione, di trasformazione, di “razionalizzazione” che porta a rimettere in discussione, modificare, rivoluzionare ogni forma sociale prima data per scontata e intoccabile, per sottometterla all’imperativo della massima economicità, che sia in termini di rendimento o di efficienza. Dominio “razionale” degli strumenti, del processo di produzione, della sua organizzazione ed evidentemente dei produttori stessi, poi dei consumatori. La mediazione essenziale è qui evidentemente la massimizzazione del profitto. <strong>Alla fine, come ultima cosa, questo dominio “razionale” esce dalla sfera economica per invadere la totalità della vita e delle funzioni della società</strong>: consumo (ovvero manipolazione dei bisogni e di ogni aspetto della vita sociale), educazione, politica, organizzazione e attività dello Stato, cultura e divertimento. A questo punto vediamo nella sua purezza la significazione immaginaria dell’espansione illimitata del dominio “razionale”, divenuto fine in sé stesso (<em>Selbstzweck</em>), perseguito per sé stesso, senza più nemmeno rapporto con la massimizzazione del profitto economico.</p>
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<p>Questa istituzione primaria, nucleare, non può prevalere e realizzarsi senza creare e imporre una serie di istituzioni secondarie, come l’azienda o lo pseudomercato, o appropriandosi e modificando le istituzioni preesistenti, imponendo loro le proprie significazioni, com’è accaduto quando si è passati dalla Monarchia allo Stato burocratico centralizzato. Deve contemporaneamente<strong> istituire un nuovo tipo antropologico di individuo (o un insieme complementare di tipi umani) che possiamo definire<em> homo oeconomicus et rationalis</em>, incarnato da una serie di figure: l’imprenditore, il consumatore sempre aggiornato o, eredità del passato, il burocrate impregnato dall’<em>ethos</em> del “servizio”, della “legalità”, e della “razionalità”</strong>, ben descritto da Weber, Schumpeter, Veblen, Tawney eccetera. Tutto questo è essenziale ed essenzialmente noto fin dai tempi di Marx e Weber. Gli aspetti che invece non sono stati notati da questi vari autori, e tralasciando le questioni secondarie, sono i seguenti:</p>
<p>a) La razionalità del dominio del capitalismo è di fatto una pseudorazionalità. Lo è sotto due aspetti.</p>
<blockquote><p>L’idea stessa di un dominio razionale non ha nulla di razionale. Innanzitutto, da un punto di vista storico-sociale, si tratta evidentemente di una creazione immaginaria e totalmente arbitraria, ma inoltre all’interno della stessa istituzione storica della Ragione, l’idea di una corsa infinita alla “razionalizzazione” degli strumenti e dei mezzi separata da ogni finalità definita è divenuta essa stessa un’idea tutt’altro che “neutra” e anzi irrazionale (<em>vernunfrwidrig</em>).</p></blockquote>
<p>Più importante ancora sul piano effettivo, all’interno stesso della sua sfera limitata, la volontà d’imporre a ogni prezzo una “razionalità” strumentale, decisa e gestita dall’esterno, a ogni attività e affare umano porta molto spesso a esiti assurdi dal suo stesso punto di vista. Questo è già evidente nella sfera che apparentemente dovrebbe prestarsi meglio a questo progetto: la sfera della produzione materiale. Ma la divergenza tra le finalità della “razionalizzazione” e i risultati effettivi si accentua via via che ci si allontana dalla sfera della produzione materiale, per esempio nell’educazione.</p>
<p>b) <strong>La tendenza effettiva del capitalismo verso l’espansione illimitata del dominio “razionale” include di fatto il germe storico effettivo (non soltanto l’idea, il sogno, il desiderio) di ciò che diventerà poi il totalitarismo</strong>.</p>
<blockquote><p>Nella fabbrica capitalista vediamo già in nuce un progetto esplicito di dominazione totale, che mobilita tutti i mezzi necessari al fine di penetrare in ogni cosa. Qui tutto deve essere subordinato a un punto di vista unico, che non ammette nessuna discussione, come in ogni organizzazione dello sfruttamento, e tende inoltre a penetrare l’interno del materiale umano di cui si appropria per assimilarlo totalmente e renderlo totalmente conforme ai suoi obiettivi.</p></blockquote>
<p>L’instaurazione dei regimi totalitari costituisce indubbiamente una rottura storica, una creazione mostruosa, e sarebbe vano tentare di ridurli o dedurli da esperienze precedenti; per esempio non possiamo comprenderli senza prendere in considerazione la colossale mobilitazione di pathos (presso l’intera società o ampi strati sociali) che richiedono, e che nessuna semplice “idea” filosofica o politica saprebbe suscitare. Ma se cerchiamo di individuare la premessa al loro progetto di dominazione totale, la possiamo trovare nell’immaginario capitalistico del dominio illimitato che si manifesta nell’organizzazione della fabbrica: nel nazismo è stato emendato da ogni pretesa di razionalità mentre nello stalinismo è stato occultato dietro un’irrazionalità delirante.</p>
<p>c) L’aspetto più importante è che il capitalismo si è trovato a coesistere con un elemento storico a lui del tutto eterogeneo; si è trovato a nascere e crescere in una società nella quale, da molto prima della sua nascita, un movimento di emancipazione era in corso; <strong>è stato costretto a istituirsi in una società che da lungo tempo aveva sviluppato un’opposizione interna, una dimensione conflittuale il cui significato centrale s’incarna in un movimento verso <em>l’autonomia</em></strong>. Questo movimento ha tutt’altra origine rispetto all’istituzione del capitalismo e, sebbene incorporato al suo interno nelle società occidentali, vi si oppone radicalmente. Sorge con la protoborghesia dei secoli XII e XIII europei, che contro il feudalesimo costituisce degli aggregati politici che aspirano all’autogoverno, e in parte riescono a realizzarlo negoziando con lo Stato monarchico o imperiale in via di costituzione. Si sviluppa nelle lotte comunali, poi nei fermenti del Quattrocento, nelle rivoluzioni del Seicento e del Settecento, con l’Illuminismo, e assume una nuova dimensione, più profonda, con il movimento operaio socialista. Oggi è incarnata dai movimenti di emancipazione delle donne, dei giovani, degli ecologisti, delle minoranze. Tornerò più avanti sulla natura epocale di questo movimento, oltre che su quello che giustifica la mia scelta di accorpare tra loro realtà tanto differenti;</p>
<blockquote><p>per ora importa capire che esiste una continuità forte all’insegna di un progressivo svincolamento della società civile rispetto allo Stato in senso stretto, un aumento dell’eguaglianza e della democrazia, l’emergenza di movimenti di emancipazione, lotta di classe e movimenti rivoluzionari, emancipazione dalla religione e affermazione del diritto al libero esame e all’autonomia dello spirito – tutti fenomeni che da principio appaiono evidentemente soltanto in forma embrionale.</p></blockquote>
