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	<title>sviluppo sostenibile - Luiss University Press</title>
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	<description>Casa editrice dell'Universit&#224; Luiss</description>
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	<title>sviluppo sostenibile - Luiss University Press</title>
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		<title>Il lato oscuro della transizione energetica</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/il-lato-oscuro-della-transizione-energetica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 May 2021 07:00:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Cambiare il modo di produrre energia (e quindi le abitudini di consumo) è la nuova grande avventura dell’umanità. I responsabili politici, gli imprenditori della Silicon Valley, i teorici della sobrietà felice, papa Francesco e le associazioni ecologiste richiedono a gran voce il contenimento del riscaldamento climatico, per salvarci da una nuova catastrofe. È un progetto [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Cambiare il modo di produrre energia (e quindi le abitudini di consumo) è la nuova grande avventura dell’umanità. I responsabili politici, gli imprenditori della Silicon Valley, i teorici della sobrietà felice, papa Francesco e le associazioni ecologiste richiedono a gran voce il contenimento del riscaldamento climatico, per salvarci da una nuova catastrofe. È un progetto che unisce il mondo come imperi, religioni e monete non sono fin qui mai riusciti a fare. A riprova, il “primo accordo universale della nostra storia”, secondo le parole dell’ex presidente della Repubblica francese, François Hollande, non è stato un trattato di pace, commerciale o sulla regolamentazione finanziaria, ma l’accordo di Parigi, firmato nel 2015 a seguito della Cop 21, ovvero un trattato sull’energia!</p>
<p>Ciononostante, per quanto le tecnologie che utilizziamo quotidianamente si evolvano, i<strong>l bisogno primario di risorse</strong> energetiche rimane e nessuno sa davvero con quale risorsa sia possibile rimpiazzare petrolio e carbone per abbracciare un nuovo mondo più verde. I nostri avi del Diciannovesimo secolo conoscevano l’importanza del carbone così come un uomo del Ventesimo secolo sapeva bene quanto fosse fondamentale il petrolio. Nel Ventunesimo secolo invece non abbiamo idea che un mondo più sostenibile dipende in gran parte da sostanze rocciose chiamate metalli rari.</p>
<p>Per molto tempo gli uomini hanno sfruttato i principali metalli noti a chiunque: il ferro, l’oro, l’argento, il rame, il piombo, l’alluminio&#8230; Ma, a partire dagli anni Settanta, hanno iniziato a trarre vantaggio dalle <strong>favolose proprietà magnetiche, catalitiche e ottiche di una moltitudine di metalli rari</strong> contenuti nelle rocce terrestri in proporzioni ben più ridotte. Questa famiglia include dei membri a cui sono stati affibbiati nomi dalle consonanze enigmatiche: terre rare, grafite, vanadio, germanio, platinoidi, tungsteno, antimonio, berillio, fluorite, renio, promezio&#8230;</p>
<p>Questi metalli rari costituiscono un sottoinsieme coerente di una trentina di materie prime che hanno in comune l’essere di solito associate in natura ai metalli più abbondanti.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Come tutto ciò che si estrae dalla natura in piccolissime quantità, i metalli rari sono dei concentrati dotati di proprietà favolose. </span></p></blockquote>
<p>Distillare un olio essenziale di fiori d’arancio è un processo lungo e noioso, ma il profumo e i poteri terapeutici di una sola goccia di questo elisir sorprendono ancora i ricercatori. Produrre cocaina nel profondo della giungla colombiana non è un compito più semplice, ma gli effetti psicotropi di un grammo di quella polvere sconvolgono completamente il sistema nervoso centrale.</p>
<p>Succede la stessa cosa con i metalli rari, rarissimi&#8230; Vanno purificate otto tonnellate e mezza di roccia per produrre un chilo di vanadio, sedici tonnellate per un chilo di cerio, cinquanta tonnellate per l’equivalente di gallio, e la cifra sbalorditiva di duecento tonnellate per un misero chilo di un metallo ancora più raro, il lutezio. Il risultato è una sorta di “principio attivo” della crosta terrestre, un agglomerato di atomi superpotenti, il meglio che ci possa essere offerto da miliardi di anni di evoluzione. Una volta industrializzata, una dose minima di questi metalli emette un campo magnetico in grado di generare più energia della stessa quantità di carbone o petrolio. Rimpiazzare risorse che emettono milioni di miliardi di tonnellate di anidride carbonica con altre che non bruciano e non generano alcuna molecola di CO2 è la chiave del capitalismo verde.</p>
