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	<title>sostenibilità - Luiss University Press</title>
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	<description>Casa editrice dell'Universit&#224; Luiss</description>
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	<title>sostenibilità - Luiss University Press</title>
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		<title>Il martello di Thor</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 May 2021 09:14:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anteprime]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proponiamo un estratto del volume , Cantiere Terra. Come l&#8217;ingegneria climatica può salvare il pianeta. Thomas Kostigen va alla ricerca di chi oggi propone soluzioni innovative di ingegneria climatica: investitori, scienziati, ingegneri e visionari che, tra foreste artificiali che assorbono anidride carbonica dall’atmosfera, terreni smart che programmano le condizioni ideali per lo sviluppo delle coltivazioni [...]</p>
<p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/cantiere-terra-thomas-kostigen-estratto/">Il martello di Thor</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Proponiamo un estratto del volume , Cantiere Terra. Come l&#8217;ingegneria climatica può salvare il pianeta. Thomas Kostigen va alla ricerca di chi oggi propone soluzioni innovative di ingegneria climatica: investitori, scienziati, ingegneri e visionari che, tra foreste artificiali che assorbono anidride carbonica dall’atmosfera, terreni smart che programmano le condizioni ideali per lo sviluppo delle coltivazioni e innovativi sistemi di riutilizzo delle acque di scarico, stanno provando concretamente a cambiare le sorti del pianeta.</strong></em></p>
<p style="text-align: center;">__________________________________________________________</p>
<p>C’è il clima peggiore al mondo: venti che superano i 300 chilometri orari e staccano la corteccia degli alberi; temperature che scendono ben al di sotto dello zero; tormente; bufere di neve; nebbia; valanghe; e il ghiaccio che si forma su qualsiasi superficie esistente.Forse pensate che si tratti di una remota località dell’Antartide, o di un luogo al polo opposto, il Polo Nord. Ma il<strong> clima peggiore del mondo è solo a poche ore di macchina da Boston</strong>, in cima al monte Washington, nel New Hampshire.</p>
<p>I nativi americani sono stati i primi a scoprire la crudeltà di questa montagna, che chiamavano infatti Agiocochook, ovvero “Casa del grande spirito”. Qui è stata costruita la prima stazione meteorologica d’America. E nell’osservatorio sulla vetta del monte è stata registrata la velocità del vento più alta della Terra fino a non molto tempo fa, 370 chilometri orari.</p>
<p>Sono la particolare posizione e le caratteristiche della montagna che danno vita alla sua temibile e impetuosa progenie. Il monte Washington, con i suoi 1917 metri, è la cima più alta del Nord-Est degli Stati Uniti. Essendo la più alta barriera a est del Mississippi, rappresenta un ostacolo per i venti che soffiano verso ovest. La sua vicinanza alla costa, meno di 160 chilometri, la rende soggetta a zone di bassa pressione. E forse la causa più importante è che la catena montuosa in cui si trova è il punto d’incontro delle violente precipitazioni che giungono dall’Atlantico, dalla costa del Golfo e dal Pacifico nordoccidentale.</p>
<p>Anche nelle giornate serene, di pomeriggio sul pendio della montagna la temperatura diventa subito rigida, poiché il ripido fronte occidentale scherma il sole e lascia in ombra le rocce e il ghiaccio. La neve viene spazzata via. I forti venti non consentono ai cristalli di neve di compattarsi e attecchire. Quando sui dirupi rocciosi il cielo è scuro, è un minaccioso segno premonitore di quello che è in agguato: il grande spirito – o qualunque altra cosa sia – della tempesta.</p>
<p>Il tempo più abominevole del mondo, comunque, sta per calare dalla montagna. Sta per espandersi, distruggendo le coste, inondando le pianure, abbattendosi sulle città e lasciando alle sue spalle poco più che terra bruciata. Quasi tutti i giorni i notiziari ci riportano queste immagini drammatiche.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Negli ultimi dieci anni circa<strong>, il pianeta è stato investito dalle tempeste e dagli episodi di maltempo più intensi e letali</strong>.</span></p></blockquote>