<p>Perché voler pensare tutto questo alla luce della significazione dell’autonomia? Perché con la nascita della modernità, per la seconda volta nella storia dell’umanità e dopo una pausa lunga quindici secoli, <strong>riemerge il problema politico vero e proprio, anzi il conflitto politico vero e proprio</strong>; il problema dell’istituzione della società, conflitto e lotta che hanno come posta in gioco esplicita questa istituzione e che mobilitano l’essenziale delle collettività coinvolte. Conflitto che non esiste soltanto nell’Europa dell’VIII secolo, per esempio, proprio come non esiste a nostra conoscenza in Egitto o a Babilonia, a Bisanzio o in Russia prima della seconda metà dell’Ottocento, ma che si manifesta per la prima volta dal tempo dei Greci, attraverso la rivendicazione di una collettività che vuole affermarsi esplicitamente come fonte della sua stessa istituzione, dissolvendo ogni illusione sull’origine “trascendente” di questa.</p>
<p style="text-align: left">___</p>
<p><span style="font-size: 75%">Da <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/contro-leconomia/"><em>Contro l&#8217;economia. Scritti 1949-1997</em></a> di Cornelius Castoradis, prefazione e traduzione di Raffaele Alberto Ventura. In alto, immagine di Chris Li chrisli, <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Monochrome_wall_street_sign_(Unsplash).jpg"><em>Monochrome wall street sign</em></a>.</span></p><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/la-decomposizione-delle-societa-occidentali/">La decomposizione delle società occidentali</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Cos&#8217;è l&#8217;Impact Revolution</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/cos-e-l-impact-revolution-ronald-cohen/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Jan 2022 11:12:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[emergenza climatica]]></category>
		<category><![CDATA[impresa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proponiamo un estratto da Impact. La rivoluzione che sta cambiando il capitalismo di Ronald Cohen. Si tratta di un testo pensato per ogni aspirante imprenditore, professionista, investitore, filantropo o funzionario pubblico che stia cercando il suo personale modo di contribuire al benessere comune e per chiunque creda che un’azienda possa essere al tempo stesso etica [...]</p>
<p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/cos-e-l-impact-revolution-ronald-cohen/">Cos’è l’Impact Revolution</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="page" title="Page 12">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p><em><strong>Proponiamo un estratto da </strong></em><strong>Impact. La rivoluzione che sta cambiando il capitalismo </strong><em><strong>di Ronald Cohen. Si tratta di un testo pensato per ogni aspirante imprenditore, professionista, investitore, filantropo o funzionario pubblico che stia cercando il suo personale modo di contribuire al benessere comune e per chiunque creda che un’azienda possa essere al tempo stesso etica e di successo.</strong></em></p>
<p style="text-align: center;">__________________________________________________________</p>
<p>Quasi vent’anni fa, tenni un discorso durante un evento organizzato per celebrare il trentesimo anniversario della nascita di Apax Partners, la società di venture capital e private equity della quale fui cofondatore e presidente per molti anni. Avvertii in quell’occasione che se non ci fossimo occupati in modo più efficace delle necessità di coloro che erano stati lasciati indietro, una “cortina di fuoco” avrebbe presto separato i ricchi dai poveri nelle nostre città, nei nostri Paesi e continenti. Abbiamo visto di recente questa cortina alzarsi in Paesi come la Francia, il Libano e il Cile, che hanno sperimentato violente proteste, mentre la crescente disuguaglianza nel Regno Unito ha influito sulla sua decisione di lasciare l’Unione europea, presa attraverso il referendum del giugno 2016.</p>
<p><strong>Il divario fra ricchi e poveri oggi si è ampliato enormemente. La disuguaglianza è causa di una migrazione di entità enorme dalle nazioni più povere</strong>, specialmente in Africa, verso Paesi più ricchi situati in Europa, con persone che rischiano la vita per attraversare il mare a bordo di fragili gommoni in cerca di una vita migliore. Le sfide poste dall’integrazione di questi migranti stanno aggravando le disuguaglianze che esistono già nei Paesi che li ospitano.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Scrivo questo libro perché riesco a vedere che abbiamo una soluzione a portata di mano: io la chiamo “<strong>Impact Revolution</strong>”. Alimentata dall’impact investment, ci consentirà di far fronte alla pericolosa disuguaglianza e al degrado ambientale del pianeta e ci condurrà verso un mondo nuovo e migliore.</span></p></blockquote>
<p>Il percorso che mi ha portato a scrivere questo libro ebbe inizio nel 1998, quando decisi che sette anni dopo, compiuti i sessant’anni di età, avrei lasciato Apax per occuparmi di problemi sociali e cercare di contribuire alla risoluzione del conflitto in Medio Oriente. Non volevo che il mio epitaffio dicesse: “Ha generato un Roi annuale del 30 per cento”; avevo sempre saputo che doveva esserci uno scopo più grande nella vita.</p>
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<div class="page" title="Page 13">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Quando avevo 11 anni la mia famiglia e io fummo costretti ad andarcene dall’Egitto e avemmo la fortuna di essere accolti dal Regno Unito come rifugiati. Arrivammo con una sola valigia a testa, mentre io tenevo stretta sotto un braccio la mia collezione di francobolli, nel timore che mi venisse tolta. Fummo accolti nella nostra nuova casa e cominciammo a rifarci una vita a Londra.</p>
<p>Ho sperimentato diverse svolte nel corso degli anni, compresa l’opportunità di ricevere un’istruzione di primo livello a Oxford e successivamente a Harvard, dove scoprii il venture capital proprio mentre si affermava. Ricevetti una borsa di studio Henry Fellowship, che coprì le spese del mio primo anno alla Harvard Business School, con l’obbligo di riportare qualcosa di valore nel Regno Unito una volta conclusi gli studi. Finii per riportarci il venture capital, e per questo fui nominato cavaliere nel 2001.</p>
<p>Il “giving back”, cioè la restituzione alla società di una parte di quello che ho ricevuto, è un aspetto importante dei miei valori. Così come ricevetti aiuto quando ne avevo bisogno, voglio darlo agli altri. Divenni un venture capitalist anche perché sapevo che mi avrebbe consentito di contribuire alla creazione di posti di lavoro in un periodo di disoccupazione elevata. Mentre assistevo alla diffusione a macchia d’olio di svariati problemi sociali durante gli anni Ottanta e Novanta, continuai a sentirmi motivato a fare la differenza. Speravo che se avessi lasciato Apax a sessant’anni, avrei potuto dedicarne altri venti a quei problemi e avere l’opportunità di farla davvero, la differenza.</p>
<p>Fui cofondatore di Apax all’età di 26 anni e la feci diventare una società globale di private equity con sedi in tutto il mondo, che ha oggi in gestione oltre 50 miliardi di dollari di attivi.</p>