<p>Meno inquinamento ma molta più energia allo stesso tempo. Non è per caso che alla sua scoperta uno di questi elementi venne battezzato “promezio” dal chimico Charles Coryell negli anni Quaranta. Fu sua moglie Grace Marie a suggerirne il nome al marito, ispirandosi al <strong>mito greco di Prometeo</strong>, il Titano che con l’aiuto della dea Atena si era introdotto segretamente nell’Olimpo, il regno degli dèi, per rubare il fuoco sacro e offrirlo agli uomini.</p>
<p>Questo nome la dice lunga sul potere prometeico acquisito dall’uomo con il controllo dei metalli rari. Come demiurghi ne abbiamo moltiplicato gli usi nei due campi che sono i pilastri della transizione energetica, le <strong>tecnologie che abbiamo definito “verdi” e il digitale</strong>. Perché, come ci viene oggi spiegato, è dalla convergenza delle tecnologie verdi con l’informatica che nascerà un mondo migliore. Le prime (pale eoliche, pannelli solari, veicoli elettrici), grazie ai metalli rari di cui sono piene, producono un’energia decarbonizzata che transiterà attraverso reti elettriche dette “ultra-performanti” che consentono un risparmio di energia. Ora, queste reti sono a loro volta gestite attraverso tecnologie digitali imbottite di tali metalli.</p>
<p>L’americano Jeremy Rifkin, grande teorico di questa transizione energetica e della terza rivoluzione industriale che l’accompagna, va ancora oltre. A suo dire, l’incontro delle tecnologie verdi con le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (NICT) consente già a ognuno di noi di produrre e condividere la propria elettricità “verde”, in abbondanza e a buon mercato. In altre parole, i telefoni cellulari, gli iPad e i computer che usiamo ogni giorno sono diventati gli attori indispensabili di un modello economico più rispettoso dell’ambiente.</p>
<p>Le profezie di Rifkin sono talmente entusiasmanti da averlo reso un riferimento per numerosi capi di Stato e un consigliere per la disposizione di nuovi modelli energetici per la regione dell’Alta Francia. Tali divinazioni sposano il senso della storia: in dieci anni, le energie eoiche sono cresciute di sette volte e il solare fotovoltaico di quarantaquattro. Le energie rinnovabili rappresentano già il 19% del consumo di energia finale nel mondo e l’Europa può prevedere di portarsi al 27% entro il 2030!</p>
<p>Perfino le tecnologie che fanno ricorso ai motori termici dipendono da questi metalli poiché permettono di concepire veicoli e aerei più performanti e leggeri, e che quindi consumano meno risorse fossili. Ed ecco che anche gli eserciti compiono la transizione energetica, o piuttosto strategica.</p>
<p>Sbaglieremmo a credere che i generali si preoccupino sinceramente delle emissioni di carbonio dei propri arsenali ma d’altra parte, con le riserve di oro nero in declino, gli strateghi devono prevedere la guerra senza petrolio. Nel 2010 un influente <em>think tank</em> americano intimava al primo esercito del mondo di trovare un modo per non dipendere dalle energie fossili entro il 2040. Come ci si può riuscire?</p>
<p>Ricorrendo alle energie rinnovabili e arruolando legioni di robot ad alimentazione elettrica. Queste armi telecomandate e ricaricabili attraverso centrali di energie rinnovabili concentrerebbero un’accresciuta potenza di distruzione ed eliminerebbero il rompicapo del rifornimento di carburante al fronte.</p>
<p>D’altro canto, la guerra colonizza già nuovi territori, in questo caso virtuali. Avendo come target le infrastrutture digitali del nemico e alterando le sue risorse di comunicazione, i cyber-eserciti potrebbero da soli vincere i conflitti del futuro. Come i generali, siamo quindi impegnati nella transizione verso un mondo smaterializzato dal momento che, appoggiandoci sul digitale, rimpiazzeremo alcune risorse con il nulla, semplici cloud, impalpabili email, traffico Internet invece di automobili imbottigliate.</p>