<p>Cicloni tropicali come l’uragano Irma hanno battuto i record di velocità nel 2017, l’anno degli eventi atmosferici più distruttivi mai registrati. L’inverno non è stato certo più mite. Di recente, anche l’altezza della neve, il calo delle temperature e le tempeste di ghiaccio hanno raggiunto livelli da record. Nel 2018, a Mosca – Mosca! – c’è stata più neve che mai. E questo la dice lunga. A Nord-Est e sulla costa atlantica degli Stati Uniti hanno coniato dei termini per descrivere il peggioramento delle annuali emergenze legate alla neve: <em>snowmageddon</em>, <em>snowpocalypse</em>, <em>snozilla</em>. La lista di curiosi nomignoli è lunga.</p>
<p>Ogni anno si verificano inondazioni tanto eccezionali da eguagliare la portata di quelle degli ultimi cinquecento anni. E le ondate di caldo e di freddo incidono sulla vita delle persone come non mai. In una sola settimana del luglio 2018 in tutto il mondo si sono registrate le temperature più alte di tutti i tempi.</p>
<p>Da decenni<strong> le temperature globali sono mediamente aumentate</strong>. Anche i climi estremamente freddi non sono stati risparmiati dal riscaldamento globale: nell’inverno 2017/2018, un colossale fronte freddo ha stretto nella morsa del ghiaccio gran parte degli Stati Uniti e ha portato il gelo artico fino al Sud della Georgia. Solo un paio di anni prima, in Florida, a Miami e a Key West, è stata diramata l’allerta per il gelo.</p>
<p>Le stranezze del clima stanno diventando la nuova normalità. Gli eventi climatici estremi hanno sempre perseguitato il pianeta, ma quelli che viviamo hanno una genesi diversa: sono stati creati dall’uomo.</p>
<p>I cambiamenti climatici hanno reso normale nelle regioni più popolate del mondo un clima che prima esisteva solo in regioni estreme – in luoghi come il monte Washington. L’arma con cui ci colpisce il riscaldamento globale consiste nella maggiore umidità che sale dal terreno e viene rilasciata nell’atmosfera sotto forma di violenti temporali e nevicate. Il contrasto tra temperature più calde e temperature più fredde è più violento e genera intensi tornado, uragani e cicloni tropicali di tutti i tipi. Senza dubbio, i temporali sono generalmente più forti che in passato. Da trent’anni a questa parte, la velocità media dei venti e le precipitazioni sono aumentate del 5 per cento. Questo incremento ha reso i disastri naturali più devastanti e la differenza tra le stagioni più spiccata. Perfino gli oceani non sono in grado di disperdere nell’atmosfera l’aumento delle temperature. I mari più caldi aumentano di volume e l’aumento del loro livello alimenta le mareggiate costiere e le conseguenti bufere.</p>
<p>Sono immagini spaventose da evocare, ma questi sono gli scenari descritti dagli scienziati nel caso in cui l’aumento delle temperature globali continui e rimanga incontrollato: in California, le gigantesche inondazioni formerebbero un lago di 480 chilometri, le Grandi Pianure diventerebbero aride, Miami verrebbe sommersa. Condizioni atmosferiche come quelle in vetta al monte Washington diventerebbero ancora più diffuse. E anche il caldo farebbe le sue vittime: New York sarebbe un affollato ricettacolo di malattie e di morti per ipertermia. Si può immaginare il futuro come la peggiore distopia possibile.</p>
<p>Ma dall’altra parte del mondo, in Svizzera, nel seminterrato di un edificio fatiscente, seminascosta in un angolo buio, si trova la chiave di un’altra realtà, di un altro futuro. L’<strong>arma definitiva contro il furore del clima è un sottile raggio di luce rossa</strong>.</p>
<p>“È un laser ad alta potenza” spiega <strong>Jean-Pierre Wolf</strong> mostrandomelo. Uomo di mezza età, di altezza e corporatura media, Wolf non somiglia affatto a un moderno Thor, il dio nordico che aveva il potere di controllare i fulmini con il suo martello. Ma questo fisico svizzero nato in Francia non ha neanche l’aspetto di un topo di laboratorio. Ha un fisico atletico, e gli scarponi, il velluto a coste e la giacca a vento che indossa lo fanno sembrare più un maestro di sci che un professore di scienze. Un fatto sorprendente, perché Wolf ha passato tutta la sua carriera negli ambienti della ricerca, ha ottenuto il dottorato di ricerca in fisica in uno degli istituti di scienze e tecnologia più prestigiosi d’Europa, L’Ecole Polytechnique Fédérale di Losanna, e successivamente ha insegnato presso atenei come Yale e in università francesi e tedesche. Come tutti gli scienziati, ha approfondito per lavoro diversi campi di indagine, tra cui la spettroscopia. L’analisi dell’interazione tra materia e radiazioni elettromagnetiche viene usata in medicina, nell’ingegneria meccanica, in elettronica e&#8230; nello studio del clima.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;"><strong>Manipolare il clima</strong> è diventata la sua missione in virtù della sua esperienza pratica, non della teoria. Se l’invenzione del laser di Wolf si dimostrerà all’altezza delle aspettative, potrà effettivamente annientare la brutalità del clima e creare un futuro più radioso per tutti noi.</span></p></blockquote>