<p>Nel mio percorso professionale ho svolto molti ruoli diversi: imprenditore, investitore, filantropo e consigliere di vari governi. Ciascuno mi ha dato l’opportunità di vedere il mondo da un punto di vista diverso. <strong>Tali esperienze mi hanno fatto capire perché il capitalismo non risponde più alle necessità del pianeta, e mi hanno convinto che esiste una nuova strada da seguire per avanzare</strong>. In questo libro, propongo una nuova soluzione che ognuno di noi può mettere in pratica.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Le cose non possono andare avanti in questo modo. A mano a mano che la disuguaglianza aumenta nei Paesi sviluppati così come in quelli in via di sviluppo, le tensioni sociali si intensificano e le persone che sono state lasciate indietro sentono che rimarranno bloccate in quel punto per sempre. Il nostro sistema non sembra giusto ai loro occhi, così si ribellano.</span></p></blockquote>
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<div class="page" title="Page 14">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Al tempo stesso, le sfide legate all’ambiente minacciano la qualità di vita sul pianeta e forse perfino la sua esistenza. Il nostro sistema economico attuale non è in grado di ovviare a questa minaccia: i governi non hanno i mezzi per far fronte ai problemi sociali e ambientali causati dagli esseri umani, e non hanno neppure modo di sviluppare approcci innovativi per risolverli – un processo che prevede inevitabilmente investimenti rischiosi, sperimentazioni e di tanto in tanto qualche fallimento.</p>
<p>I Paesi dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) spendono già oltre 10.000 miliardi di dollari all’anno per la sanità e l’istruzione; è una somma che equivale al 20 per cento del loro Pil totale, il doppio di quanto si spendeva sessant’anni fa. I governi hanno dei limiti dettati dal loro bilancio e non si sentono in grado di spendere di più, ma il denaro che erogano non è ancora sufficiente. La filantropia può aiutarli solo fino a un certo punto a superare queste difficoltà: le donazioni delle fondazioni filantropiche ammontano a 150 miliardi di dollari all’anno nel mondo, una cifra modesta in rapporto alla spesa pubblica dei Paesi.</p>
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			Economia e finanza		</p>
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<p>Esiste dunque la necessità evidente di un nuovo sistema, necessità che è stata riconosciuta pubblicamente da figure di primo piano del mondo della finanza e degli affari. Ma abbiamo dedicato moltissimo tempo finora alla diagnosi dei problemi del nostro sistema e troppo poco alla proposta di reali alternative al capitalismo, così ci sentiamo bloccati, privi di alcun modo per avanzare.</p>
<p>L’umanità ha effettivamente compiuto enormi progressi. <strong>Abbiamo la capacità di trovare la soluzione giusta, di passare a un nuovo sistema che distribuisca opportunità e risultati in modo più equo</strong> e proponga soluzioni efficaci alle grandi sfide che dobbiamo vincere. Abbiamo bisogno di un nuovo sistema in cui, per ragioni di etica così come di prudenza, il senso di avere una missione da portare a termine ponga un freno al perseguimento degli interessi egoistici; in cui chi dà un contributo raggiunga uno status migliore di chi pratica il consumismo sfrenato; in cui le imprese che danno una dimostrazione di integrità sociale e ambientale abbiano più successo di quelle che si limitano a fare i propri interessi; e in cui si incoraggino le organizzazioni e gli individui a trarre soddisfazione dall’appartenenza a qualcosa di più grande di loro, invece di sforzarsi solo di realizzare guadagni.</p>
<p><strong>Questo nuovo sistema è l’impact capitalism.</strong> Allinea il settore privato al governo di un Paese, in modo tale che i due lavorino in armonia invece che in opposizione reciproca, sfruttando i capitali e l’innovazione per risolvere problemi sociali e ambientali. Questo sistema attrae fondi dai mercati degli investimenti, esattamente come il capitale privato ha finanziato molti imprenditori perché contribuis- sero a dar luogo a una rivoluzione tecnologica negli ultimi quarant’anni.</p>
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<div class="page" title="Page 15">
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<div class="column">
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Coniuga l’impatto sociale e ambientale al profitto, sovvertendo la tirannia di quest’ultimo e ponendo l’impatto saldamente al suo fianco, affinché lo tenga sotto controllo. </span></p></blockquote>
<p>Lo riflette già in modo evidente il modo in cui le nostre preferenze sono cambiate: scegliamo sempre più di comprare prodotti da aziende che condividono i nostri stessi valori; investiamo in società che non inquinano l’ambiente e non ricorrono alla manodopera infantile; e lavoriamo in misura maggiore per imprese che perseguono obiettivi sociali e ambientali ispirati.</p>
<p>Poiché il combustibile che alimenta il sistema capitalistico è il capitale, non sorprende che una manifestazione del nuovo sistema sia l’impact investing. Così come il venture capital ha rappresentato la risposta alle necessità finanziarie degli imprenditori tech, l’impact investment costituisce la risposta a quelle degli imprenditori e delle aziende che puntano ad avere un impatto socioambientale, in quanto vogliono migliorare la vita delle persone e aiutare il pianeta.</p>
<p><strong>La Rivoluzione dell’impatto sta già trasformando il nostro modo di pensare riguardo alla responsabilità sociale, ai modelli di business e agli investimenti</strong>. Sta cominciando a cambiare le nostre economie, trasformandole in potenti motori che dirigono i capitali in modo da avere un impatto oltre a realizzare profitti. Ci è già chiaro che segnerà il Ventunesimo secolo come la Rivoluzione tecnologica ha segnato il Ventesimo.</p>
<p>L’impact investing si propone di innescare una reazione a catena. Una reazione che apporti innovazione a cinque gruppi di stakeholder. [&#8230;] Una reazione che faccia cambiare mentalità e comportamenti a investitori, filantropi, imprenditori, organizzazioni sociali, grandi imprese, governi e la popolazione in generale, ponendo l’impatto al centro delle nostre decisioni.</p>
<p>Gran parte dell’impeto che mi ha portato a sviluppare l’impact investment è scaturito dal lavoro svolto dalla Social Investment Task Force (Sitf), che creai nel Regno Unito nel 2000 su richiesta del ministero del Tesoro. Nel 2013 poi, alla luce dei progressi che erano stati fatti, il primo ministro britannico David Cameron mi chiese di dirigere la G8 Social Impact Investment Taskforce (G8t), per “stimolare la nascita di un mercato globale nell’ambito degli investimenti ad alto impatto sociale”. Quando la Russia uscì dal G8, nel 2014, l’area geografica coperta dalla task force comprendeva Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Italia e Giappone, ai quali aggiungemmo Australia e Unione europea in qualità di osservatori. Decidemmo di dividere oltre 200 persone sparse in questi Paesi in otto comitati consultivi nazionali e quattro gruppi di lavoro.</p>