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<p>La digitalizzazione dell’economia promette una straordinaria diminuzione dell’impronta fisica dell’uomo sulla natura. Abbiamo a che fare con una rivoluzione energetica e digitale, in cui due tipi di tecnologie avanzano mano nella mano e concorrono all’avvento di un mondo che ci viene promesso migliore. I metalli rari modificano anche il corso delle relazioni internazionali e grazie a loro i diplomatici effettuano una transizione geopolitica. La crescente rilevanza delle nuove energie decarbonizzate, ci dicono gli studiosi di geo-politica, metterà sottosopra i rapporti tra Stati produttori e Stati consumatori di risorse fossili. Gli Stati Uniti potranno ricollocare in altri teatri le proprie armate che sorvegliano gli stretti di Hormuz e di Malacca, attraverso i quali transita oggi una parte cospicua del petrolio mondiale, e riesaminare il loro partenariato con le petromonarchie del Golfo.</p>
<p>Inoltre l’Unione Europea, meno dipendente dagli idrocarburi russi, sauditi e del Qatar, potrebbe rinforzare la sovranità energetica dei propri membri. Per tutti questi motivi la transizione energetica è una <strong>transizione ottimista</strong>. Anche se la sua attuazione non è una passeggiata di salute, e il petrolio e il carbone non hanno detto la loro ultima parola, il mondo che nasce sotto i nostri occhi riscalda il cuore. La sobrietà energetica indebolirà necessariamente le tensioni dovute all’appropriazione delle risorse fossili, creerà sicuramente dei posti di lavoro verdi nella filiera industriale d’eccellenza e rimetterà i Paesi occidentali in sella nella dura battaglia della competitività. Poco importa cosa ne pensi Donald Trump, questa transizione è inevitabile perché è diventata un affare di grandi capitali che attrae gli attori dell’eco- nomia, inclusi i gruppi petrolieri.</p>
<p>Gli inizi della transizione energetica risalgono agli anni Ottanta in Germania ma è nel 2015, a Parigi, che 195 Stati hanno approvato l’accelerazione di questa incredibile avventura con l’obiettivo di <strong>contenere il riscaldamento climatico</strong> entro i due gradi da qui alla fine del secolo, grazie soprattutto alla sostituzione delle energie fossili con le loro omologhe verdi.</p>
<p>I delegati erano sul punto di firmare l’accordo di Parigi quando un vecchio saggio dalla barba folta e gli occhi blu sfuggenti, vestito come un pellegrino sceso dalla montagna, è entrato nell’ampia hall del Parco delle esposizioni di Paris-Le Bourget. Con un sorriso enigmatico sulle labbra ha attraversato la folla di capi di Stato e, giunto sul podio, ha preso la parola con voce solenne e accorta: “Le vostre intenzioni sono incantevoli, e il nuovo mondo che state per far nascere ci rallegra tutti. Ma non immaginate i pericoli di fronte ai quali la vostra audacia vi proietta!”.</p>
<p>Silenzio.</p>
<p>Poi il saggio si è rivolto alle delegazioni occidentali: “Questa transizione metterà in difficoltà interi settori delle vostre economie, quelli più strategici. Sprofonderà nella miseria orde di licenziati che presto provocheranno agitazioni sociali e rigetteranno i vostri princìpi democratici. Indebolirà anche la vostra sovranità militare”. Rivolgendosi all’assemblea ha poi aggiunto: “La transizione energetica e digitale devasterà l’ambiente in misura senza pari. In definitiva, i vostri sforzi e il tributo richiesto alla Terra per costruire questa nuova civilizzazione sono così grandi che non è nemmeno detto che vi riusciate”.</p>
<p>E ha concluso con un messaggio sibillino: “La vostra potenza vi ha accecati al punto di non avere più l’umiltà del marinaio alla vista dell’oceano, né quella dell’alpinista ai piedi della montagna, ma gli elementi avranno sempre l’ultima parola!”.</p>
<p>Naturalmente il vecchio saggio è frutto dell’immaginazione. Non si è mai presentato sul palco della Cop 21 e non ha mai preso il servizio ferroviario urbano di Parigi per tornare al suo eremitaggio. Quel giorno invece, le 19618 delegazioni presenti a Paris-Le Bourget hanno firmato l’accordo di Parigi e intrapreso la tredicesima fatica di Ercole senza mai porsi le domande cruciali: dove e come ci procureremo i metalli rari senza i quali questo trattato è vano? Ci saranno dei vincitori e dei vinti nel nuovo scacchiere dei metalli rari, come ce ne sono stati con carbone e petrolio? A quale prezzo per le nostre economie, per gli uomini e l’ambiente riusciremo ad assicurarcene il rifornimento?</p>
