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	<title>recensione - Luiss University Press</title>
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	<description>Casa editrice dell'Universit&#224; Luiss</description>
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	<title>recensione - Luiss University Press</title>
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		<title>“Divertirsi da morire” di Neil Postman</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jan 2024 11:45:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[divertirsi da morire]]></category>
		<category><![CDATA[media]]></category>
		<category><![CDATA[neil postman]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[sociologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di seguito vi proponiamo la recensione al libro &#8221;Divertirsi da morire&#8221; di Neil Postman, scritta da Daniele Molteni e uscita su Pandora rivista il 9 gennaio 2024. Un libro attualissimo, fondamentale, per comprendere appieno i nuovi risvolti sociali e politici alla luce dei nuovi mezzi di comunicazione. Perché, come ha ben espresso il filosofo canadese [...]</p>
<p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/neil-postman-divertirsi-da-morire-recensione-pandora-rivista/">“Divertirsi da morire” di Neil Postman</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di seguito vi proponiamo la recensione al libro &#8221;Divertirsi da morire&#8221; di Neil Postman, scritta da Daniele Molteni e uscita su <em>Pandora rivista</em> il 9 gennaio 2024. Un libro attualissimo, fondamentale, per comprendere appieno i nuovi risvolti sociali e politici alla luce dei nuovi mezzi di comunicazione. Perché, come ha ben espresso il filosofo canadese Marshall McLuhan «il medium è il messaggio».</p>
<h2 style="text-align: justify;">“Divertirsi da morire” di Neil Postman</h2>
<p style="text-align: justify;">Nell’era delle intelligenze artificiali e della rivoluzione digitale può sembrare curioso considerare d’attualità un saggio che ha come oggetto d’indagine gli effetti della televisione. Eppure, quello che si trova all’interno di <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/divertirsi-da-morire-neil-postman-libro-seconda-edizione/" target="_blank" rel="noopener"><em>Divertirsi da morire</em></a>, libro del 1985 del sociologo e teorico dei mass media Neil Postman pubblicato in una nuova edizione da Luiss University Press nel 2023, risuona ancora oggi nei problemi sul rapporto delle nostre società con le nuove tecnologie della comunicazione, soprattutto in relazione a quali conseguenze sociali, culturali e politiche esse provocano. Un’analisi elaborata dentro la cultura dello spettacolo degli anni Ottanta del Novecento negli Stati Uniti, che riguarda più in generale le forme di conversazione adottate dagli esseri umani – ovvero i discorsi e le tecniche utilizzate da una certa cultura per trasmettere messaggi – e come queste abbiano delle conseguenze sulle idee espresse.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso una chiara impostazione platonica, l’autore riprende il famoso aforisma coniato dal filosofo canadese Marshall McLuhan «il medium è il messaggio»<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>, per illustrare come il modo migliore per capire una cultura sia proprio quello di prestare attenzione agli strumenti di conversazione di cui si serve. Correggendo però l’aforisma di McLuhan, Postman definisce i mezzi contemporanei come «metafore che agiscono in modo discreto ma potente per imporre la propria particolare definizione di realtà» (p. 29). Metafore poiché non veicolano messaggi – ovvero affermazioni precise e concrete – bensì classificano il mondo proponendo delle ipotesi su come esso sia, facendo uso di simboli e immagini. Nell’analizzare l’influenza dei mezzi di comunicazione sulla ricerca della verità, nel libro viene ripreso inoltre il concetto di <em>risonanza </em>espresso dal critico letterario canadese Northrop Frye, per sostenere come essa sia la metafora per eccellenza, in quanto riguarda la capacità di far sì che certe affermazioni in contesti particolari diventino universali. «Qualunque fosse il contesto originale e limitato in cui era inserito, un mezzo di comunicazione ha il potere di volare molto al di là in contesti nuovi e inattesi» (p. 35), ed è quindi anche la forma del discorso, oltre al contenuto, ad essere rilevante.</p>