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<div class="page" title="Page 16">
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<div class="column">
<p>I risultati ai quali arrivammo furono esposti in un report intitolato “Impact Investment: The Invisible Heart of Market”, pubblicato nel settembre 2014. Conteneva dichiarazioni di supporto da personaggi che andavano da papa Fran- cesco, che spronò i governi “a prendersi l’impegno di sviluppare un mercato per gli investimenti ad alto impatto e in tale modo a combattere un’economia che esclude e scarta”, all’ex ministro del Tesoro statunitense Larry Summers, che definì il documento “il ground zero di un grande affare”.2 Il report diede l’avvio a un movimento volto a diffondere quell’idea in tutto il pianeta.</p>
<p>Il governo britannico, poco dopo la sua diffusione, mi chiese di coordinare le attività finalizzate ad ampliare il lavoro della G8t a livello mondiale. Così, nell’agosto 2015, fui cofondatore del Global Steering Group for Im- pact Investment (Gsg), e assunsi la carica di presidente per portare avanti il lavoro iniziato dalla task force. Il Gsg reclutò la maggior parte dei membri del consiglio direttivo della G8t e accettò in poco tempo l’adesione di cinque nuovi Paesi: Brasile, Messico, India, Israele e Portogallo.</p>
<p>Sotto la leadership di Amit Bhatia, il suo primo Ceo, il Gsg si espanse in 32 Paesi, con il coinvolgimento di oltre 500 impact leader nei suoi comitati consultivi nazionali. Muovendosi in modo tale da “innovare, scuotere e or- chestrare” nello stesso tempo, è diventato la principale forza motrice del progresso dell’impact investment nel mondo.</p>
<p>Nel 2007 sentii che qualcosa di fondamentale stava cambiando nel mondo. Mi resi conto che gli investimenti sociali sarebbero stati la next big thing e mi occupai dell’argomento nel mio primo libro, <em>The Second Bounce of the Ball</em>.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;"> Oggi, più di dieci anni dopo, sono convinto che l’impact thinking, cioè la mentalità incentrata sull’impatto, darà luogo a un cambiamento grande come quello causato dalla Rivoluzione tecnologica.</span></p></blockquote>
<p>L’impact thinking sta cambiando i nostri comportamenti di investimento, proprio come fecero cinquant’anni fa le innovative idee sulla misurazione del rischio. Dal risk thinking scaturirono portafogli di investimento nei quali il rischio è diversificato fra molte classi diverse di asset, il che consente loro di appropriarsi degli elevati rendimenti degli investimenti più rischiosi, come quelli di venture capital e quelli nei mercati emergenti. L’impact thinking adesso trasformerà le nostre economie e cambierà la forma del mondo in cui viviamo.</p>
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<div class="page" title="Page 17">
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<div class="column">
<p>Per me, la svolta su questo fronte ha avuto luogo nel settembre 2010, quando abbiamo instaurato per la prima volta un collegamento fra misurazione dell’impatto sociale e rendimento finanziario. Il primo Social Impact Bond (Sib, obbligazione ad alto impatto sociale), chiamato Peterborough Sib, ha affrontato il problema del tasso di recidiva dei giovani detenuti uomini rilasciati dal carcere britannico di Peterborough. L’opinione prevalente fino all’arrivo dei Sib era che non si potesse misurare alcun aspetto della sfera sociale. Come si può quantificare il miglioramento della qualità di vita di un carcerato che scampa al ritorno in cella? Oggi che 192 fra Sib e Dib (Development Impact Bond, un tipo di Sib associato alle sfide da vincere nei Paesi emergenti) fanno fronte a una dozzina di problemi sociali in 32 nazioni, è ormai chiaro che <strong>se creiamo un legame fra il miglioramento delle condizioni sociali e ambientali e il rendimento finanziario possiamo consegnare le chiavi del mercato degli investimenti ai leader delle organizzazioni umanitarie</strong>.</p>
<p>In questo modo abbiamo dato agli imprenditori sociali la libertà finanziaria, che prima non avevano, di sviluppare soluzioni innovative per le più grandi sfide sociali che abbiamo di fronte.</p>
<p>La creazione del Sib ha rappresentato un segnale precoce dell’innovazione attualmente in corso, orientata all’impatto sociale. Proprio come le imprese produttrici di software e hardware degli anni Ottanta e Novanta, varie impact organization innovative, che comprendono sia “organizzazioni sociali” non- profit, sia “imprese orientate al raggiungimento di uno scopo” (<em>purpose-driven</em>), sottopongono a una disruption creatrice i modelli in uso nell’ambito dell’imprenditoria, degli investimenti, delle grandi aziende, della filantropia e persino dei governi.</p>
<p>Questo libro introduce una nuova teoria che spiega come grazie alla Rivoluzione dell’impatto potremo conseguire un miglioramento sistemico dal punto di vista sociale e ambientale, e mette in prospettiva i progressi di tale rivoluzione. Esamina i trend che stanno avendo ripercussioni su diversi gruppi di persone nella nostra società e i modi in cui tali gruppi si influenzano a vicenda, promuovendo il cambiamento in ogni parte del nostro sistema.</p>
<div class="is-divider small"></div>
<p><span style="font-size: 75%;">Da<em> Impact. La rivoluzione che sta cambiando il capitalismo</em> di Ronald Cohen. In alto, foto di <a href="https://unsplash.com/@pawel_czerwinski?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Pawel Czerwinski</a> &#8211; <a href="https://unsplash.com/?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a> </span></p>
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</div><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/cos-e-l-impact-revolution-ronald-cohen/">Cos’è l’Impact Revolution</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>L&#8217;economia mainstream sbaglia. È ora di abbracciare la complessità</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/economia-complessita-mauro-gallegati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Sep 2021 07:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mercato rende liberi ha avuto tante recensioni, quasi più delle copie vendute. La cosa più &#8220;strana&#8221; è stato vedere &#8211; come avviene per la mafia – che sono gli stessi economisti mainstream a sostenere nei loro commenti che il mainstream non esiste. Una forma di negazionismo che contrasta con quanto, poco tempo fa, autorevoli [...]</p>