<p>Per sei anni ho condotto un’<strong>inchiesta su questi nuovi metalli rari</strong> che già sconvolgono il mondo in una dozzina di Paesi. Per farlo sono stato nelle profondità delle miniere dell’Asia tropicale, ho teso l’orecchio ai mormorii dei deputati nei corridoi di Palazzo Borbone, sede della camera bassa francese, ho sorvolato i deserti della California in bimotore, mi sono inginocchiato davanti alla regina di una tribù dimenticata dell’Africa australe, mi sono recato nei “villaggi del cancro” della Mongolia Interna e ho rispolverato vecchie pergamene custodite da venerabili istituzioni londinesi.</p>
<p>In quattro continenti, uomini e donne che si muovono nel mondo torbido e discreto dei metalli rari mi hanno fatto un racconto completamente diverso e ben più cupo della transizione energetica e digitale. A sentir loro, l’irruzione di queste nuove materie sulla scia delle risorse fossili non ha reso all’uomo e al pianeta i servizi che la nascita di un mondo reputato più verde, più fraterno e lungimirante lasciava sperare, tutt’altro.</p>
<p>La Gran Bretagna ha dominato il Diciannovesimo secolo grazie all’egemonia nella produzione mondiale di carbone. Gran parte degli eventi del Ven- tesimo secolo possono essere letti attraverso il prisma dell’ascendente ottenuto da Stati Uniti e Arabia Saudita sulla produzione e messa in sicurezza delle vie del petrolio.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Nel Ventunesimo secolo uno Stato sta consolidando il proprio dominio sull’esportazione e l’impiego di metalli rari. Questo Stato è la Cina.</span></p></blockquote>
<p>Facciamo una prima constatazione d’ordine economico e industriale: impegnandoci nella transizione energetica ci siamo gettati nelle fauci del dragone cinese. L’Impero di Mezzo detiene oggi la leadership, ovvero il quasi monopolio, di una sfilza di metalli rari indispensabili alle energie con bassa emissione di carbonio e al digitale, i due pilastri della transizione energetica. In condizioni rocambolesche che vedremo più avanti, è addirittura diventato il fornitore unico del più strategico di questi metalli, battezzato “<strong>terre rare</strong>”, del quale la maggior parte degli industriali fatica a fare a meno essendo estremamente difficile da sostituire.</p>
<p>In questo modo l’Occidente ha messo il destino delle sue tecnologie verdi e digitali – in una parola, del fior fiore delle industrie del futuro – nelle mani di una sola nazione. Limitando l’esportazione di queste risorse, l’Impero di Mezzo nutre di preferenza la crescita delle proprie tecnologie e inasprisce il confronto con il resto del mondo, implicando anche forti conseguenze economiche e sociali a Parigi, New York o Tokyo.</p>
<p>Seconda constatazione di ordine ecologico: la nostra ricerca di un modello di crescita più verde ha portato piuttosto a uno <strong>sfruttamento più intensivo della crosta terrestre</strong> per estrarne il principio attivo, ovvero i metalli rari, con un impatto ambientale ancora più forte di quello causato dall’estrazione del petrolio. Sostenere il cambiamento del nostro modello energetico richiede già il raddoppiamento della produzione di metalli rari ogni quindici anni circa e nel corso dei prossimi trent’anni sarà necessario estrarre più minerali di quanti l’umanità ne abbia estratti negli ultimi settantamila. Le penurie che si profilano potrebbero disilludere Jeremy Rifkin, gli industriali delle tecnologie verdi e papa Francesco, dando ragione al nostro eremita.</p>
<p>Terza constatazione di ordine militare e geopolitico: la perennità degli equipaggiamenti più sofisticati degli eserciti occidentali (robot, cyber-armi, aerei da combattimento come il caccia militare americano F-35) dipende allo stesso modo in parte dal buon volere della Cina. È un fatto questo che pre- occupa i vertici dei servizi segreti americani, dal momento che l’entourage del presidente Trump ha predetto “senza alcun dubbio” una guerra tra gli Sta- ti Uniti e la Cina nel Mar cinese meridionale.</p>
<p>D’altro canto questa nuova corsa aggrava già le tensioni per l’appropriazione dei giacimenti più produttivi e porta i conflitti territoriali nel cuore di santuari che si credevano al riparo dalla cupidigia. La sete di metalli rari è stimolata da una popolazione mondiale che raggiungerà gli otto miliardi e mezzo di individui nel 2030, dallo sviluppo di nuovi modi di consumo high-tech e da una più forte convergenza economica tra i Paesi occidentali e quelli emergenti.</p>