<p>Finora, le sostanze di riferimento per modificare il clima sono stati degli orribili agenti chimici. Per esempio, disperdere ioduro d’argento nelle nubi è una classica procedura per provocare le piogge. Scaricata dagli aerei o sparata attraverso dei razzi, questa sostanza chimica si diffonde tra le nuvole sotto forma di pallettoni e genera dei cristalli di ghiaccio che diventano abbastanza pesanti da cadere verso il basso. A seconda delle temperature a livello del suolo, possono cadere pioggia, ghiaccio, neve o grandine.</p>
<p>Il problema è che questa semina delle nuvole non sempre funziona, e quando funziona i risultati sono piuttosto imprevedibili. Negli anni Cinquanta, un’operazione segreta di semina delle nuvole da parte dell’esercito britannico chiamata Cumulus ha riversato enormi quantità di pioggia sulla campagna inglese, causando allagamenti che hanno ucciso trentacinque persone. Gli Stati Uniti hanno sperimentato la stessa tattica aerea sul sentiero di Ho Chi Minh, durante la guerra del Vietnam, tramite una missione con il nome di<em> progetto Popeye</em>, che aveva lo scopo di prolungare la stagione dei monsoni e causare inondazioni e frane sul territorio nemico. Lo slogan ufficioso della missione era “inondate la terra, non fate la guerra”.</p>
<p>Ma il progetto Popeye ha vissuto alterne fortune e alla fine è stato abbandonato. In tempi più recenti, quando la Cina ha ospitato le Olimpiadi del 2008, si diceva che fosse possibile “ripulire il cielo” sparando nell’atmosfera sovrastante l’area di Pechino più di mille razzi contenenti agenti chimici per la semina delle nuvole allo scopo di causare artificialmente delle piogge. Nonostante si siano create delle condizioni atmosferiche ideali per la cerimonia di apertura, questo rimedio climatico non è mai stato ritenuto scientificamente valido.</p>
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<p>Il laser di Wolf è una tecnica di manipolazione del clima completamente diversa. E ha dato sempre dei risultati positivi, eccezionali in effetti, sia nei test di laboratorio sia nella sperimentazione sul campo. Wolf ha inventato un laser più potente di tutti i reattori nucleari della Terra messi insieme. Può <strong>generare i fulmini</strong> all’interno di una nuvola, attraversare le molecole d’aria e generare la pioggia, o, al contrario, <strong>fare esplodere le molecole d’acqua</strong> e disperdere le precipitazioni.Il dispositivo è grande quanto un tavolo da biliardino e viene tranquillamente tenuto in un seminterrato dell’università di Ginevra, dove Wolf insegna fisica.</p>
<p>Non era nelle sue intenzioni inventare un congegno che potesse modificare o controllare il clima. La tesi di dottorato di Wolf era sul laser, ma la tecnologia del laser può essere applicata a contesti di ogni genere, dal telecomando che si usa per cambiare canale televisivo alle applicazioni in campo sanitario, in cui il laser può identificare e distruggere le cellule neoplastiche. Nel 2000, è stato un volo da Ginevra a Roma a definire la direzione di questa ricerca. L’aereo su cui viaggiava Wolf era finito in mezzo a un brutto temporale ed era stato colpito da un serie di fulmini, e questo lo portò a riflettere su come il laser potesse essere usato per deviare i fulmini.</p>
<p>Il laser e i fulmini hanno molto in comune, capì. Entrambi imprimono una direzione all’energia. “Che cosa succederebbe se si potesse usare l’energia di un laser per dare a un fulmine una direzione diversa?” si chiese. Naturalmente, non era la prima volta che qualcuno cercava delle risposte osservando i fulmini. È famoso l’episodio in cui, Benjamin Franklin, nel 1752, fece volare in cielo un aquilone durante un temporale e scoprì che la natura aveva la capacità di convogliare l’elettricità. Il suo esperimento portò a ulteriori ricerche e alla fine anche al modo in cui oggi produciamo e trasmettiamo l’elettricità.</p>