<p style="text-align: justify;">Muovendo da queste premesse sull’importanza dell’epistemologia dei mezzi di comunicazione, Postman elogia quella che chiama “l’America tipografica”, la cui cultura era basata sulla parola stampata. Una società emersa tra il Settecento e l’Ottocento, che ha visto il consolidamento dei giornali come fonte di sapere che ha permesso il formarsi di una conversazione pubblica nazionale. Una conversazione che avveniva in forme lente, in cui la stampa era il modello su cui si andava formando la mentalità tipografica, un’intelligenza che «ha dato priorità all’uso obiettivo, razionale della mente e nello stesso tempo ha incoraggiato forme di discorso pubblico con un contenuto serio e ordinato logicamente» (p. 63). Dalla religione, alla politica, al commercio, l’autore sottolinea la risonanza del discorso razionale e tipografico in questo periodo. «Per due secoli, l’America ha dichiarato i suoi obiettivi, espresso la sua ideologia, scritto le sue leggi, venduto i suoi prodotti, creato la sua letteratura, parlato al suo Dio, per mezzo di segni neri su carta bianca» (p. 73).</p>
<p style="text-align: justify;">Un discorso che ha visto l’inizio del suo declino con il passaggio ad una società fondata sull’immagine a partire dall’ingresso della pubblicità sui giornali attorno al 1890, sino ad allora anch’essa attività seria e razionale avente lo scopo di offrire informazioni in modo propositivo. Analizzando questo passaggio dall’importanza della carta stampata – e del libro come strumento che promuove il senso di un passato coerente e utilizzabile – a quello delle immagini, l’autore sottolinea il contributo del telegrafo con il suo effetto di legittimare l’idea di un’informazione staccata dal contesto, alterando il rapporto tra informazione e azione sulla realtà, con il conseguente diffondersi di una maggiore impotenza sociale e politica. Uno strumento il cui ruolo è stato mettere in moto dei frammenti di informazioni, che ha trovato il proprio complemento nella fotografia per la sua funzione di dare forma concreta e visibile a persone sconosciute e luoghi lontani. Due invenzioni, telegrafo e fotografia, che ricreano il mondo come una serie di eventi idiosincratici formando quello che Postman definisce <em>pseudo-contesto</em>, una struttura che dona apparente utilità a informazioni frammentarie e irrilevanti.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda parte di questo agile ma denso saggio, pregno di riferimenti alla cultura statunitense degli anni Ottanta del Novecento e a personaggi politici e televisivi dell’epoca, è quella più propriamente dedicata all’epistemologia della televisione. Qui l’autore analizza uno strumento che definisce “meta-mezzo”, ovvero un dispositivo che non dirige solo la conoscenza sul mondo ma anche quella sui modi di conoscere. Se nell’America tipografica era il pensiero a contare, nell’era dello spettacolo dominata dalla televisione l’importante è divertirsi. Il divertimento è il modello per rappresentare ogni esperienza e l’intrattenimento la «superideologia di ogni discorso in televisione» (p. 94). Così i dibattiti della durata di ore tra uomini tipografici ottocenteschi – come quelli tra Abraham Lincoln e Stephen A. Douglas citati nella prima parte del libro – vengono sostituiti dalle <em>discussioni</em> televisive, come quella descritta dall’autore e trasmessa il 20 novembre 1983 dalla rete ABC tra personalità autorevoli come Henry Kissinger, Carl Sagan, Elie Wiesel e Robert McNamara sulle possibilità di un olocausto nucleare.</p>
<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-11775 aligncenter" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884-300x143.jpg" alt="Divertirsi da morire Neil Postman" width="913" height="435" srcset="https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884-300x143.jpg 300w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884-247x117.jpg 247w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884-510x242.jpg 510w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884-768x365.jpg 768w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884-1536x730.jpg 1536w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884.jpg 1920w" sizes="(max-width: 913px) 100vw, 913px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Contro questa pretesa di serietà della televisione emerge la critica di Postman al mezzo-metafora e alla produzione di ciò che essa presenta come