<p>Volendoci emancipare dalle energie fossili passando da un ordine antico a un mondo nuovo sprofondiamo in realtà in un’altra dipendenza, ancora più forte. Robotica, intelligenza artificiale, ospedali digitali, cyber-sicurezza, biotecnologie mediche, Internet delle cose, nanoelettronica, automobili senza conducente&#8230; tutti i settori più strategici dell’economia del futuro, tutte le tecnologie che decuplicheranno le nostre capacità di calcolo e modernizzeranno il modo di consumare energia, il più piccolo dei nostri gesti quotidiani come le grandi decisioni collettive si riveleranno legati ai metalli rari. Queste risorse diverranno la base fondamentale, tangibile, palpabile del Ventunesimo secolo, mentre questa dipendenza delinea già i contorni di un futuro che nessun oracolo aveva predetto. Pensavamo di affrancarci dalle penurie, dalle tensioni e dalle crisi causate dal bisogno di petrolio e di carbone ma le stiamo sostituendo con un mondo di penurie, tensioni e crisi inedite.</p>
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<p>Da<em> La guerra dei metalli rari</em> di Guillaume Pitron. In alto, foto di <a href="https://www.flickr.com/photos/docsearls/4875224321/in/photostream/" target="_blank" rel="noopener">Doc Searls</a> &#8211; <a href="https://www.flickr.com/photos/docsearls/4875224321/in/photostream/" target="_blank" rel="noopener">Flickr</a></p><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/il-lato-oscuro-della-transizione-energetica/">Il lato oscuro della transizione energetica</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Cos&#8217;è l&#8217;open innovation</title>
		<link>https://stage.luissuniversitypress.it/cos-e-l-open-innovation-chesbrough-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Apr 2021 12:23:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anteprime]]></category>
		<category><![CDATA[crescita economica]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È necessario che i processi di innovazione cambino se vogliamo che la distanza tra le promesse delle tecnologie esponenziali e i deludenti risultati economici cui assistiamo si chiuda. Fino a tempi relativamente recenti, l’innovazione era in larga misura una faccenda interna. Il tragitto dal laboratorio al mercato correva prevalentemente tra le quattro mura dell’azienda. Pensiamo [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>È necessario che i processi di innovazione cambino se vogliamo che la distanza tra le promesse delle tecnologie esponenziali e i deludenti risultati economici cui assistiamo si chiuda. Fino a tempi relativamente recenti, l’innovazione era in larga misura una faccenda interna. Il tragitto dal laboratorio al mercato correva prevalentemente tra le quattro mura dell’azienda. Pensiamo ai Bell Laboratories, al Research Center dell’Ibm o al Palo Alto Research Center (Parc) della Xerox. Ciascuno di questi dipartimenti realizzava importanti passi avanti tecnologici e ciascuno di questi avanzamenti giungeva alla commercializzazione grazie all’attività delle unità di business dell’azienda.<br />
Tuttavia, l’approccio “fai da te” è diventato negli ultimi anni sempre più oneroso. Costa molto realizzare ciascuno dei numerosi processi necessari ad avere successo sul mercato. Ci vuole tempo per completare il tragitto dall’innovazione alla commercializzazione, troppo in un’epoca in cui tutto cambia sempre più rapidamente. E i rischi ricadono tutti su di voi. Questa poco promettente combinazione di costi, tempo e rischi ha spinto molte imprese a ripensare il proprio approccio all’innovazione. Esiste una via alternativa che ha costi interni minori, riduce il time to market e distribuisce i rischi. <strong>È l’approccio che chiamiamo open innovation</strong>.</p>
<p>È un modo di procedere nuovo. Solo nel 2003, digitando su Google le parole “open innovation” non avreste ottenuto nessun risultato chiaro. Oggi la stessa ricerca vi conduce a centinaia di milioni di risposte. Due recenti indagini sulle grandi imprese condotte negli Stati Uniti e in Europa hanno scoperto che il 78 per cento di loro ricorre in qualche misura a questo nuovo approccio. Dieci anni fa, di open innovation non c’era traccia, oggi è ovunque.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%">L’idea alla base di questo nuovo approccio è che le conoscenze utili sono ora presenti in tutta la società. Nessuna impresa ha il monopolio delle grandi idee, e tutte, non importa quanto efficaci al proprio interno, hanno bisogno di collaborare intensamente ed estesamente con le reti e le comunità della conoscenza. </span></p></blockquote>