<p>Ma Wolf non intendeva soltanto fermare i fulmini, aveva intenzione di controllarli. Ci sarebbe voluto un po’ per farlo, perché per controllare i fulmini, capì ben presto Wolf, doveva ricrearli. E non è facilissimo. Un singolo fulmine è più caldo della superficie del Sole. La nube temporalesca da cui parte può accumulare l’energia di centinaia di bombe atomiche. Per uguagliare un fenomeno del genere, gli sarebbe servita una quantità pazzesca di corrente che potesse compiere l’intero percorso dalla superficie terrestre alle nubi atmosferiche a chilometri di quota. Se non fosse stato per un evento di un miliardesimo di secondo, il laser di Wolf non sarebbe mai riuscito ad acquisire la potenza necessaria a controllare il fenomeno naturale. Il segreto di Wolf si è rivelato in un battito di ciglia.</p>
<p>Usain Bolt corre più velocemente di qualsiasi altro essere umano sulla Terra, per lo meno in un tempo di dieci secondi. Non può correre la maratona alla stessa velocità. Ma durante uno scatto può coprire una distanza a una notevole velocità.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Wolf ha applicato al laser questo <strong>concetto di scatto</strong> per raggiungere la potenza che gli serviva per uguagliare quella di un fulmine.</span></p></blockquote>
<p>Il suo laser produce un’energia ad altissima potenza in scariche che durano un miliardesimo di secondo. Per farci un’idea, la velocità dell’otturatore di una macchina fotografica è dell’ordine dei millesimi di secondo. Il motivo per cui Wolf ha elaborato queste scariche ad altissima velocità è che consentivano alla potenza del laser di arrivare lontano, spingendosi sempre più in alto fino a raggiungere le nubi, conservando la stessa potenza del primo impulso. Il problema di molti raggi laser è che perdono di potenza man mano che si allontanano dalla fonte di energia.</p>
<p>Nel suo laboratorio Wolf ha dimostrato come funziona il laser puntandolo verso dei piccoli specchi grandi quanto la lente di un paio di occhiali posti sul tavolo. Se lo osserviamo al suo interno, il laser somiglia all’hard disk di un computer senza l’involucro esterno. Wolf descrive con grande entusiasmo il filamento di luce e il diamante magico che porta il laser alla massima potenza. I diamanti sono superconduttori di energia.<br />
Nel film di James Bond Agente 007 – Una cascata di diamanti, l’antagonista, Blofeld, usa i diamanti per creare un’arma laser satellitare.</p>
<p>La trama, ovviamente, è inverosimile, ma la tecnologia non lo è. La struttura cristallina dei diamanti accumula la luce e amplifica notevolmente la sua energia. Wolf sfrutta un complesso sistema di amplificazione per convogliare l’energia solare nel suo raggio laser. Sul tavolo, il laser passa attraverso un labirinto di piccoli specchi prima di raggiungere un diamante. Qui, cambia improvvisamente colore, da rosso a blu. Quando è blu, il laser è al massimo della temperatura, mi spiega Wolf. È a questo punto che è pronto per passare attraverso il cilindro.</p>
<p>Il cilindro porta a una cavità chiusa che è riempita con un fluido che simula la composizione dell’atmosfera. La cavità somiglia a un piccolo acquario. Quando il laser colpisce il suo bersaglio, ovvero il fluido contenuto nella cavità, cominciano a formarsi delle gocce di condensa che si espandono e si contraggono. Le microscopiche goccioline d’acqua si muovono freneticamente, fondendosi tra loro e disaggregandosi, in una danza disordinata ma ipnotica, che ricrea quello che avviene in natura. È così che nasce una nube. Di lì a poco tutta la vasca si riempie di condensa. Cominciano a prendere corpo delle nuvolette che sembrano zucchero filato, ciascuna con una forma tutta sua. Un cigno, magari? Un elefante? Un cavallo selvaggio al galoppo che lascia una scia di batuffoli e sbuffi?</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Una nube creata dalla mano dell’uomo potrebbe lasciare piuttosto sbalorditi, ma qui avviene in un freddo laboratorio, in un ambiente controllato.</span></p></blockquote>
<p>Per testare il laser nel mondo esterno, Wolf ha costruito una postazione portatile grande quanto un container. Poi ha dovuto confrontarsi con un altro spirito dei Nativi americani sulla cima di un’altra montagna – stavolta nel New Mexico. Wolf ha raggiunto a piedi il South Baldy Peak, la vetta più alta dello stato, e ha sparato il raggio. “Fulmini artificiali. Per la prima volta si ricrea con il laser l’attività elettrica dei temporali” titolava <em>ScienceDaily</em> il giorno dopo.</p>