<p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/economia-complessita-mauro-gallegati/">L’economia mainstream sbaglia. È ora di abbracciare la complessità</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il mercato rende liberi</em> ha avuto tante recensioni, quasi più delle copie vendute. La cosa più &#8220;strana&#8221; è stato vedere &#8211; come avviene per la mafia – che sono gli stessi economisti mainstream a sostenere nei loro commenti che il mainstream non esiste. <strong>Una forma di negazionismo che contrasta con quanto, poco tempo fa, autorevoli esponenti</strong>, soprattutto italo-americani, sostenevano ripetendo ad ogni occasione che: &#8220;il mainstream è diventato dominante per via della sua superiorità sia dal punto di vista logico che per la superiorità empirica&#8221;, ma basterebbe leggere l’introduzione del manuale di Blanchard per una chiara definizione del mainstream. Riconoscere che le obiezioni sollevate dai fondatori stessi della teoria dell’equilibrio economico generale rilevano contraddizioni del modello neoliberista con la logica e con la matematica è evidentemente irricevibile. Ma il paradigma economico dominante è in riconosciuto declino (Noam Chomsky, <a href="https://www.thenation.com/article/archive/noam-chomsky-neoliberalism-destroying-democracy/" target="_blank" rel="noopener"><em>Neoliberalism Is Destroying Our Democracy</em></a>; Adam Tooze,<em> Has Covid ended the neoliberalism</em>, The Guardian 7.9.21) e non serve aggiungere altri epicicli.</p>
<p>Anziché prendere sul serio le obiezioni di Arrow, Hahn, Debreu, Greenwald, Sraffa, Stiglitz etc, della logica e della matematica, le principali obiezioni al mio pamphlet sono state principalmente di due tipi:</p>
<ol>
<li> Le critiche son cose vecchie – un “argomento” senza dubbio forte, che discrediterebbe e.g. il teorema di Pitagora per anzianità;</li>
<li>I modelli DSGE nuovo keynesiani – ossia i mainstream – sono pieni di non linearità e quindi non c’è nulla di nuovo nella modellistica ad agenti.</li>
</ol>
<p>C&#8217;è un equivoco di fondo che è ben chiarito nella “domanda di Arrow”. Waldrop ricorda che al primo convegno del Santa Fe Institute, Arrow interruppe il relatore, Kaufmann, che stava enfatizzando l’assenza di non linearità in economia sostenendo che in realtà l’economia è piena di funzioni non lineari. La replica del relatore fu chiara: la non-linearità di cui la complessità parla è quella che produce emergenza è dovuta ai meccanismi cumulativi di feedback negativi e positivi. È questa la non-linearità che il mainstream ignora. La non linearità di cui si parla non è relativa alla forma delle funzioni, ma quella che genera emergenza la quale è possibile solo in un sistema aperto: la vera differenza tra la modellistica e i complex adaptive system è questa essendo i primi un sistema chiuso. Ma non esiste la possibilità di equiparare l’economia ad un sistema chiuso – a meno di ipotizzare che l’informazione sia perfetta e non ci sono innovazioni. Questo si deve al fatto che l&#8217;economia marginalista prende a riferimento la fisica classica di Newton che ovviamente ignora la termodinamica.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Non si può andare contro la matematica e la logica. Tanto è vero che gli <strong>economisti matematici</strong> sono quelli che per primi hanno abbandonato il modello di equilibrio generale. </span></p></blockquote>
<p>Al di fuori di un sistema chiuso non si può utilizzare l&#8217;equilibrio dove il tempo non esiste. È utile ricordare il monito di Debreu nella sua lectio Nobel: “La seduzione della forma matematica può diventare quasi irresistibile. Nel perseguimento di tale forma, può darsi che il ricercatore sia tentato di dimenticare il contenuto economico e di evitare quei problemi economici che non siano matematizzabili” (la rimozione di problemi non risolvibili con “carta e penna”). La formalizzazione sempre più astratta di tali modelli, spesso dovuta alla necessità di semplificare per renderli “analiticamente trattabili”, fino a commettere quelli che Akerlof (2020) definisce “peccati di omissione”, insieme alla loro difficoltà nello spiegare alcuni fenomeni economici e sociali osservati, ha portato ad interrogarsi sull’utilità di strumenti che talvolta sembrano impiegati come fossero fine a sé stessi.</p>
<p>Si ricordi inoltre che nei modelli chiusi, il tempo diventa è un elemento puramente contabile mentre in un modello aperto il tempo equivale al di venire dell&#8217;economia cioè irreversibile dove la storia conta. <strong>La crisi del modello dominante è ormai irreversibile</strong>, ma come i soldati giapponesi che restavano di arrendersi nonostante la resa del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale così i vedovi del mainstream continuano ed affidarsi al sistema dei prezzi che non può valere per quanto minime siano le imperfezioni informative.</p>
<p>L’economia nasce come politica economica con l’obiettivo di gestire il cambiamento della società dovuto all’avvento della rivoluzione industriale. Questo accade prima che, per mezzo della sua matematizzazione, l’economia abbia l’ambizione di assomigliare alla fisica per divenire una scienza. <strong>Uno degli scopi dell’economia politica classica è quello di essere utile alla società</strong> per agevolare il processo di crescita ed ovviare alle patologie che esso comporta. Se questo scopo ha ancora un senso, l’economia si deve dotare di strumenti che consentano di cercare le chiavi dove sono state perdute e non sotto un lampione solo perché lì c’è luce. Come s’è compreso nelle le scienze dure – quali la fisica e chimica &#8211; la teoria della complessità pone fine al tempo delle certezze, alla corrispondenza precisa tra causa ed effetto.</p>
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				<a href="https://stage.luissuniversitypress.it/pubblicazioni/il-mercato-rende-liberi/" aria-label="Il mercato rende liberi. E altre bugie del neoliberismo"><img decoding="async" width="247" height="324" src="https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2021/01/gallegati_cop-247x324.jpg" class="attachment-woocommerce_thumbnail size-woocommerce_thumbnail" alt="Il mercato rende liberi. E altre bugie del neoliberismo" srcset="https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2021/01/gallegati_cop-247x324.jpg 247w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2021/01/gallegati_cop-510x669.jpg 510w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2021/01/gallegati_cop-229x300.jpg 229w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2021/01/gallegati_cop-780x1024.jpg 780w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2021/01/gallegati_cop-768x1008.jpg 768w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2021/01/gallegati_cop-300x394.jpg 300w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2021/01/gallegati_cop-600x788.jpg 600w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2021/01/gallegati_cop.jpg 944w" sizes="(max-width: 247px) 100vw, 247px" /></a>
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			Economia e finanza		</p>
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<p>La teoria economica dominante si basa ancora sull’equilibrio e la separabilità dei sistemi, categorie appropriate solo per alcuni sistemi della fisica classica &#8211; che un economista definirebbe macroscopici. Per studiare il comportamento microscopico la fisica statistica ha introdotto l’interpretazione probabilistica. Si verifica allora una contrapposizione tra un’interpretazione deterministica, che considera l’equilibrio di ogni singolo agente e quindi del sistema, ed un un’interpretazione stocastica in cui il comportamento individuale è casuale ma porta ad un equilibrio di tipo statistico, in cui i singoli elementi possono essere in disequilibrio mentre il sistema giunge ad uno “stato di compatibilità”, più o meno duraturo interpretato da una distribuzione di probabilità. E ci si è resi conto che nel passaggio da un livello gerarchico all’altro (dalla micro alla macro e.g.) emergono fatti nuovi, non presenti ad una gerarchia più bassa (l’inflazione, le curve di Okun e Phillips, tra le tante) per cui le “leggi” valgono solo al loro specifico livello di disaggregazione.</p>