<p>Un’azienda che pratica l’open innovation utilizza regolarmente<strong> idee e tecnologie esterne</strong> (open innovation dall’esterno all’interno o outside-in), e accetta che idee e tecnologie di sua produzione ma che essa non sfrutta fluiscano all’esterno a disposizione delle imprese intenzionate a utilizzarle nei loro business (open innovation dall’interno all’esterno o inside-out).</p>
<p>Quali prove abbiamo dell’efficacia dell’open innovation? Ricapitoliamo alcuni dei dati presentati nel precedente capitolo. La Procter &amp; Gamble ha orgogliosamente rivendicato alla propria versione di open innovation, chiamata Connect and Develop, un grande successo, e lo stesso hanno fatto molte altre imprese. Un’altra azienda produttrice di beni di consumo, la General Mills, ha analizzato l’andamento delle vendite in un anno di 60 suoi nuovi prodotti, e ha scoperto che quelli contenenti qualche componente significativa di open innovation hanno venduto più del doppio degli altri. Un recente studio su 489 progetti di una grande impresa manifatturiera europea ha potuto constatare che quelli basati su una forte collaborazione con soggetti esterni hanno assicurato all’impresa ritorni maggiori degli altri.</p>
<p>Altre conferme provengono da indagini statistiche. Diversi studi basati sulla Community Innovation Survey hanno dimostrato che le imprese che ricorrono in misura maggiore a fonti di conoscenza esterne hanno prestazioni di innovazione migliori, a parità degli altri fattori, di quelle che lo fanno meno spesso. Una recente indagine relativa a 125 grandi imprese è giunta a conclusioni analoghe: le aziende che sfruttano strategie di open innovation ottengono risultati di innovazione più promettenti.</p>
<p>Sennonché, ho l’impressione che la maggioranza di noi non abbia veramente capito in cosa questo modo di realizzare innovazioni consista. Non concordiamo sul suo significato, non sappiamo come meglio usarlo, non riflettiamo a sufficienza sui suoi problemi e i suoi limiti, e di conseguenza non riusciamo neppure a ricavarne il massimo. È per questo che ho scritto questo libro: per chiarire meglio in cosa l’open innovation consista e aiutare tutti a trarre da questa eccitante idea quanto è possibile.</p>
<p>Tra l’altro, essa stessa ha subito cambiamenti profondi dal 2003. Analizzerò i più importanti e il loro significato per l’industria, l’innovazione e la politica nei prossimi capitoli. Vedremo per esempio che la cooperazione e la partnership sollecitata dall’open innovation non coinvolge più in genere soltanto due imprese (benché la loro intesa resti una componente importante) ma interessa un insieme molto più ampio di realtà: filiere, reti, ecosistemi, partnership pubblico-privato ecc. Essa non riguarda più soltanto l’impresa. Anche l’ambiente circostante ne è coinvolto. Perché l’open innovation prosperi è necessario costruire ecosistemi di soggetti innovatori. E se vogliamo che questi ecosistemi diano nuovo impulso alla produttività, occorre che ci spingiamo ancora oltre e costruiamo un’infrastruttura dell’innovazione capace di dare alla nuova società dell’open innovation il necessario sostegno.</p>
<h2>Definire l’open innovation</h2>
<p>Consentitemi di iniziare con una definizione di open innovation. Mentre gli esquimesi hanno dozzine di parole per lo stesso referente “neve”, noi abbiamo <strong>molti diversi significati per le parole “open innovation”</strong>. A mio avviso, il modo migliore di intendere il paradigma dell’open innovation è considerarlo in opposizione al modello tradizionale dell’integrazione verticale, nel quale attività di innovazione interne conducono a prodotti e servizi sviluppati internamente e commercializzati dall’impresa. Chiamo il modello integrato verticalmente “modello di innovazione chiuso”. Per sintetizzare tutto in un’unica frase, dirò che l’open innovation è un processo di innovazione diffuso basato sulla gestione dei flussi di conoscenza in entrata o in uscita dall’impresa realizzata utilizzando meccanismi monetari e non monetari a seconda del modello di business dell’impresa stessa.</p>