<p>L’articolo proseguiva, dicendo che “i fulmini sono stati oggetto di ricerca scientifica fin dai tempi di Benjamin Franklin, ma, nonostante questo, rimangono un mistero non completamente risolto. Anche se gli scienziati sono in grado di ricreare i fulmini dagli anni Settanta, sparando nelle nubi temporalesche dei piccoli razzi collegati al suolo con delle bobine di cavo, di solito solo il 50 per cento dei razzi lanciati riesce a scatenare un fulmine. L’uso del laser potrebbe rendere il procedimento più veloce, più efficiente ed economico, e si pensa che potrebbe aprire la strada a moltissime nuove applicazioni”. Non c’è dubbio, l’esperimento di Wolf è stato accolto come un grande successo.</p>
<p>“Sì, ma il nostro obiettivo era creare un’immagine che meritasse di essere incorniciata, in cui si vede il fulmine che parte dalla nube e arriva al suolo” commenta Wolf deluso. Invece, Wolf e la sua équipe hanno prodotto una scarica di fulmini interni alle nubi. Non avrà ottenuto l’immagine che voleva, ma ha sicuramente ottenuto l’effetto desiderato e raggiunto un obiettivo ben più importante: l’uomo può ricreare nell’atmosfera una delle armi più letali che esistono in natura. Il test è avvenuto dieci anni fa e da allora Wolf ha continuato a migliorare la tecnologia.</p>
<p>Il laser può deviare un fulmine che si è già prodotto, allontanandolo da bersagli per i quali costituisce un pericolo, come gli aerei. Può ridistribuire le molecole di aria all’interno di una nube in modo tale da generare una precipitazione. Oppure può, se opportunamente configurato, rompere le molecole di acqua e fare sì che non scendano al suolo. Prevede che in futuro si potranno produrre in serie questi parafulmini, se saranno abbastanza piccoli da poter essere montati su aeroplani, treni, edifici o su qualunque oggetto potenzialmente esposto ai temporali per deviare i fulmini, ma che si potranno produrre anche altre postazioni laser portatili che possano creare o distruggere le nubi.</p>
<p>Quindi, il futuro potrebbe essere più o meno così: dei droni con i parafulmini laser in dotazione che scandagliano i cieli e sparano raggi laser come un squadrone impazzito di R2-D2. Deserti africani che ospitano dei campi rigogliosi, e città piovose come Seattle e Londra che si godono il cielo sereno tutto l’anno. Le condizioni di vita, indipendentemente da quale sia la zona del pianeta in cui si vive, potrebbero giovarsi di climi più temperati. Tutto questo grazie alla scoperta scientifica di Wolf.</p>
<div class="is-divider small"></div>
<p><span style="font-size: 75%;">Da <em>Cantiere Terra. Come l&#8217;ingegneria climatica può salvare il pianeta</em> di Thomas Kostigen. In altro, foto di <a href="https://unsplash.com/@smcauliffe?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Sean McAuliffe</a> &#8211; <a href="https://unsplash.com/s/photos/lightening?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></span></p><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/cantiere-terra-thomas-kostigen-estratto/">Il martello di Thor</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Abbiamo un mondo da salvare</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/capitalismo-sostenibile-per-salvare-il-mondo-che-brucia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rodia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Apr 2021 08:00:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sono cresciuta in Gran Bretagna. Un’esperienza che mi ha lasciato (almeno) due segni indelebili. Il primo è il mio amore per gli alberi. Vivevo in una famiglia turbolenta, perciò da teenager passavo il tempo sul grosso ramo basso di un enorme faggio. Un po’ leggevo, un po’ fissavo il cielo tra le fronde. Il faggio era [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="Contenutotabella">Sono cresciuta in Gran Bretagna. Un’esperienza che mi ha lasciato (almeno) due segni indelebili.</p>
<p class="Contenutotabella">Il primo è il mio<strong> amore per gli alberi</strong>. Vivevo in una famiglia turbolenta, perciò da teenager passavo il tempo sul grosso ramo basso di un enorme faggio. Un po’ leggevo, un po’ fissavo il cielo tra le fronde. Il faggio era imponente, alto almeno quanto la villa inglese a tre piani costruita lì accanto, e il sole filtrava tra il verde, l’oro e il blu delle sue foglie. L’aria sapeva di erba tagliata, luce d’estate e alberi centenari. Mi sentivo sicura e protetta, connessa a qualcosa infinitamente più grande di me.</p>