<p>Se, come mostrato da Anderson (1972) nel celebre More is different, l’aggregato non è la somma delle sue componenti, ma, piuttosto, le proprietà del tutto derivano dall’interazione fra le sue parti, allora intervengono incertezza e non-linearità. Ciò implica l’abbandono del sogno di poter formulare una “legge naturale”, della proporzionalità tra causa ed effetto e di dinamica di un sistema ricostruibile come somma degli effetti di singole cause che agiscono sulle singole componenti: insomma un requiem per l’individualismo metodologico.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Per collegare la micro-economia con la macro-economia, l’economia mainstream ha introdotto <strong>il framework dell’“agente rappresentativo”</strong>, un agente medio che agisce senza curarsi del comportamento altrui, tanto utile analiticamente quanto fallace e foriero di errori perché trascura l’interazione. </span></p></blockquote>
<p>In tal modo si è cercato di ridurre il macro-aggregato alla micro-parte per costruzione, il che dà l’idea di una possibile, ma falsa, micro-fondazione &#8211; per tacere della rinuncia all’analisi della distribuzione del reddito, della ricchezza e della dimensione degli agenti o, più in generale, degli effetti di composizione. Per quanto priva di ogni ontologia, l’analogia è così comoda ed efficace da essere utilizzata ancora oggi, a distanza di più di un secolo dalla sua introduzione. Il metodo del massimo-minimo (utilità e costo) deriva dall’analogia con i sistemi classici della fisica, che sono deterministici e separabili, ed i principi che si devono introdurre sono assiomi necessari – ed in quanto tali ad hoc &#8211; per ridurre il comportamento degli agenti economici a quello degli atomi. Ciò è avvenuto attorno al 1880 con la rivoluzione marginalista di Jevons, Menger e Walras che ambiva a trasformare la disciplina dell’economia in una scienza sociale quantitativa.</p>
<p>L’uso della matematica ha finito con l’attribuire all’economia un’autorità che è diventata una presunta obiettività ed ha nascosto l’identificazione delle riflessioni ideologiche che precedono la fase analitica nelle scienze sociali. Questa impostazione dell’economia è un fattore decisivo per l’affermazione definitiva del pensiero economico nei termini del linguaggio formale della matematica quando, per la prima volta, il metodo assiomatico-deduttivo viene applicato al di fuori dei contesti tradizionali in cui s’è sviluppato (e.g. logica, aritmetica, geometria) e di cui le scienze naturali hanno potuto avvantaggiarsi con i ben noti successi. La fisica impiega i risultati che la matematica ha assiomaticamente dedotto in modo formale e rigoroso per formulare teorie esplicative delle leggi della Natura e le adotta solo dopo averle empiricamente validate.</p>
<p>Una procedura simile è meno comune in economia, sia per l’assenza di dati sperimentali sia per la non replicabilità di molti eventi. Così Hahn poteva sostenere di non conoscere il caso di una teoria economica rigettata perché incapace di spiegare i fatti e il successo, più che decennale, della teoria dei cicli economici reali, nonostante le evidenze empiriche fossero in palese contrasto con le ipotesi della teoria stessa. Eccezion fatta per gli economisti mainstream, <strong>è indubbio che il comportamento degli esseri umani risulta più difficile da descrivere attraverso modelli matematici</strong> di quanto lo sia quello degli atomi. Infatti, non è sufficiente adottare le forme ed i metodi della fisica per modellare l’economia sulla base di una qualche analogia perché gli agenti non sono atomi e l’economia è una disciplina sociale che non può disconoscere la rilevanza della storia.</p>
<p>In ultima analisi esiste un problema di informazione: solo in un sistema chiuso, di baratto &#8211; con mercati completi e dunque informazione perfetta – i prezzi possono agire da co-ordinatori. Quando però i prezzi non segnalano solo l’eccesso di domanda o di offerta il mercato non è più efficiente (il teorema dell’impossibilità di mercati efficienti di Grossman e Stiglitz, 1980). Il modello di equilibrio economico generale nella formulazione di Arrow-Debreu, per quanto formalisticamente inattaccabile, non è robusto rispetto a minime limitazioni informative. Tanto i suoi teoremi &#8220;ottimali&#8221; quanto i suggerimenti di politica economica sono solo esercizi matematici logicamente consistenti di un sistema incorretto e, irrimediabilmente, incompleto (si vedano i teoremi di Gödel). Il modello di Arrow e Debreu è inattaccabile dal punto di vista matematico purché disaccoppiato dal fenomeno da descrivere: l’economia (come sostiene lo stesso Debreu e come dimostra il percorso intellettuale di Arrow passato dai sistemi chiusi ai Complex Adaptive System). L’equilibrio generale come fatto economico viene trasformato in un fatto matematico in ragione di un insieme di assiomi necessari per trovare la soluzione con un procedimento logicamente consistente: in primo piano c’è la matematica, mentre l’economia è solo un pretesto.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Questo modello è non corretto se lo si considera come un modello economico in quanto <strong>non riesce a descrivere alcun sistema economico reale</strong>, benché questa fosse l’originaria intenzione dei teorici dell’equilibrio economico generale. </span></p></blockquote>
<p>In termini formali, il modello di Arrow e Debreu è un’opera mirabile che mostra quali e quante restrizioni siano necessarie per trovare una soluzione al problema di dimostrare l’esistenza dell’equilibrio. Più che un modello descrittivo dell’economia è un <strong>argomento che mostra i limiti del parlare di economia attraverso la sua matematizzazione astratta</strong>, l’equilibrio è un caso particolare del non-equilibrio e la linearità della non-linearità, vedremo che il mainstream è un sotto-insieme dell’economia della complessità. Poiché il sistema economico è complesso, lo si può studiare solo attraverso una metodologia appropriata a replicare (<em>in silico</em>) alcuni eventi irripetibili nei fatti, ma simulabili costruendo sistemi ad agenti e studiando le loro reti di connessione.</p><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/economia-complessita-mauro-gallegati/">L’economia mainstream sbaglia. È ora di abbracciare la complessità</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Abbiamo un mondo da salvare</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/capitalismo-sostenibile-per-salvare-il-mondo-che-brucia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rodia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Apr 2021 08:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono cresciuta in Gran Bretagna. Un’esperienza che mi ha lasciato (almeno) due segni indelebili. Il primo è il mio amore per gli alberi. Vivevo in una famiglia turbolenta, perciò da teenager passavo il tempo sul grosso ramo basso di un enorme faggio. Un po’ leggevo, un po’ fissavo il cielo tra le fronde. Il faggio era [...]</p>