<p>È una definizione scientifica, lo riconosco. In sintesi, essa dice comunque che l’innovazione è generata accedendo, sfruttando e assimilando flussi di conoscenza che varcano i confini dell’azienda o entrandovi o uscendone. Non si tratta tuttavia di una definizione accettata da tutti, una questione su cui tornerò più avanti. In questa definizione, si assume che le imprese, nel cercare come meglio fare innovazione, possono e devono utilizzare idee e vie al mercato tanto interne quanto esterne. I processi di open innovation intrecciano idee interne ed esterne in piattaforme, architetture e sistemi, e utilizzano i modelli di business per definire i requisiti di queste architetture e sistemi. Il modello di business utilizza le idee esterne e interne per creare valore e definisce meccanismi interni per appropriarsi di una parte di questo.</p>
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<h2>L’open innovation outside-in e inside-out</h2>
<p>Esistono due tipi principali di open innovation: quella dall’esterno all’interno e quella dall’interno all’esterno. La prima richiede che l’impresa apra i propri processi di innovazione a diversi tipi di input e contributi di conoscenza esterni. È l’aspetto dell’open innovation che ha ricevuto più attenzione, sia nel mondo accademico sia tra le imprese. Molto si è scritto, per esempio, sullo scouting tecnologico, il crowdsourcing, la tecnologia open source o l’acquisizione di tecnologie esterne o licensing in. Secondo innumerevoli studiosi e protagonisti del mondo industriale, l’open innovation consisterebbe soltanto in questo. In realtà, non ne è che una parte. Esiste infatti un secondo tipo di flussi di conoscenze non meno importante.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%">L’<strong>open innovation dall’interno all’esterno o inside-out</strong> richiede alle imprese di consentire che le conoscenze che esse non utilizzano o sottoutilizzano escano all’esterno a disposizione di chi desidera sfruttarle nella propria attività e nei propri modelli di business. </span></p></blockquote>
<p>Lo si può fare concedendo in licenza una propria tecnologia, creando per scorporamento (spin off) una nuova impresa, cedendo un proprio progetto a un common aperto, o formando una nuova joint venture con partner esterni (Box 2.1). Diversamente dall’open innovation outside-in, questa componente del modello è meno compresa tanto nel mondo accademico quanto in quello delle imprese. Come vedremo in uno dei prossimi capitoli, è questa seconda modalità di innovazione che consente di scoprire nuovi modelli di business per le idee e le tecnologie interne inutiliz- zate o sottoutilizzate.</p>
<h2>Cosa l’open innovation non è</h2>
<p>È bene avere chiaro cosa l’open innovation non è: non è (solo) crowdsourcing, ossia chiedere a un gruppo o a una moltitudine di individui esterni all’azienda di trovare l’idea forte o la soluzione di cui si ha bisogno. Non è (solo) gestire meglio i propri clienti. E non è (solo) ricorrere a un software open source e ai metodi open source che questi software hanno ispirato.<br />
Poiché quest’ultimo è un fraintendimento molto comune, vale la pena soffermarcisi più a lungo. L’approccio open source all’open innovation ignora il modello di business, non tiene conto della componente inside-out di questa strategia di innovazione, e vede nella proprietà intellettuale (IP) un ostacolo all’innovazione che andrebbe se possibile eliminato. È l’approccio difeso per esempio da Eric von Hippel, il quale analizza l’“innovazione aperta e diffusa” eleggendo il software open source a suo caso esemplare. E con lui molti altri.</p>
<p>C’è qualcosa di paradossale in queste posizioni, alla luce dello scisma che ha diviso la comunità del software open source opponendo ai difensori del software “libero” i difensori del software “open”. I primi, tra i quali figura per esempio Richard Stallman, ritengono che “i software debbano essere liberi”. Un sistema operativo costruito utilizzando l’approccio copy-left è Gnu, il che significa che qualsiasi uso del codice di questo sistema dev’essere condiviso con il resto della comunità dei suoi sviluppatori. È quasi come pensare che la proprietà intellettuale sia superflua o persino nociva all’innovazione. Traendo vantaggio in modo diretto dal suo progredire, ciascun utilizzatore dovrebbe a sua volta rivelare le sue conoscenze al resto della comunità degli utilizzatori come lui. Neppure i modelli di business hanno un ruolo da svolgere in base a questa prospettiva. Non si considera assolutamente che le aziende possano investire un capitale per sfruttare su vasta scala le loro innovazioni, né come questo capitale possa creare profitto una volta investito.</p>