<p class="Contenutotabella">Il secondo segno che porto con me è l’ossessione professionale per il <strong>cambiamento</strong>. Dopo il college ho iniziato a collaborare con una grossa azienda di consulenze, chiudendo fabbriche nell’Inghilterra del nord. Ho passato mesi con queste aziende dalle radici secolari, un tempo in grado di dominare a livello mondiale, ora tragicamente incapaci di reggere la concorrenza straniera.</p>
<p class="Contenutotabella">Per anni ho tenuto separate queste due parti di me. Dato il mio percorso lavorativo, ho dovuto capire perché in molti tendano a negare l’evidenza e perché cambiare sia così difficile. Ho vissuto una bella vita, ho ottenuto una cattedra al MIT e sono divenuta un’esperta di <strong>strategie tecnologiche e cambiamento organizzativo</strong>, lavorando con organizzazioni di ogni forma e dimensione, per aiutarle a cambiare.<br />
Passavo le mie vacanze facendo escursioni in montagna, guardando gli aceri fiammeggianti e i pioppi che tremolavano al vento. Per me lavoro e passioni appartenevano però a due compartimenti stagni.</p>
<p class="Contenutotabella">Il mio lavoro mi faceva guadagnare bene, era divertente e spesso molto interessante, ma si trattava di qualcosa che facevo prima di tornare alla vita reale. E la vita reale erano le coccole sul divano con mio figlio. Sdraiarci assieme su una coperta sotto agli alberi, facendogli conoscere il mondo che amavo. Gli alberi mi sembravano immortali: una fonte di vita in rinnovamento costante che esisteva da un milione di anni e avrebbe continuato a esistere per un altro milione.</p>
<p class="Contenutotabella">Poi, mio fratello – giornalista ambientalista freelance e autore del <i>Libro degli esseri a malapena immaginabili</i>, uno splendido saggio su creature che non dovrebbero esistere eppure lo fanno, e di <i>A New Map of Wonders</i>, una complessa meditazione sulla fisica degli esseri umani – mi ha convinto ad approfondire gli <strong>aspetti scientifici del cambiamento climatico</strong>. Chissà se sperava di farmi capire quanto quell’argomento fosse correlato al mio lavoro. Nel caso, c’è riuscito.</p>
<p class="Contenutotabella">A quanto pare, gli alberi non sono immortali. Non intervenire sul cambiamento climatico avrà molti effetti, e uno di loro sarà proprio la morte di milioni di alberi. I baobab dell’Africa meridionale, tra i più antichi alberi del mondo, stanno morendo. E così i cedri del Libano. Nella parte occidentale dell’America le <strong>foreste muoiono più in fretta di quanto crescano</strong>. La comoda certezza sulla quale avevo basato la mia vita – che ci sarebbero sempre stati tronchi torreggianti e il dolce profumo delle foglie – era diventata qualcosa per cui combattere, e aveva smesso di sembrarmi una realtà immutabile.</p>
<blockquote>
<p class="Contenutotabella"><span style="font-size: 130%;"><strong>La comodità della mia vita era inoltre uno dei motivi per i quali le foreste erano a rischio</strong>. E non si trattava solo di alberi. Il cambiamento climatico minacciava non solo il futuro di mio figlio, ma quello di ogni bambino. Lo stesso era vero per <strong>le sempre maggiori disuguaglianze</strong> che facevano crescere odio, estremismo e sfiducia. </span></p>
</blockquote>
<p class="Contenutotabella">Mi sono convinta che concentrarsi soltanto sul profitto a ogni costo stava mettendo in pericolo<strong> il futuro del pianeta</strong> e dei suoi abitanti. Ho quasi lasciato il mio lavoro.</p>
<p class="Contenutotabella">Passare il giorno insegnando al Master di Business Administration (MBA), scrivendo saggi accademici e offrendo consulenze alle aziende perché guadagnassero ancora di più mi sembrava fuori luogo. <strong>Volevo <i>fare </i>qualcosa</strong>. Ma che cosa? Ci ho messo un paio d’anni per rendermi conto di essere già al posto giusto al momento giusto. Ho cominciato a lavorare con persone che avevano già avuto la bizzarra idea che le imprese potessero salvare il mondo. Un paio di loro dirigevano aziende da miliardi di dollari. La maggior parte erano però in imprese molto più piccole o in posizioni di minor prestigio. Tra di loro c’erano aspiranti imprenditori, consulenti, analisti finanziari, vicepresidenti e manager addetti agli acquisti.</p>