<p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/capitalismo-sostenibile-per-salvare-il-mondo-che-brucia/">Abbiamo un mondo da salvare</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="Contenutotabella">Sono cresciuta in Gran Bretagna. Un’esperienza che mi ha lasciato (almeno) due segni indelebili.</p>
<p class="Contenutotabella">Il primo è il mio<strong> amore per gli alberi</strong>. Vivevo in una famiglia turbolenta, perciò da teenager passavo il tempo sul grosso ramo basso di un enorme faggio. Un po’ leggevo, un po’ fissavo il cielo tra le fronde. Il faggio era imponente, alto almeno quanto la villa inglese a tre piani costruita lì accanto, e il sole filtrava tra il verde, l’oro e il blu delle sue foglie. L’aria sapeva di erba tagliata, luce d’estate e alberi centenari. Mi sentivo sicura e protetta, connessa a qualcosa infinitamente più grande di me.</p>
<p class="Contenutotabella">Il secondo segno che porto con me è l’ossessione professionale per il <strong>cambiamento</strong>. Dopo il college ho iniziato a collaborare con una grossa azienda di consulenze, chiudendo fabbriche nell’Inghilterra del nord. Ho passato mesi con queste aziende dalle radici secolari, un tempo in grado di dominare a livello mondiale, ora tragicamente incapaci di reggere la concorrenza straniera.</p>
<p class="Contenutotabella">Per anni ho tenuto separate queste due parti di me. Dato il mio percorso lavorativo, ho dovuto capire perché in molti tendano a negare l’evidenza e perché cambiare sia così difficile. Ho vissuto una bella vita, ho ottenuto una cattedra al MIT e sono divenuta un’esperta di <strong>strategie tecnologiche e cambiamento organizzativo</strong>, lavorando con organizzazioni di ogni forma e dimensione, per aiutarle a cambiare.<br />
Passavo le mie vacanze facendo escursioni in montagna, guardando gli aceri fiammeggianti e i pioppi che tremolavano al vento. Per me lavoro e passioni appartenevano però a due compartimenti stagni.</p>
<p class="Contenutotabella">Il mio lavoro mi faceva guadagnare bene, era divertente e spesso molto interessante, ma si trattava di qualcosa che facevo prima di tornare alla vita reale. E la vita reale erano le coccole sul divano con mio figlio. Sdraiarci assieme su una coperta sotto agli alberi, facendogli conoscere il mondo che amavo. Gli alberi mi sembravano immortali: una fonte di vita in rinnovamento costante che esisteva da un milione di anni e avrebbe continuato a esistere per un altro milione.</p>
<p class="Contenutotabella">Poi, mio fratello – giornalista ambientalista freelance e autore del <i>Libro degli esseri a malapena immaginabili</i>, uno splendido saggio su creature che non dovrebbero esistere eppure lo fanno, e di <i>A New Map of Wonders</i>, una complessa meditazione sulla fisica degli esseri umani – mi ha convinto ad approfondire gli <strong>aspetti scientifici del cambiamento climatico</strong>. Chissà se sperava di farmi capire quanto quell’argomento fosse correlato al mio lavoro. Nel caso, c’è riuscito.</p>
<p class="Contenutotabella">A quanto pare, gli alberi non sono immortali. Non intervenire sul cambiamento climatico avrà molti effetti, e uno di loro sarà proprio la morte di milioni di alberi. I baobab dell’Africa meridionale, tra i più antichi alberi del mondo, stanno morendo. E così i cedri del Libano. Nella parte occidentale dell’America le <strong>foreste muoiono più in fretta di quanto crescano</strong>. La comoda certezza sulla quale avevo basato la mia vita – che ci sarebbero sempre stati tronchi torreggianti e il dolce profumo delle foglie – era diventata qualcosa per cui combattere, e aveva smesso di sembrarmi una realtà immutabile.</p>
<blockquote>
<p class="Contenutotabella"><span style="font-size: 130%;"><strong>La comodità della mia vita era inoltre uno dei motivi per i quali le foreste erano a rischio</strong>. E non si trattava solo di alberi. Il cambiamento climatico minacciava non solo il futuro di mio figlio, ma quello di ogni bambino. Lo stesso era vero per <strong>le sempre maggiori disuguaglianze</strong> che facevano crescere odio, estremismo e sfiducia. </span></p>
</blockquote>
<p class="Contenutotabella">Mi sono convinta che concentrarsi soltanto sul profitto a ogni costo stava mettendo in pericolo<strong> il futuro del pianeta</strong> e dei suoi abitanti. Ho quasi lasciato il mio lavoro.</p>
<p class="Contenutotabella">Passare il giorno insegnando al Master di Business Administration (MBA), scrivendo saggi accademici e offrendo consulenze alle aziende perché guadagnassero ancora di più mi sembrava fuori luogo. <strong>Volevo <i>fare </i>qualcosa</strong>. Ma che cosa? Ci ho messo un paio d’anni per rendermi conto di essere già al posto giusto al momento giusto. Ho cominciato a lavorare con persone che avevano già avuto la bizzarra idea che le imprese potessero salvare il mondo. Un paio di loro dirigevano aziende da miliardi di dollari. La maggior parte erano però in imprese molto più piccole o in posizioni di minor prestigio. Tra di loro c’erano aspiranti imprenditori, consulenti, analisti finanziari, vicepresidenti e manager addetti agli acquisti.</p>
<p class="Contenutotabella">Una di loro voleva utilizzare la sua azienda di tappeti in una delle zone più depresse del New England per offrire agli immigrati posti di lavoro da operai specializzati. In molti cercavano di <strong>rispondere alla crisi del clima</strong> investendo nell’energia solare o eolica. Uno si dedicava anima e corpo al risparmio energetico. Uno faceva in modo che la sua azienda assumesse e istruisse teenager a rischio. Un altro dava un lavoro ai carcerati, e un’altra ancora faceva in modo di rendere pulita l’attività di tutte le fabbriche che la sua azienda aveva aperto in giro per il mondo.<br />
Molti si davano da fare perché il grande capitale investisse sui business leader impegnati a risolvere i grandi problemi della nostra epoca.</p>
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			Sostenibilità e ambiente		</p>
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<p class="Contenutotabella">Si trattava sempre di abili imprenditori, consapevoli della necessità, per ottenere risultati su grande scala, di perseguire due obiettivi paralleli: <strong>far prosperare le aziende e cambiare il mondo.</strong> Erano tutti guidati dalla passione e dall’impegno, convinti che l’impresa privata fosse uno strumento potentissimo per affrontare problemi come il cambiamento climatico e arrivare a una trasformazione complessiva del sistema.</p>