<p>La seconda componente della comunità del software open source – la componente definita “software open” – ha adottato una strategia del tutto diversa. Essa autorizza le imprese che utilizzano un qualche codice open source a modificarlo o integrarlo <em>ma senza obbligarle a condividere le modifiche apportate con la comunità open source</em>. Una famiglia di sistemi operativi sviluppata in questo modo è Linux. Aziende come Google e Amazon, che utilizzano estesamente Linux e di cui hanno fatto innumerevoli integrazioni, hanno scelto di mantenere le modifiche apportate private, ossia di non condividerle con la comunità Linux. I software open consentono alle imprese di basarsi su un codice aperto o condiviso e al tempo stesso di investire in sue estensioni private, se così preferiscono.</p>
<p>Linus Torvalds, il creatore di Linux, appartiene senza ombra di dubbio al campo “aperto” (anziché a quello “libero”), ed è piuttosto critico nei confronti dell’evangelismo del “software libero” di Richard Stallman:</p>
<p style="padding-left: 80px"><em>È troppo inflessibile, troppo dogmatico [&#8230;] Penso che l’open source</em><br />
<em>abbia iniziato a funzionare molto meglio una volta prese le distanze dal- la politica e i valori della Free Software Foundation, e che più persone abbiano finalmente capito che è uno strumento, non una religione. Io sono decisamente un pragmatico [corsivo aggiunto].</em></p>
<p>Il pragmatismo di Torvalds è lo stesso della definizione di open innovation che propongo io. In base a questa concezione, un’azienda investe in un progetto e lo amplia nel tempo perché ha un modello di business. Nella mia concezione di open innovation, non solo la proprietà intellettuale è ammessa: essa è anche ciò che <strong>consente alle imprese di collaborare e coordinarsi</strong> con altre proprio perché è ciò che garantisce loro una qualche protezione dall’imitazione diretta. È la possibilità di contare su questo che consente alle imprese di investire nell’estensione delle proprie innovazioni, se queste si dimostrano di successo, e di ricavare da tali investimenti un guadagno.</p>
<p>Entrambe le concezioni dell’open source vedono nell’apertura un potente meccanismo generatore di innovazioni. Von Hippel osserva giustamente che, nelle prime fasi di vita di un prodotto, i suoi utilizzatori sono una fonte di innovazione feconda. Le differenze tra “libero” e “open” emergono solo in seguito, quando l’innovazione inizia ad avere successo sul mercato. A questo punto, i semplici cultori della programmazione informatica lasciano il posto alle imprese intenzionate a entrare nel mercato e a commercializzare quelle innovazioni. È il momento di definire i modelli di business e di investire il necessario a estendere quanto basta il proprio giro d’affari.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%">La società trae vantaggio dalle innovazioni solo se queste sono, non solo generate, ma anche disseminate ampiamente e assimilate.</span></p></blockquote>
<p>Benché sia stato creato da Linus Torvalds e una piccola comunità di volontari, a sostenere Linux sono oggi imprese come Ibm, Google, Red Hat e Amazon, imprese che intorno a esso hanno costruito modelli di business e portato il suo uso al centro delle proprie attività. I sostenitori dell’open innovation come me pensano siano necessarie norme giuridiche e modelli di business per affrontare questi processi; i difensori dell’approccio “libero” (o dell’“innovazione aperta e diffusa”) la pensano nel modo opposto.<br />
Ora sapete che cosa l’open innovation è, che cosa non è e perché non sia semplicemente una versione impreziosita dell’approccio open source.</p>
<p>___<br />
In alto, foto di <a href="https://unsplash.com/@nejc_soklic?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Nejc Soklič</a> &#8211; <a href="https://unsplash.com/s/photos/innovation?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></p><p>The post <a href="https://stage.luissuniversitypress.it/cos-e-l-open-innovation-chesbrough-estratto/">Cos’è l’open innovation</a> first appeared on <a href="https://stage.luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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