cose importanti – ovvero contenuti presentati come dibattiti culturali significativi – più che per le banalità evidenti. La tesi del libro è che il declino di un’epistemologia fondata sulla stampa e lo svilupparsi dell’epistemologia fondata sulla televisione abbia avuto gravi conseguenze per la vita pubblica a causa del suo inquinamento della conversazione politica, religiosa, informativa e commerciale. Nell’era della televisione, anche nella politica la pubblicità diventa lo strumento principale per presentare le idee, che, per quanto inverosimili, si diffondono attraverso arti dello spettacolo che minano la razionalità del discorso pubblico. Le emozioni governano le decisioni e così come la pubblicità dei prodotti di consumo parla di sogni, fantasie e paure ai consumatori con l’obiettivo di offrire pratiche soluzioni, anche la politica adotta la medesima strategia inducendo alla falsa credenza che i problemi possano essere risolti rapidamente e in modo semplice.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la mentalità tipografica ha generato un discorso orientato sulle riflessioni, l’era dello spettacolo ne genera quindi uno fondato sugli applausi. «Quello che la gente guarda e ama guardare sono immagini in movimento: milioni di immagini di breve durata e con rapidi cambi di inquadratura. È nella natura del mezzo il fatto di sopprimere il contenuto delle idee per far posto all’interesse visivo, cioè per far posto a valori spettacolari» (p. 99). È qui che in <em>Divertirsi da morire</em> il Marshall McLuhan de <em>Gli strumenti del comunicare</em> incontra metaforicamente il Guy Debord de <em>La società dello spettacolo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno spettacolo di intrattenimento sono i telegiornali del “mondo del cucù” in cui tutto quello che si vede appare e scompare, in un’interminabile sequenza senza senso che esorta a manifestare emozioni più che opinioni. Intrattenimento sono i <em>talk show</em> con la loro pretesa di serietà, e in qualche modo lo è la stessa politica, in cui i partiti perdono influenza in favore di politici-divi «indotti non già a offrire al pubblico l’immagine di sé, ma a offrire sé stessi come l’immagine degli spettatori» (p. 134), con il conseguente effetto di generare un elettorato che vota secondo interessi ormai simbolici e di natura psicologica.</p>
<p style="text-align: justify;">«Ogni mezzo entrato nella conversazione elettronica tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo ha seguito le orme del telegrafo e della fotografia, amplificandone gli effetti» (p. 86), sostiene Postman nella prima parte del libro. Applicato ai <em>social media</em> questo assunto sembra funzionare ancora, con questi ultimi che hanno esasperato gli effetti del telegrafo e della fotografia nella loro generazione di frammenti strappati da ogni contesto, generando un eterno presente dove non esiste contraddizione. In altre parole, si tratta dell’era dell’<em>infocrazia</em> di cui parla in un recente saggio anche il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a>, delineando un regime dell’informazione dove avviene una <em>comunicazione senza comunità</em> e dove la contingenza e l’attualità sono sovrane a scapito delle narrazioni e delle conversazioni all’interno dello spazio pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la diagnosi di <em>Divertirsi da morire</em> Postman rifugge posizioni luddiste e propone anzi una cura alla crisi culturale che non prevede l’abbandono del mezzo. Una possibile soluzione, secondo l’autore, è l’idea di una nuova pedagogia che guardi non solo a che cosa si impara ma a <em>come </em>lo si impara. Se è vero che anche la tecnica è ideologia in quanto impone modelli di vita, modi di stare insieme e idee, producendo cambiamenti sociali e politici, serve riconoscere questa vera e propria rivoluzione culturale compiuta dai mezzi di comunicazione per porsi le domande giuste, invertire la rotta e liberarsi dalla tirannia del presente di un’educazione fondata sull’immagine elettronica. Perché non c’è mezzo pericoloso se gli utenti ne riconoscono i pericoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante abbia elaborato una profezia errata indicando il computer come tecnica molto sopravvalutata, Postman intuì la sua analogia con la televisione per gli interrogativi psicologici, politici e sociali comuni tra i due strumenti, sostenendo quanto passasse inosservata già all’epoca della scrittura del libro la tesi centrale della tecnologia dei computer, ovvero che «la difficoltà principale per risolvere i problemi proviene dall’insufficienza dei dati» (p. 160). Oggi viviamo proprio in una società governata dall’importanza dei dati, in cui tutto deve essere misurato e processato in un presente in cui «la raccolta massiccia di dati alla velocità della luce è stata utilissima alle grandi organizzazioni ma ha recato ben poco vantaggio alla gente comune e ha creato non meno problemi di quanto ne abbia risolti» (p<em>. </em>160).</p>