<p class="Contenutotabella">Una di loro voleva utilizzare la sua azienda di tappeti in una delle zone più depresse del New England per offrire agli immigrati posti di lavoro da operai specializzati. In molti cercavano di <strong>rispondere alla crisi del clima</strong> investendo nell’energia solare o eolica. Uno si dedicava anima e corpo al risparmio energetico. Uno faceva in modo che la sua azienda assumesse e istruisse teenager a rischio. Un altro dava un lavoro ai carcerati, e un’altra ancora faceva in modo di rendere pulita l’attività di tutte le fabbriche che la sua azienda aveva aperto in giro per il mondo.<br />
Molti si davano da fare perché il grande capitale investisse sui business leader impegnati a risolvere i grandi problemi della nostra epoca.</p>
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			Sostenibilità e ambiente		</p>
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<p class="Contenutotabella">Si trattava sempre di abili imprenditori, consapevoli della necessità, per ottenere risultati su grande scala, di perseguire due obiettivi paralleli: <strong>far prosperare le aziende e cambiare il mondo.</strong> Erano tutti guidati dalla passione e dall’impegno, convinti che l’impresa privata fosse uno strumento potentissimo per affrontare problemi come il cambiamento climatico e arrivare a una trasformazione complessiva del sistema.</p>
<p class="Contenutotabella">Mi è piaciuto tanto lavorare con loro, e continua a piacermi. Si sforzano di vivere in modo integrato, rifiutandosi di separare il lavoro dalle loro più radicate convinzioni. Lottano per creare quelle che uno di questi leader di mia conoscenza chiama organizzazioni “davvero umane”: aziende che trattano le persone con dignità e rispetto, volte tanto al perseguimento di valori comuni quanto alla ricerca di soldi e potere. Cercano di fare in modo che <strong>gli affari siano al servizio dei sistemi naturali</strong> e sociali fondamentali per tutti.</p>
<p class="Contenutotabella">Temevo però che un simile approccio al management non potesse mai diventare mainstream, e che rimanesse limitato a poche persone eccezionali in grado di portare avanti sia l’impegno sia il profitto.<br />
Credevo che alla lunga l’unico modo per risolvere i problemi sarebbe stato <strong>cambiare le regole del gioco</strong>: regolamentare le emissioni di gas serra e altre fonti di inquinamento in modo che ogni azienda fosse incentivata a fare la cosa giusta, aumentare il salario minimo, investire in istruzione e prevenzione, ricostruire le istituzioni per rendere le nostre democrazie effettivamente democratiche, trasformare il dibattito pubblico per renderlo all’insegna del rispetto e dell’impegno per il benessere comune.</p>
<p class="Contenutotabella">Non pensavo che poche aziende impegnate potessero mettere in atto il necessario cambiamento sistematico. I miei studenti – stavo tenendo un corso di imprenditoria sostenibile – erano preoccupati come me. Mi ponevano due domande: posso davvero guadagnare mentre faccio la cosa giusta? Se ci riuscissi, cambierebbe davvero qualcosa?</p>
<p class="Contenutotabella">Il libro che ho scritto è il tentativo di rispondere a queste domande, il risultato di quindici anni di riflessioni su <strong>come e perché sia possibile costruire un capitalismo redditizio</strong>, equo e sostenibile cambiando la nostra concezione dello scopo delle aziende, il loro ruolo sociale e il loro rapporto con stato e governo.</p>
<p class="Contenutotabella"><strong>Non sto dicendo che ripensare il capitalismo sarà facile o economico.</strong> La mia carriera mi ha permesso di vedere in prima persona quanto sia difficile innovare. Per tanti anni ho lavorato con aziende messe in difficoltà dal cambiamento. Ho lavorato con la GM mentre cercava di resistere alla concorrenza della Toyota. Con Kodak mentre l’industria delle pellicole veniva messa in ginocchio dalla fotografia digitale. Con Nokia – che all’apice del suo successo vendeva più di metà dei telefoni cellulari al mondo – mentre Apple rivoluzionava il settore.</p>
<blockquote>
<p class="Contenutotabella"><span style="font-size: 130%;"><strong>Trasformare le imprese può essere arduo. Trasformare i sistemi politici e sociali mondiali può esserlo ancor di più.</strong> Ma è senza dubbio possibile, e guardandovi intorno potete vedere che sta accadendo.</span></p>