<p class="Contenutotabella">Mi è piaciuto tanto lavorare con loro, e continua a piacermi. Si sforzano di vivere in modo integrato, rifiutandosi di separare il lavoro dalle loro più radicate convinzioni. Lottano per creare quelle che uno di questi leader di mia conoscenza chiama organizzazioni “davvero umane”: aziende che trattano le persone con dignità e rispetto, volte tanto al perseguimento di valori comuni quanto alla ricerca di soldi e potere. Cercano di fare in modo che <strong>gli affari siano al servizio dei sistemi naturali</strong> e sociali fondamentali per tutti.</p>
<p class="Contenutotabella">Temevo però che un simile approccio al management non potesse mai diventare mainstream, e che rimanesse limitato a poche persone eccezionali in grado di portare avanti sia l’impegno sia il profitto.<br />
Credevo che alla lunga l’unico modo per risolvere i problemi sarebbe stato <strong>cambiare le regole del gioco</strong>: regolamentare le emissioni di gas serra e altre fonti di inquinamento in modo che ogni azienda fosse incentivata a fare la cosa giusta, aumentare il salario minimo, investire in istruzione e prevenzione, ricostruire le istituzioni per rendere le nostre democrazie effettivamente democratiche, trasformare il dibattito pubblico per renderlo all’insegna del rispetto e dell’impegno per il benessere comune.</p>
<p class="Contenutotabella">Non pensavo che poche aziende impegnate potessero mettere in atto il necessario cambiamento sistematico. I miei studenti – stavo tenendo un corso di imprenditoria sostenibile – erano preoccupati come me. Mi ponevano due domande: posso davvero guadagnare mentre faccio la cosa giusta? Se ci riuscissi, cambierebbe davvero qualcosa?</p>
<p class="Contenutotabella">Il libro che ho scritto è il tentativo di rispondere a queste domande, il risultato di quindici anni di riflessioni su <strong>come e perché sia possibile costruire un capitalismo redditizio</strong>, equo e sostenibile cambiando la nostra concezione dello scopo delle aziende, il loro ruolo sociale e il loro rapporto con stato e governo.</p>
<p class="Contenutotabella"><strong>Non sto dicendo che ripensare il capitalismo sarà facile o economico.</strong> La mia carriera mi ha permesso di vedere in prima persona quanto sia difficile innovare. Per tanti anni ho lavorato con aziende messe in difficoltà dal cambiamento. Ho lavorato con la GM mentre cercava di resistere alla concorrenza della Toyota. Con Kodak mentre l’industria delle pellicole veniva messa in ginocchio dalla fotografia digitale. Con Nokia – che all’apice del suo successo vendeva più di metà dei telefoni cellulari al mondo – mentre Apple rivoluzionava il settore.</p>
<blockquote>
<p class="Contenutotabella"><span style="font-size: 130%;"><strong>Trasformare le imprese può essere arduo. Trasformare i sistemi politici e sociali mondiali può esserlo ancor di più.</strong> Ma è senza dubbio possibile, e guardandovi intorno potete vedere che sta accadendo.</span></p>
</blockquote>
<p class="Contenutotabella">Mi ricordo una cosa che mi è successa qualche anno fa, mentre mi trovavo in Finlandia per una rilassante vacanza aziendale. Per la prima e ultima volta nella mia agenda avevo segnato tra gli appuntamenti “ore 17.00 – sauna”. Secondo i piani, mi presentai alla sauna, mi spogliai completamente e mi immersi nell’acqua bollente. “E ora”, mi spiegò la mia ospite, “è ora di un tuffo nel lago”. Senza protestare mi affrettai sulla neve (tutti erano attenti a non guardarmi: i finlandesi sono estremamente discreti su certe questioni) e con molta cautela ho usato una scaletta di metallo per calarmi all’interno di un buco ricavato nel ghiaccio ed entrare nel lago. Pausa. La mia ospite, dalla cima della scaletta mi stava guardando. “Sai”, mi disse, “oggi non me la sento di farmi il bagno”.</p>
<p class="Contenutotabella">Attualmente passo gran parte del mio tempo lavorando con imprenditori che cercano di fare le cose in modo diverso. Si rendono conto del bisogno di un cambiamento. Sanno anche vedere la strada giusta. Ma esitano. Sono troppo indaffarati. Non se la sentono di agire già oggi. A volte è come se dal basso guardassi gli altri in cima alla scala che non hanno il coraggio di rischiare e di mettersi in situazioni potenzialmente scomode. <strong>Ma sono comunque piena di speranza,</strong> perché sono certa di tre cose.</p>
<p class="Contenutotabella">In primo luogo, so che il cambiamento ci fa sentire così. Sfidare lo status quo è difficile, e spesso ci sentiamo soli e al freddo. Non deve sorprenderci che gli interessi dietro a chi da anni nega il cambiamento climatico oggi vogliano farci credere che non ci sia nulla da fare. Chi è al potere reagisce sempre così a possibili novità.</p>
<p class="Contenutotabella">In secondo luogo, so che si può fare. <strong>Abbiamo a disposizione tecnologia e risorse sufficienti</strong> a sistemare quel che non va. Gli esseri umani hanno risorse infinite. Se decidiamo di ricostruire le nostre istituzioni, di dar vita a un’economia completamente circolare e limitare i danni che stiamo causando alla natura, possiamo riuscirci. Durante la Seconda Guerra Mondiale, i russi spostarono di più di mille miglia a est la loro intera economia in meno di un anno. Cento anni fa, l’idea che donne e neri valessero quanto gli uomini bianchi per molti era assurda. È una battaglia che stiamo ancora combattendo, ma è evidente che vinceremo.</p>
<p class="Contenutotabella">Infine, sono sicura che abbiamo un’arma segreta. Ho passato vent’anni della mia vita lavorando con aziende che stavano cercando di trasformarsi. Ho imparato che così come era importante avere la giusta strategia, era cruciale anche ristrutturare l’organizzazione. Ma ho imparato soprattutto che queste condizioni sono necessarie ma non sufficienti. Le imprese che sono effettivamente riuscite a cambiare sono quelle che avevano un motivo per farlo: quelle che avevano uno scopo che non fosse solo la massimizzazione dei profitti.</p>
<p class="Contenutotabella">Chi crede che il proprio lavoro abbia un significato che va al di fuori del mero egoismo è in grado di raggiungere risultati straordinari, e abbiamo l’opportunità di utilizzare questi obiettivi condivisi su scala mondiale.</p>
<p class="Contenutotabella">Non è facile. A volte si ha davvero la sensazione di scendere lungo una scaletta di metallo per immergersi in un buco che attraversa trenta centimetri di ghiaccio. Ma <strong>non dimentichiamo che una sfida del genere non è solo difficile, è anche esaltante.</strong></p>
<p class="Contenutotabella">Fare qualcosa di diverso ci fa sentire vivi. Essere circondati da amici e alleati, combattere per quello che amiamo: tutto questo rende la vita più preziosa e ci dona speranza. Vale la pena di sfidare il freddo.</p>
<p class="Contenutotabella">Venite con me. Abbiamo un mondo da salvare.</p>
<p>___<br />
<span style="font-size: 75%;">In alto, foto di <a href="https://unsplash.com/@justusmenke?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Justus Menke</a> &#8211; <a href="https://unsplash.com/s/photos/deforestation?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></span></p><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/capitalismo-sostenibile-per-salvare-il-mondo-che-brucia/">Abbiamo un mondo da salvare</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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