<p style="text-align: justify;">
<figure id="attachment_10404" aria-describedby="caption-attachment-10404" style="width: 355px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-10404" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/09/Neil-Postman-copertina-sito-214x300.png" alt="Neil Postman copertina sito" width="355" height="498" srcset="https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/09/Neil-Postman-copertina-sito-214x300.png 214w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/09/Neil-Postman-copertina-sito-247x346.png 247w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/09/Neil-Postman-copertina-sito-510x714.png 510w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/09/Neil-Postman-copertina-sito-300x420.png 300w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/09/Neil-Postman-copertina-sito.png 625w" sizes="(max-width: 355px) 100vw, 355px" /><figcaption id="caption-attachment-10404" class="wp-caption-text">Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell&#8217;era dello spettacolo &#8211; Neil Postman</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nella sua prefazione Matteo Bittanti definisce questo saggio come «profetico, destabilizzante e avvincente come un romanzo distopico», e proprio con due romanzi distopici il lavoro di Neil Postman si pone in dialogo: <em>1984 </em>di George Orwell e <em>Il Mondo nuovo </em>di Aldous Huxley. Tra questi l’autore considera il secondo come esempio di profezia della condizione nelle democrazie occidentali, in quanto secondo Huxley «non sarà il Grande Fratello a toglierci l’autonomia, la cultura e la storia. La gente sarà felice di essere oppressa e adorerà la tecnologia che libera dalla fatica di pensare» (p. 20). Un contesto in cui il pericolo non è l’offuscamento della verità come avviene in regimi autoritari, ma la moltiplicazione delle informazioni che aumentano l’individualismo e la passività; le persone non vengono controllate con le punizioni come in una società disciplinare, ma con i piaceri di una società delle infinite possibilità e libertà, che attraverso l’intrattenimento gestito da pochi <em>network</em> televisivi – oggi diremmo gestito dai pochi che controllano i <em>social network </em>– rende possibile il collasso di una cultura condivisa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Divertirsi da morire </em>è quindi molto di più di un saggio sugli effetti della televisione sulla cultura americana nell’epoca della Guerra fredda. La sua attualità riguarda anche il fatto che viviamo un’epoca in cui ogni persona ha a disposizione una tv personale portatile, diventata estensione del corpo, ritagliata sulle diverse inclinazioni ed esigenze: lo <em>smartphone</em> con le sue finestre <em>social</em>. Ma il saggio è anche un monito sulla possibilità di produrre delle vere e proprie farse politiche per mezzo di determinate metafore e modelli comunicativi. Si tratta di una vera e propria profezia dal momento che viviamo anni in cui un personaggio come Jake Angeli – lo sciamano che ha preso parte all’assalto a Capitol Hill di Washington del 6 gennaio 2021 – presenta le carte in Arizona per candidarsi al Congresso nel 2024<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a> e in cui Rodolfo Hernandez, imprenditore e star di TikTok colombiana, ha avuto così tanto seguito da riuscire a candidarsi credibilmente alle elezioni presidenziali nel 2022<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a>.</p>