</blockquote>
<p class="Contenutotabella">Mi ricordo una cosa che mi è successa qualche anno fa, mentre mi trovavo in Finlandia per una rilassante vacanza aziendale. Per la prima e ultima volta nella mia agenda avevo segnato tra gli appuntamenti “ore 17.00 – sauna”. Secondo i piani, mi presentai alla sauna, mi spogliai completamente e mi immersi nell’acqua bollente. “E ora”, mi spiegò la mia ospite, “è ora di un tuffo nel lago”. Senza protestare mi affrettai sulla neve (tutti erano attenti a non guardarmi: i finlandesi sono estremamente discreti su certe questioni) e con molta cautela ho usato una scaletta di metallo per calarmi all’interno di un buco ricavato nel ghiaccio ed entrare nel lago. Pausa. La mia ospite, dalla cima della scaletta mi stava guardando. “Sai”, mi disse, “oggi non me la sento di farmi il bagno”.</p>
<p class="Contenutotabella">Attualmente passo gran parte del mio tempo lavorando con imprenditori che cercano di fare le cose in modo diverso. Si rendono conto del bisogno di un cambiamento. Sanno anche vedere la strada giusta. Ma esitano. Sono troppo indaffarati. Non se la sentono di agire già oggi. A volte è come se dal basso guardassi gli altri in cima alla scala che non hanno il coraggio di rischiare e di mettersi in situazioni potenzialmente scomode. <strong>Ma sono comunque piena di speranza,</strong> perché sono certa di tre cose.</p>
<p class="Contenutotabella">In primo luogo, so che il cambiamento ci fa sentire così. Sfidare lo status quo è difficile, e spesso ci sentiamo soli e al freddo. Non deve sorprenderci che gli interessi dietro a chi da anni nega il cambiamento climatico oggi vogliano farci credere che non ci sia nulla da fare. Chi è al potere reagisce sempre così a possibili novità.</p>
<p class="Contenutotabella">In secondo luogo, so che si può fare. <strong>Abbiamo a disposizione tecnologia e risorse sufficienti</strong> a sistemare quel che non va. Gli esseri umani hanno risorse infinite. Se decidiamo di ricostruire le nostre istituzioni, di dar vita a un’economia completamente circolare e limitare i danni che stiamo causando alla natura, possiamo riuscirci. Durante la Seconda Guerra Mondiale, i russi spostarono di più di mille miglia a est la loro intera economia in meno di un anno. Cento anni fa, l’idea che donne e neri valessero quanto gli uomini bianchi per molti era assurda. È una battaglia che stiamo ancora combattendo, ma è evidente che vinceremo.</p>
<p class="Contenutotabella">Infine, sono sicura che abbiamo un’arma segreta. Ho passato vent’anni della mia vita lavorando con aziende che stavano cercando di trasformarsi. Ho imparato che così come era importante avere la giusta strategia, era cruciale anche ristrutturare l’organizzazione. Ma ho imparato soprattutto che queste condizioni sono necessarie ma non sufficienti. Le imprese che sono effettivamente riuscite a cambiare sono quelle che avevano un motivo per farlo: quelle che avevano uno scopo che non fosse solo la massimizzazione dei profitti.</p>
<p class="Contenutotabella">Chi crede che il proprio lavoro abbia un significato che va al di fuori del mero egoismo è in grado di raggiungere risultati straordinari, e abbiamo l’opportunità di utilizzare questi obiettivi condivisi su scala mondiale.</p>
<p class="Contenutotabella">Non è facile. A volte si ha davvero la sensazione di scendere lungo una scaletta di metallo per immergersi in un buco che attraversa trenta centimetri di ghiaccio. Ma <strong>non dimentichiamo che una sfida del genere non è solo difficile, è anche esaltante.</strong></p>
<p class="Contenutotabella">Fare qualcosa di diverso ci fa sentire vivi. Essere circondati da amici e alleati, combattere per quello che amiamo: tutto questo rende la vita più preziosa e ci dona speranza. Vale la pena di sfidare il freddo.</p>
<p class="Contenutotabella">Venite con me. Abbiamo un mondo da salvare.</p>
<p>___<br />
<span style="font-size: 75%;">In alto, foto di <a href="https://unsplash.com/@justusmenke?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Justus Menke</a> &#8211; <a href="https://unsplash.com/s/photos/deforestation?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></span></p><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/capitalismo-sostenibile-per-salvare-il-mondo-che-brucia/">Abbiamo un mondo da salvare</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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