<p style="text-align: justify;">«Come sarebbero stati soddisfatti tutti i vari re, zar, e Führer del passato – e i commissari del popolo di oggi – di sapere che la censura non è più una necessità, quando tutto il discorso politico prende la forma di una barzelletta» (p. 141).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> L’espressione ha avuto ampia diffusione dopo il saggio di Marshall McLuhan <a href="https://www.ilsaggiatore.com/libro/gli-strumenti-del-comunicare-2" target="_blank" rel="noopener"><em>Gli strumenti del comunicare</em></a>, pubblicato per la prima volta nel 1964, che ha come oggetto un’analisi sugli effetti trasformativi dei media.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> Byung-Chul Han, <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/infocrazia-byung-chul-han-9788806256432/" target="_blank" rel="noopener"><em>Infocrazia. Le nostre vite manipulate dalla rete</em></a>, Einaudi, Torino 2023. <a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/infocrazia-di-byung-chul-han/" target="_blank" rel="noopener">Qui recensito da Matteo Migliori.</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> SkyTG24, <a href="https://tg24.sky.it/mondo/2023/11/14/elezioni-usa-2024-jake-angeli-candidatura" target="_blank" rel="noopener"><em>Elezioni Usa 2024, lo sciamano Jake Angeli si candida al Congresso in Arizona</em></a>, 14 novembre 2023.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftnref4" name="_ftn4"><sup>[4]</sup></a> Oliver Griffin, <a href="https://www.reuters.com/world/americas/colombias-king-tiktok-hernandez-ready-run-off-after-shock-result-2022-05-30/" target="_blank" rel="noopener"><em>Colombia’s ‘king of TikTok’ Hernandez ready for run-off after shock result</em></a>, Reuters, 31 maggio 2022.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>&nbsp;</p><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/neil-postman-divertirsi-da-morire-recensione-pandora-rivista/">“Divertirsi da morire” di Neil Postman</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Oltre le banche centrali di Francesco Saraceno</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/oltre-le-banche-centrali-francesco-saraceno-cesare-alemanni-il-tascabile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Oct 2023 14:29:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La recensione che vi proponiamo di seguito è apparsa il giorno 27 ottobre 2023 su Il Tascabile: Cesare Alemanni scrive di &#8221;Oltre le banche centrali&#8221; (Francesco Saraceno), libro che ha appassionato molto i nostri lettori e che apre nuove prospettive di un tema tanto importante quanto delicato. Oltre le banche centrali di Francesco Saraceno L’ideologia [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La recensione che vi proponiamo di seguito è apparsa il giorno 27 ottobre 2023 su <em>Il Tascabile</em>: Cesare Alemanni scrive di &#8221;Oltre le banche centrali&#8221; (Francesco Saraceno), libro che ha appassionato molto i nostri lettori e che apre nuove prospettive di un tema tanto importante quanto delicato.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Oltre le banche centrali di Francesco Saraceno</h2>
<p style="text-align: justify;">L’ideologia può nascondersi anche dentro strumenti all’apparenza puramente tecnici? La risposta è ovviamente sì, ce lo insegna la Storia. Nel caso l’avessimo però dimenticata, <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/oltre-le-banche-centrali-francesco-saraceno-nuovo-libro/" target="_blank" rel="noopener"><i>Oltre le banche centrali. Inflazione, disuguaglianza e politiche economiche</i></a> di Francesco Saraceno è qui per ricordarcela.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo aspetto di cui il libro si occupa è uno degli argomenti più sentiti degli ultimi anni: l’inflazione. Il secondo, altrettanto importante ma meno vicino al sentimento delle persone “comuni”, sono gli strumenti per combatterla, l’inflazione. Perché, si domanda Saraceno, la lotta all’inflazione si è trasformata in una faccenda quasi dogmatica che, come vediamo in questi anni, coinvolge una sola categoria di attori (le banche centrali) e una sola categoria di strumenti (le politiche monetarie e l’intervento sui tassi)? E quali sono le possibili alternative al dogma?</p>
<p style="text-align: justify;">La prima parte del lavoro di Saraceno è dedicata a ricostruire come siamo arrivati a questo punto. Le tappe sono note. La crisi energetica e la stagflazione degli anni Settanta, che fanno precipitare il consenso intorno alla teoria keynesiana – l’ortodossia dominante nei primi decenni del dopoguerra occidentale – e aprono spiragli di visibilità e agibilità politica per <i>vecchie</i> nuove idee. In quello spazio si infila un economista americano che insegna a Chicago. Si chiama Milton Friedman e sostiene che “l’inflazione sia sempre e soltanto un fenomeno monetario”. Ovvero è sempre e solo il riflesso di una situazione in cui “una quantità maggiore di moneta va a caccia di una quantità costante beni”. E dato che aumentare il numero dei beni, cioè la produttività, si può rivelare difficile – e di sicuro si stava rivelando quasi impossibile negli anni Settanta dello shock petrolifero – la cosa da fare, secondo Friedman, è ridurre la quantità di moneta in circolazione. Come? Tramite un rialzo dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali. Per chi non fosse avvezzo alla questione, quando una banca centrale alza i tassi d’interesse, il costo di prendere denaro in prestito cresce, generando una contrazione del credito che, a tutti gli effetti, causa una riduzione della moneta in circolazione, riportando equilibrio nel rapporto tra domanda e offerta.</p>
<p style="text-align: justify;">Come racconta Saraceno, l’idea che l’inflazione sia sempre e solo un problema di quantità di moneta non era nulla di nuovo già negli anni Settanta. Di fatto le primi intuizioni “monetariste” si possono far risalire al ‘600. Tuttavia, a partire dagli anni Trenta, questa idea era divenuta largamente minoritaria e al suo posto dominava una teoria diametralmente opposta. E ovvero che il modo per mantenere un’economia in salute passasse del sostegno, da parte della finanza pubblica, all’occupazione e alla domanda private. In un contesto di espansione economica come il dopoguerra, ciò coincise con decenni di denaro a “buon mercato”, ampio ricorso alla spesa e bassi tassi d’interesse. Tuttavia, come detto, quando negli anni Settanta il giocattolo si ruppe, economisti come Friedman ebbero buon gioco nell’indicare le politiche monetarie troppo generose tra le principali responsabili del dissesto.</p>
<blockquote>
<h3>Perché la lotta all’inflazione si è trasformata in una faccenda che coinvolge solo le banche centrali?</h3>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Le idee di Friedman sulla crisi e le su soluzioni non attecchirono subito ma quando lo fecero, lo fecero con grandi conseguenze. Nel 1979, quando l’inflazione americana è ormai in cronica doppia cifra da anni, ai vertici della FED siede un banchiere di nome Paul Volcker. Nel corso di quell’anno, Volcker decide una serie di rialzi dei tassi d’interesse come mai si era vista nella storia. Il risultato è che, infine, l’inflazione viene domata. L’effetto collaterale del “Volcker shock”, tuttavia, è la recessione. Milioni di persone perdono il lavoro e interi settori entrano in crisi. Una specie di tabula rasa che porta all’emergere di un nuovo mondo in cui, come ricorda Saraceno: “la preferenza delle banche centrali per la stabilità dell’inflazione si è spinta fino a sacrificare l’occupazione”.</p>
<p style="text-align: justify;">I decenni successivi al “Volcker shock” sono in effetti caratterizzati da una calma piatta sul fronte dei prezzi. Tanto che si parla in proposito di un periodo di “grande moderazione”, in cui più che l’inflazione si teme semmai la deflazione. All’incirca negli stessi anni, a corollario naturale della dottrina Friedman, si afferma l’idea che il mercato sia un meccanismo autonomo in grado di allocare risorse e capitali meglio di qualunque decisore politico o pubblico. La grande moderazione dei prezzi contribuisce a una lunga stagnazione dei profitti e a rendere meno allettante l’investimento nell’economia reale e così, anche grazie a una serie di liberalizzazioni del settore nel corso degli anni Novanta, i grandi capitali cominciano a inseguire i margini ben più interessanti che promettono i mercati finanziari.</p>
<p style="text-align: justify;">In quegli anni alcuni economisti mettono in guardia dai rischi della cosiddetta “finanziarizzazione” dell’economia e chiedono ai banchieri centrali di intervenire sui tassi per arrestare il gonfiarsi di bolle sempre più evidenti e pericolose. Tuttavia una delle ricette di Friedman, ormai cristallizzatasi in dogma, suggeriva che le banche centrali dovessero astenersi il più possibile dal condizionamento del mercato, specie se per agenda politica. Non dovevano dettare il ritmo all’economia, ma seguirlo e correggerlo solo in caso di evidenti deviazioni dei prezzi dalla norma. In altre parole dovevano mantenere un atteggiamento di “benign neglect”, come da celebre mantra del potente Alan Greenspan della FED. Il quale, come ricorda Saraceno, “amava ripetere che far scoppia la bolla fosse troppo costoso […] e che il meglio che le banche centrali potevano fare era essere pronte ‘ad asciugare passando lo straccio’ dopo che essa era scoppiata naturalmente”.</p>
<p style="text-align: justify;">E così, tra anni Novanta e Duemila, il mondo, come sappiamo, è punteggiato da una serie di crisi finanziarie con epicentro l’economia americana. Crisi che, come noto, raggiungono un punto critico con il fallimento di Lehman nel 2007 e da lì a cascata con l’esplodere della bolla delle bolle, quella dei subprime. Da quel momento in poi, il mito del “benign neglect” e la “regola Freidman” rivelano tutti i loro limiti e le banche centrali tornano, prima in America e poi con in ritardo in Europa, pro-attive protagoniste, “inondando i mercati di liquidità e facilitando l’accesso al credito”. Diffondendosi a livello globale, il collasso motiva ampie politiche di espansione monetaria, incluso il celebre “whatever it takes” di Draghi, “banchiere superstar” per antonomasia.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="wp-image-10834 aligncenter" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/10/sara-kurfess-untSDM2Hihg-unsplash-300x200.jpg" alt="Oltre le banche centrali" width="885" height="590" srcset="https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/10/sara-kurfess-untSDM2Hihg-unsplash-300x200.jpg 300w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/10/sara-kurfess-untSDM2Hihg-unsplash-247x165.jpg 247w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/10/sara-kurfess-untSDM2Hihg-unsplash-510x340.jpg 510w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/10/sara-kurfess-untSDM2Hihg-unsplash-1024x683.jpg 1024w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/10/sara-kurfess-untSDM2Hihg-unsplash-768x512.jpg 768w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/10/sara-kurfess-untSDM2Hihg-unsplash-1536x1024.jpg 1536w, https://stage.luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/10/sara-kurfess-untSDM2Hihg-unsplash.jpg 1920w" sizes="(max-width: 885px) 100vw, 885px" /></p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
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<h3>La grande moderazione dei prezzi contribuisce a rendere meno allettante l’investimento nell’economia reale, così i grandi capitali cominciano a inseguire i mercati finanziari.</h3>
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<p style="text-align: justify;">Di crisi in crisi, Saraceno rimbalza fino a quella in corso. Una crisi cominciata con il COVID, proseguita con la guerra in Ucraina e le sue conseguenze sul costo dell’energia e da lì sull’inflazione, che è ritornata così a proiettare la sua lunga ombra sull’emisfero occidentale dopo quasi quarant’anni. Considerato il discredito del monetarismo nel post-2008, ci si aspetterebbe, ci dice Saraceno, che di fronte all’attuale inflazione si sia andati “oltre le banche centrali”, oltre l’idea che l’unica cura possibile all’inflazione sia la restrizione monetaria e l’intervento massiccio sui tassi. E invece, non appena è ricomparsa l’inflazione: “il ritorno sulla scena di Friedman è stato spettacolare […] l’idea per cui questa è essenzialmente un fenomeno monetario è riapparsa prepotentemente, nonostante tutto sembrasse indicare che gli aumenti dei prezzi fossero legati a scarsità, colli di bottiglia, tensioni sui mercati dell’energia e dei beni alimentari”</p>
<p style="text-align: justify;">La ragione per cui Friedman e la sua eredità sono così duri a morire, è molto semplice: l’efficacia dell’aumento dei tassi d’interesse nel contenimento dell’inflazione è indubbia e indiscutibile. Alla lunga la riduzione della moneta circolante riesce – è matematico – a contenere l’aumento dei prezzi. Ma a quale… prezzo?</p>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo visto il credo monetarista emerge in seguito alla crisi degli anni Settanta che, come detto, aveva cause complesse e multi-sistemiche – lo shock energetico, l’instabilità geopolitica, le grandi contrattazioni dell’epoca. Complessità su cui la soluzione monetarista passò come una falciatrice, fornendo sì una soluzione, ma una soluzione che faceva di tutta l’erba un fascio, senza distinguere tra problemi che emergevano dal lato dell’offerta e altri che riguardavano invece quello della domanda. Il tutto, peraltro, causando, come detto, una grave recessione destinata a cambiare per sempre la relazione tra economia e società, con il tramonto dell’assunto che ampia occupazione ed equa ridistribuzione fossero il fine ultimo del sistema socio-economico.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcosa di simile, secondo Saraceno, sta accadendo anche oggi. Di fronte a un’inflazione che ha chiaramente un’origine complessa e multi-sfaccettata (il Covid, la guerra, i sostegni all’economia pandemica, la ricomposizione settoriale, il frazionamento geopolitica), l’unica risposta che finora siamo stati in grado di elaborare è il rialzo dei tassi. Una risposta che, scrive Saraceno, equivale a “spegnere una candela con un’idrante”<b>.</b></p>
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<h3>Il credo monetarista causò una grave recessione destinata a cambiare per sempre la relazione tra economia e società.</h3>
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<p style="text-align: justify;">Sarà efficace? Sconfiggerà l’inflazione? È (quasi) certo. Risolverà, o anche solo interverrà, sui problemi strutturali e sistemici che l’hanno causata? No e anzi, probabilmente, ne creerà altri. E, proprio questo, secondo Saraceno, è il problema e la ragione del suo invito ad andare “oltre le banche centrali”. Non solo perché l’affidarsi soltanto alle banche centrali ha effetti collaterali deleteri ma perché affidarsi <i>soltanto</i> alle banche centrali significa togliere dalle spalle della politica e dello Stato una responsabilità che invece dovrebbe essere anche delle politica e dello Stato. Perché l’inflazione, così come gli strumenti monetari che usiamo per combatterla, è una malattia con sintomi e conseguenze in primis sociali: impoverimento, concentrazione della ricchezza verso i ceti più alti e così via. Pensare che la sua risoluzione debba essere lasciata alla tecnocrazia delle banche centrali è sicuramente conveniente per chi governa nei periodi d’inflazione ma è il riflesso di un’ignavia politica che i problemi del presente e del futuro semplicemente non consentono più.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la<i> pars destruens </i>del libro di Saraceno è senz’altro efficace e ben argomentata, un po’ meno convincente appare la <i>pars costruens, </i>ovvero la proposta di soluzioni alternative – come per esempio l’invito alla concertazione che lo stesso autore ritiene improbabile e al ritorno a un’idea di “policy mix”, ovvero a un mix di diverse politiche economiche e industriali, mirate a individuare e a combattere le singole cause dell’inflazione una alla volta. E tuttavia, in quanto autore di un libro su logistica e supply chain, mi viene da obiettare che le tubature da cui passa l’economia globale sono talmente numerose e intricate che risalire, con precisione, ai punti in cui si sono guastate si rivela spesso una fatica di Sisifo. Tanto da far credere che la vera ragione per la predilezione della politica monetaria sia in realtà molto semplice, e in un certo senso deprimente: è l’unica che ci consente la complessità raggiunta dal sistema economico (o la nostra capacità di comprenderlo).</p>
<p style="text-align: justify;">Se sia davvero l’unica o meno, lo capiremo magari anche attraverso l’esperienza di questa crisi. Ma aldilà degli strumenti che eventualmente potrebbero sostituire o affiancare l’intervento delle banche centrali – e che potrebbero cambiare o meno l’idea di onnipotenza che gli abbiamo attribuito; l’auspicio è che a cambiare sia la rigidità, spesso dogmatica, con cui in questi decenni la politica economica ha concepito il funzionamento del mercato e il suo optimum.</p>
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<h3>Affidarsi soltanto alle banche centrali significa togliere dalle spalle della politica e dello Stato una responsabilità che invece dovrebbe essere anche loro.</h3>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ovvero, per lasciare l’ultima parola a Saraceno: “La politica economica dovrà perseguire una crescita stabile ed equilibrata, assicurandosi di non sacrificare la resilienza sull’altare di una crescita fine a se stessa e in fin dei conti fragile”.</p>
<p style="text-align: right;"><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/oltre-le-banche-centrali-francesco-saraceno-cesare-alemanni-il-tascabile/">Oltre le banche centrali di Francesco Saraceno</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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